
Un convivenza difficile, messa a dura prova da una diversa versione del passato e una narrazione contrastante del presente. Tra Cina e Mongolia gli attriti non sono mai mancati, ed entrambi i Paesi non hanno mai abbandonato le proprie posizioni in materia di identità nazionale. Le tensioni, in particolare, sono aumentate, come spiega l’Atlantic, dopo che la Mongolia ha autorizzato il Dalai Lama a visitare il paese nel 2016. Pechino, che vede il leader spirituale come un separatista, ha reagito imponendo ulteriori dazi e tasse sulle importazioni di materie prime dalla Mongolia, già nel bel mezzo di una recessione economica.
Il risultato è stato che, un mese dopo, il governo mongolo ha puntualizzato che il Dalai Lama non era più il benvenuto. E da allora non è più tornato. L’episodio è stato un tassello critico nel rapporto tra i due Paesi, e ha aggravato ulteriormente la posizione di svantaggio della Mongolia Interna nei confronti della Cina.
Svantaggio che oggi la Mongolia Interna non vuole concedere per quel che riguarda il maggiore uso scolastico del putonghua (mandarino) impostogli da Pechino. Tra fine agosto e inizio settembre 2020 una parte degli abitanti della Mongolia Interna ha infatti protestato contro l’iniziativa del governo cinese di sostituire la lingua autoctona con il mandarino. Tra i dissidenti si è schierato anche Tsakhia Elbegdorj, ex presidente della Mongolia, tra i leader della rivoluzione democratica del 1990 che pose fine al regime comunista.
Elbegdorj, che all’Atlantic confessa di aver trascorso gran parte della sua vita politica interagendo con i livelli più alti del governo cinese, si è rivelato critico verso i recenti sforzi di Pechino di eliminare la lingua mongola. La Cina non è nuova a certi tipi di pressioni e il potere economico e militare sviluppato in questi ultimi anni dalla Repubblica Popolare le consente di chiedere scomode concessioni agli Stati vicini – tra cui la Mongolia Interna -, cui restano pochi spazi di manovra. La sostituzione graduale del mongolo però, come spiega l’articolo, racchiude un significato molto più ampio, che rievoca anche le istanze di libertà per anni sopite tra la popolazione della Mongolia Interna.
I rapporti tra Cina e Mongolia Interna, tuttavia, non sono sempre stati così tesi. Quando Elbegdorj era al potere il dialogo era moderato: nel 2015, Xi Jinping ha descritto le relazioni Cina-Mongolia come le «migliori in assoluto». Sotto la guida di Elbegdorj il Paese stava diventando l’economia in più rapida crescita del mondo, alimentata in gran parte dalla ricchezza mineraria. La crescita ha portato lampi di ricchezza nell’intero territorio, e un livellamento della relazione con Pechino. Elbegdorj si adoperò anche per portare la Mongolia a una posizione più preminente sulla scena internazionale, coinvolgendola maggiormente nelle Nazioni Unite.
Elbegdorj ha spinto inoltre per l’abolizione della pena di morte, avvenuta poi nel 2015 tra gli elogi dei gruppi a sostegno dei diritti umani. E il presidente eletto Joe Biden, nel 2011, ha nominato Elbegdorj come un «leader emergente nel movimento democratico mondiale».
L’entusiasmo è tuttavia durato un anno, fino a quando i riflettori internazionali non si sono spenti e l’economia interna ha subito una brusca frenata. Elbegdorj è tornato sui propri passi, mentre la finanza interna del Paese è nuovamente diventata una costola del mercato cinese. «La forte dipendenza economica della Mongolia dalla Cina è preoccupante», spiega all’Atlantic Oyunsuren Damdinsuren, docente di relazioni internazionali all’Università nazionale della Mongolia. «Se la Cina decide di non acquistare prodotti mongoli la nostra economia sarà paralizzata» aggiunge.
Pechino compra l’80% delle esportazione del Paese, alimentando uno squilibrio di potere, spiega l’Atlantic, che negli anni ha contribuito a fomentare un ampio sentimento anti-cinese tra la popolazione della Mongolia Interna. La quale non dimentica una storia di «200 anni di governo manciù, 70 anni di propaganda comunista anti-cinese e 30 anni di campagne elettorali contro la Cina», chiarisce Damdinsuren.
I mongoli costituiscono circa il 17% della popolazione della Mongolia interna. Il gruppo è stato talvolta descritto come una “minoranza modello” in Cina, in quanto i nazionalisti mongoli non sono stati così apertamente radicali come uiguri e tibetani, e la repressione di Pechino non è stata così grave come nello Xinjiang o in Tibet. Nonostante ciò, come spiega Julian Dierkes, professore associato di politiche pubbliche all’Università della British Columbia, i mongoli della Mongolia Interna sono stati un «muro vivente» a difesa delle proprie origini e tradizioni.
Anche per questo, chiosa al giornale statunitense Elbegdorj, «la mia posizione anche fuori dalla politica, cioè mantenere e continuare a proteggere l’identità, la lingua, la cultura mongola, rimane la stessa». A differenza dei cinesi che «sono effettivamente cambiati» adottando una politica di assimilazione «molto aggressiva», continua l’ex presidente.
La portata degli sforzi per l’appropriazione culturale da parte della Cina è venuta alla luce a settembre, quando Pechino ha iniziato a imporre agli studenti della Mongolia Interna l’uso di libri di testo compilati dalla Repubblica popolare, e la lingua cinese-mandarino al posto del mongolo durante le ore di lezione. L’attuale governo mongolo è stato restio nella risposta, probabilmente preoccupato per la reazione di Pechino, mentre i cittadini della Mongolia Interna hanno da subito montato una protesta. Gli studenti e i loro genitori hanno organizzato grandi manifestazioni e Pechino, a sua volta, ha risposto alle critiche effettuando numerosi arresti, minacciando giornalisti, censurando i social media e licenziando accademici. Oltre a scagliarsi contro Elbegdorj, che attualmente sta affrontando un’indagine per corruzione (più che sospetta), gli è stato impedito di lasciare il paese e ha ricevuto minacce tramite suo fratello.
Lo squilibrio di potere è stato nuovamente chiarito anche quando il più importante diplomatico cinese, il ministro degli Esteri Wang Yi, ha visitato la Mongolia a settembre ed è stato accolto da manifestanti arrabbiati. Né Wang né l’attuale presidente della Mongolia hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla situazione. Ma l’ambasciatore cinese, in un’intervista a un giornale locale, ha osservato che la domanda cinese per la maggiore produzione da esportazioni della Mongolia, il carbone, potrebbe diminuire. Un minaccia velata che spiega in pieno cosa significa essere vicini di un’autocrazia