WTFL’unica cosa buona della serie sulle parolacce di Netflix è Nicolas Cage

Le sei puntate di “History of Swear Words” (sono solo inglesi) vorrebbero essere istruttive e irriverenti, cercano il ritmo veloce ma alla lunga annoiano. Per fortuna c’è l’attore americano, che riesce a tenere in piedi la situazione

frame tratto da Netflix

C’è quella che deriva da un nome proprio, quella che nasce come innocente vocabolo tecnico dei coltivatori, quella che è citata nella Bibbia. Sono parolacce, cioè i vocaboli più tabù e al tempo stesso più utilizzati, quelli con cui si esprime la frustrazione, la rabbia, il disprezzo e l’insulto. Ma anche la gioia, il piacere e l’ammirazione. Per questo (o anche per questo) Netflix ha deciso di dedicare loro una miniserie: è “History of Swear Words”, cioè “Storia delle parolacce”, in sei puntate (una per parolaccia) dove partecipano attori, studiosi, linguisti e soprattutto Nicolas Cage.

È lui il maestro di cerimonie: è all’inizio e alla fine di ogni episodio, qualche volta compare anche in mezzo e introduce nuovi argomenti o fa il punto della situazione. Sempre sopra le righe: in abito scuro, in poltrona, con libri o liquori in mano, declama o discute, esamina o racconta.

Così la sua versatilità, furba e magnetica, lo porta a elencare con tutte le possibili intonazioni (e quindi tutti i possibili significati) parole come «Fuck», che è «la più malleabile», o a irritarsi per le origini plebee di «Dick» («ma come fa a derivare da un nome come Richard?»), fino a recitare i finali alternativi previsti dagli sceneggiatori di “Via col vento”, visto che è arrivato il momento di «Damn» ed è impossibile non ricordare la celebre battuta di Rhett Butler, che in inglese suona «Frankly, I don’t give a damn» (e in italiano è diventato il più moscio «me ne infischio»).

Le parti con Nicolas Cage, in ogni caso, sono quelle migliori. Il resto della miniserie procede di puntata in puntata con la stessa velocità di un frullatore. In quasi 20 minuti si susseguono attori, cabarettisti, linguisti, lessicografi, spezzoni di film (alcuni con Nicolas Cage), animazioni più o meno simpatiche, storie e storielle, aneddoti, etimologie, pillole di sociologia.

C’è Kory Stamper, lessicografa, che quando lavorava al Merriam-Webster si è occupata di aggiungere all’edizione del 2011 il terzo significato di «Bitch», cioè quello più offensivo, in aggiunta a «femmina del cane» e «donna autoritaria». Oppure la standup-comedian Nikki Glaser, per la quale «Fuck» è «la parola che mi porterei su un’isola deserta, se dovessi sceglierne una». Non manca la studiosa di gender studies, che dimostra come alcune parolacce siano un mezzo per insultare e sminuire le donne, ma che al tempo stesso siano diventate anche un mezzo per rivendicare il proprio ruolo in società (“Bitch” è una di queste), mentre a Isiah Whitlock, tra i protagonisti di “Da 5 Bloods – Come Fratelli” di Spike Lee viene chiesto di pronunciare uno dei suoi lunghissimi «Shit». A qualcuno fa ridere.

Tra le curiosità si scopre che, per rapporti di numero di film fatti e parolacce pronunciate, il più maleducato di tutti non è Samuel L. Jackson bensì Jonah Hill, ma solo per il record stabilito grazie a “The Wolf of Wall Street”. Che l’espressione Milf, ormai usata ovunque, è stata lanciata (ma non inventata) dal film “American Pie” e che “Shit” non aveva nessuna connotazione volgare fino a quando non sono stati inventati i gabinetti: le abitudini cambiano e condizionano le parole, il contrario non è detto.

E così, dopo una girandola di quasi due ore, quello che rimane è una certa confusione, la sensazione che molte cose siano state lasciate a metà (ma qual è l’etimologia di “Pussy”?) per paura di annoiare troppo lo spettatore. Che però alla fine un po’ si annoia. E si convince che, tutto sommato, di puntate ne bastava una, o al massimo due. Ma sempre con Nicolas Cage.