Dopo l’assaltoL’abisso americano e altre follie trumpiane a pochi giorni dalla fine dell’incubo

La situazione del presidente in uscita è disperata, proprio per questo potrebbe combinare ancora molti guai. Domani va ad Alamo, dove l’esercito messicano massacrò Davy Crockett

AP/LaPresse

Trump va ad Alamo
Ieri è stato il secondo giorno senza Donald Trump sui social network principali. La rete tv Abc ha commissionato un sondaggio secondo il quale il 56 per cento degli americani pensa che Donald Trump debba essere rimosso dal suo incarico prima della scadenza naturale. Soprattutto, il 67 per cento ritiene poi Trump responsabile dell’assalto al Campidoglio.

Intanto Trump, mutilato del suo account Twitter, ha annunciato per vie ufficiali che martedì andrà in Texas a celebrare il quattrocentesimo miglio del muro col Messico. Lo farà ad Alamo, dove nel 1836 l’esercito messicano massacrò Davy Crockett e i suoi. E sembra una conclusione razzisticamente simmetrica della sua parabola presidenziale (sei anni fa scese la scala mobile della Trump Tower per annunciare la sua candidatura e dire che i messicani erano criminali e stupratori; e poi, nel deserto, gli antitrumpiani sono pochi).

Alex e Arnold 
La notizia più interessante di ieri non riguardava il secondo senatore repubblicano – Pat Toomey, Pennsylvania, non si ricandida nel 2022 – a chiedere la rimozione di Trump; denunciando la «discesa nella follia» da lui provocata (nessuno prende più queste uscite come nobili gesti: qualcuno propone una tassa per chi usa l’espressione «topi che abbandonano la nave», in questi giorni popolarissima quando si parla del Gop). E neanche i deputati e senatori democratici che oggi proporranno l’impeachment e potrebbero votarlo già martedì alla Camera però forse rallentando l’iter per il voto in Senato per non incasinare l’insediamento di Joe Biden (è una cosa da partito democratico) .

I personaggi del giorno sono due robusti maschi bianchi conservatori (tanto per cambiare) in disaccordo tra loro. Uno è Alex Jones, conduttore radiofonico cacciato dai social da tempo, un leader della trumperia più estrema; che già alla prima convention, nel 2016 a Cleveland, teneva affollati raduni sulla riva del fiume. In un video in cui voleva parlare male di “Antifa”, Jones ha rivelato, forse per sbaglio ma vai a sapere, di aver avuto, per il 6 gennaio, ordini dalla Casa Bianca: «Tre giorni prima mi hanno detto “vogliamo che guidi tu la marcia” sul Campidoglio. Mi hanno detto, ti portiamo davanti dove vogliono che tu parta con il corteo, e Trump dirà alla gente “andate, ci vediamo al Campidoglio!”».

L’idea di un colpo di stato condotto dal buzzicone di Infowars potrebbe convincere qualcuno del carattere pittoresco dell’iniziativa; se non si sapesse che i golpisti sono spesso pittoreschi, e per questo li si sottovaluta. Errore non commesso dal secondo personaggio della giornata mediatica, Arnold Schwarzenegger, ex repubblicano ed ex austriaco. In un video con musiche drammatiche racconta di essere cresciuto «tra le rovine di un Paese che aveva sofferto la perdita della democrazia, circondato da uomini distrutti che bevevano per dimenticare le loro colpe». E ha paragonato l’assalto al Campidoglio alla Kristallnacht nazista del 1938.

E ha parlato del padre nazista e violento, e delle potenziali conseguenze «dell’egoismo e del cinismo», e di quanto un «leader fallito» come Trump sia un pericolo per la democrazia (intanto, in un altro video, Jones insulta i seguaci di Qanon che al Congresso erano molti; online gli hanno detto «Benvenuto nella Resistenza» perché li tratta da mentecatti; ma senza convinzione).

Il cappotto di Ivanka
Da mercoledì si discute sul ruolo di Trump e famiglia nell’assalto del 6 gennaio; e sulla necessità di  sanzionare i comportamenti eversivi per evitare (provare a evitare) che si ripetano. Ci sono registrazioni, immagini, testimonianze. E poi c’è il cappotto portato quel giorno da Ivanka Trump, che  potrebbe essere la prova del tentato golpetto. Perché, come spiegano Thorstein Veblen e i fratelli Vanzina, i ricchi recenti e/o insicuri copiano in modo accuratissimo/acritico mode e personaggi che ammirano. Succede nel film Yuppies, quando Ezio Greggio va a conoscere i genitori nobili della fidanzata travestito da conte Nuvoletti. È successo nel giorno del discorso di Trump ai dimostranti e del successivo attacco al Congresso. Donald senior e Ivanka circolavano in cappotti neri abbinati dittatoriali, e parevano outfit da golpisti come li immaginano nell’Upper East Side.

Da quel giorno Ivanka, pur avendo ancora un account, non twitta, mentre suo marito Jared pensa a nuove avventure (pare stia progettando acquisti a tappeto di case e uffici di gente rovinata dalla pandemia).

La  geolocalizzatrice di Qanon
Per ogni repubblicano vecchio stile che prende le distanze in zona Cesarini, c’è un nuovo/a repubblicano/a che combatte in modo innovativo. Come Lauren Boebert del Colorado, neoeletta al Camera in quota Qanon. Viene accusata di aver twittato dalle stanze dove erano stati portati i deputati, dando informazioni logistiche e mettendo in pericolo tutti (Boebert era in aula armata, e ha anche twittato «1776», l’anno della rivoluzione americana, per un lieto parallelo).

I trumpiani d’assalto
Fervono ovunque le discussioni su come trattare la fine presidenza. Se sia stato giusto bandire Trump da Twitter (sì, se a Twitter sono contrari all’istigazione a delinquere). Se i senatori eversori Josh Hawley e Ted Cruz si debbano dimettere (sì, secondo i quotidiani principali dei loro stati e vari altri). Se il valletto floridiano dei Trump, il deputato Matt Gaetz, abbia fatto da quinta colonna dall’aula della Camera (forse, comunque molti vorrebbero sapere con chi messaggiava).

Si leggono ovunque ricostruzioni degli eventi e tentativi di arrivare agli organizzatori e finanziatori (sono coinvolti, pare, gruppi di pressione conservatori mainstream che prendono soldi anche da Google, Amazon, Walmart, e dalle solite industre Koch).

E si guardano ricostruzioni devastanti, come il filmato prodotto dallo scrittore Don Winslow sulle frasi più significative nel giorno dell’assalto: «Dobbiamo marciare sul Campidoglio» (Eric Trump, il terzogenito accusato di non essere intelligente). «Ci riprenderemo il Paese!» (Lara Trump, moglie di Eric). «Stiamo venendo per voi, e ci divertiremo a farlo» (Donald Trump junior, il primogenito accusato di pippare, chiaramente sofferente). «Andiamo a duello!ı (Rudy Giuliani, accusato di etilismo e altro, ora malridotto). «Non vi riprenderete il Paese essendo deboli. Dovete mostrare forza» (Donald Trump padre). «Non ce ne andremo via quieti nella notte» (Ted Cruz, in giaccone militare nel centro di Washington, boh).

L’angolo della psicologa 
Dopo le elezioni, Mary Trump, nipote, psicologa clinica e autrice di un bel bestseller sullo zio, ha previsto: «Lui sa che la sua situazione è disperata. Per questo darà fuoco a tutto, provocherà caos e divisione… e se affonda, cercherà di portarsi dietro tutti noi».

Previsione confermata, rinforzata ieri dalla commentatrice del New York Times Jennifer Senior: «È impossibile capire il comportamento di Trump senza guardarlo attraverso il prisma delle sue patologie, che al momento mettono molte vite in pericolo… Trump resta un rischio per la sicurezza nazionale, ci ha reso un bersaglio per i nostri nemici» (sempre sul New York Times, lo storico del fascismo Timothy Snyder racconta come la post-verità trumpiana sia pre-fascismo; come Trump abbia trascinato tutti in un «abisso americano» e con le sue bugie sul risultato elettorale abbia raggiunto «milioni di menti solitarie attraverso i social»; e come «ripluralizzare i media» e «impegnarsi a comunicare i fatti» sarà necessario ma non facilissimo, al netto delle cacciate da Twitter, degli assalti al Campidoglio, delle menti solitarie, di tutto).

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