Verifica di governoLe giravolte di Conte e la scommessa rischiosa di Renzi

Il presidente del Consiglio, pur nello spaesamento tipico del neofita, smussa, lima, tratta, ammette, offre, corregge. Tutto pur di evitare di salire lo scalone del Quirinale con la lettera di dimissioni in tasca. Ma Italia Viva vuole vedere risultati

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Nella trasmissione di Serena Bortone Oggi è un altro giorno, nel dopopranzo di un freddo 6 gennaio, si è potuto assistere a una duplice intervista, ad Andrea Orlando e a Marco Travaglio. Entrambi hanno detto la stessa cosa: questa crisi politica innescata da Matteo Renzi non si capisce. Ora, è assai probabile che la stragrande maggioranza degli italiani effettivamente non stiano comprendendo quanto accade dalle parti del governo, ascoltando distrattamente e con fastidio le notizie su rimpasti, verifiche, ultimatum, arroccamenti eccetera eccetera; ed è certamente possibile che da parte sua Matteo Renzi sconti una difficoltà a rendere chiari «i suoi alibi e le sue ragioni», per parafrasare De Gregori. Anche perché se è il vicesegretario del Pd dice di non capire, imitato dal direttore del giornale fiancheggiatore del presidente del Consiglio, un cittadino normale si sente autorizzato a non capire neanche lui.

In realtà, Orlando (e tutto il mondo politico e giornalistico che sono pagati per sapere queste cose, e magari anche per spiegarle) ha capito benissimo di cosa si sta discutendo, anche perché il tema vero – al dunque – è esattamente quello posto per primi dai Democratici che già a maggio sollecitavano il premier a un cambio di passo. Passo di cambio non pervenuto. Renzi ha fatto dieci passi in più.

Come spessissimo è avvenuto nella storia repubblicana d’altronde c’è un partito della coalizione di governo che solleva delle questioni e pretende risposte. Molte volte si trova un accordo, altre no. Ma siamo nella fisiologia dei governi di coalizione, che infatti in Italia da sempre vivono sull’orlo del precipizio; e in fin dei conti non vale molto la pur suggestiva tesi secondo la quale non si può aprire una crisi di governo in una situazione eccezionale come questa, né tanto meno si può votare: nei prossimi mesi andranno alle urne olandesi, israeliani, tedeschi, e il fatto che siano elezioni a scadenza della legislatura non cambia la sostanza.

In fondo, Giuseppe Conte, pur nello spaesamento tipico del neofita, nelle ultime ore ha preso un’iniziativa che va proprio nel senso delle richieste di Renzi (e in buona misura anche del Pd): modificare la bozza del Piano per il NextGenerationEu e profondamente. A partire dai fondi per la sanità che dai 9 miliardi iniziali dovrebbero raddoppiare: «Se aspettavamo Speranza, il raddoppio non ci sarebbe mai stato», commenta uno dei fedelissimi di Renzi, come a dire che per prendere la turris eburnea di Conte bisogna alzare la voce fino a minacciare la crisi.

Ecco dunque che il presidente del Consiglio smussa, lima, tratta, ammette, concede, offre, corregge. Tutto pur di evitare di salire lo scalone del Quirinale con la lettera di dimissioni in tasca. C’è dunque un merito delle questioni poste da Renzi che hanno portato Roberto Gualtieri a modificare per la quarta volta la famosa bozza, da cui tra l’altro è sparita la tanto discussa questione della governance, quella – ricordate? – dei 6 supermanager dotati di poteri sostitutivi con alle dipendenze una vagonata di consulenti, e ugualmente pare cedere il bastione che l’avvocato del popolo aveva pensato di erigere attorno ai servizi segreti, non si sa perché considerati di suo appannaggio.

Oggi potrebbe tenersi un vertice di maggioranza, è chiaro che la sua convocazione sarebbe importante per capire perché se il clima tende a una chiusura dell’accordo oppure no. Italia viva vuole vedere cammello prima di riporre le armi, e Renzi ancora non è tranquillo. Se chiude, porta a casa un risultato concreto ma che rischia di apparire di molto inferiore al bottino pieno, cioè la testa del presidente del Consiglio; se va avanti, si entra in una terra di nessuno con tutte le incognite del caso.

Ieri ha detto che se Conte è capace bene, altrimenti toccherà a qualcun’altro (i nomi sono sempre quelli: Cartabia, Draghi, Cottarelli o, se politico, Franceschini): a meno che la triade Conte-Zingaretti-Di Maio non decida che pur di dire no al senatore fiorentino è meglio portare il Paese alle urne. Assumendosene la responsabilità.

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