Undici colpevoli, otto anniIl vero scandalo della sentenza su Viareggio è la durata della prima fase del processo

La Cassazione non ha assolto gli imputati: molte delle pene sono state confermate e per altri due ci sarà un nuovo esame delle responsabilità. Magistrati, giornalisti e politici invece di commentare cose che non conoscono farebbero meglio a studiare e a occuparsi delle vere cause dei giudizi che non condividono

LaPresse

«Viareggio senza colpevoli». Con questo titolo il quotidiano torinese La Stampa, definisce per il lettore frettoloso l’esito del giudizio di Cassazione nel processo contro l’ex amministratore delegato di FSI e RFI Mauro Moretti e contro altri manager e addetti del gruppo e di due società tedesche, tutti imputati per il disastro ferroviario di Viareggio avvenuto dodici anni fa.

Dello stesso tenore i commenti e i titoli degli altri giornali, di qualche politico, come al solito disinformato sui processi che non riguardino il suo partito (ma a volte anche di quelli) e finanche, sorprendentemente, di qualche autorevole addetto ai lavori come l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli che di fronte alla Cassazione rievoca addirittura il ricordo dei vecchi procuratori generali dediti al rispettoso insabbiamento di ogni inchiesta che potesse insidiare la grande industria.

Sul versante opposto Piero Sansonetti, incallito garantista, coglie la palla al balzo per scagliarsi contro la barbara abitudine secondo cui «una sentenza di assoluzione, ormai da molti anni, è vissuta dalla nostra società come una vergogna».

Stranamente silente il ministro Alfonso Bonafede che in casi del genere non manca mai di stigmatizzare i giudici e di inviare un’ispezione. I grillini della Commissione giustizia invece hanno sottolineato che il blocco della prescrizione voluto dal Guardasigilli impedirà per il futuro un tale scempio, mentre il senatore di Forza Italia Francesco Giro si dice contento per Moretti «che verrà sicuramente assolto».

Orbene, nessuno tra gli autorevoli commentatori qui citati ci ha azzeccato e ciò che è successo ieri in Cassazione costituisce uno dei più allarmanti esempi dei guasti che una dilagante ignoranza unita in qualche caso a malafede può arrecare al diritto a una corretta informazione per la pubblica opinione.

Il dispositivo della sentenza racconta una diversa realtà: se per Moretti ed Elia (all’epoca dei fatti amministratore delegato di RFI, la società addetta alla rete ferroviaria) l’annullamento delle condanne porterà a un nuovo, parziale, esame delle responsabilità, per altri 11 imputati (Kriebel Uwe, Brödel Helmut, Schröter Andreas, Linowsky Peter, Kogelheide Rainer, Mayer Roman, Mansbart Johannes,  Pizzadini Paolo, Gobbi Frattini Daniele, Soprano Vincenzo e Castaldo Mario) la Cassazione ha dichiarato «irrevocabile l’affermazione di responsabilità», dunque definitivamente accertata la colpevolezza e non più a rischio di prescrizione per il reato di disastro ferroviario colposo. Si tratterà di ritoccare verso il basso le pene comminate in secondo grado (tra gli otto e i quattro anni) e sarà una diversa sezione della Corte di Appello di Firenze che se ne occuperà.

Il nuovo processo, come spiega uno dei difensori delle parti civili, Enrico Marzaduri, è reso necessario dal fatto che la Cassazione non riconoscendo l’aggravante della violazione di norme anti-infortunistiche ha dichiarato la prescrizione del reato più grave, l’omicidio colposo, e ciò ha comportato il rigetto delle richieste di risarcimento per la mancata tutela dei lavoratori (nessuno dei quali tra le vittime)di alcune  associazioni sindacali che si erano costituite.

Più complessa la situazione dei due principali imputati, Moretti ed Elia, verso cui si sono levate le proteste più forti. Come ha spiegato un comunicato della Suprema Corte, presieduta da uno dei magistrati più esperti della materia, Giacomo Fumu, forse allarmata dalla piega dei commenti, l’annullamento delle sentenze di condanna riguarda «alcuni profili di colpa».

Insolitamente la Cassazione ha tenuto a precisare che la prescrizione riguarda tutti i ricorrenti condannati per omicidio colposo plurimo «con l’eccezione dell’imputato che aveva rinunciato alla prescrizione», vale a dire Mauro Moretti, che aveva formulato tale dichiarazione davanti ai giudici di appello.

La questione sarà uno dei punti caldi del nuovo giudizio giacché i difensori dell’ex amministratore delegato hanno escluso che la rinuncia riguardasse il reato più grave. Se l’interpretazione della Corte fosse esatta il destino di Moretti ed Elia resterebbe pericolosamente in bilico.

Ancora la Corte ha tenuto a sottolineare l’estrema rapidità con cui si è svolto il giudizio di ultimo grado, «in poco più di otto mesi e le udienze, pur in tempo di pandemia, sono state celebrate con la partecipazione diretta dei difensori e in assoluta sicurezza per tutte le parti». In effetti una non frequente dimostrazione di efficienza della giustizia.

Proprio questa insolita precisazione tocca il vero punto dolente della vicenda processuale, che non riguarda certo il verdetto di venerdì ma ciò che è successo prima e che si omette di sottolineare un po’ per ignoranza e molto per faziosità e malafede.

Ciò che dovrebbe indignare le parti civili e i vari commentatori non è la decisione della Cassazione che ha confermato il quadro di responsabilità dei rappresentati dell’azienda ferroviaria come dei responsabili della fabbricazione e della manutenzione del vagone incendiato, quanto l’inaccettabile durata della prima fase. Otto anni per avere una sentenza di condanna del Tribunale.

Appare chiaro che a questo incredibile dato non avrebbe posto rimedio neanche la nuova e vantata legge sulla prescrizione che oggi si blocca solo dopo il primo grado.

Il problema è che gran parte dei termini di prescrizione si sono consumati nel tempo necessario alle indagini, allo svolgimento delle perizie ed al dibattimento.

Come è stato possibile? Perché tanto tempo? Come mai, vista la mole del processo e le dimensioni del Tribunale di Lucca, non si è provveduto da parte dei vari ministri di giustizia a potenziare il numero dei magistrati in sede onde consentire a quelli impegnati nel processo di dedicarcisi a tempo pieno?

Di questo bisognerebbe chiedere conto allo Stato e scandalizzarsi, invece la percezione strisciante ed estremamente preoccupante, di cui è eloquente esempio il commento prima citato di Caselli, è che si pretenda invece del controllo di legalità dei giudici di merito e legittimità sull’operato degli inquirenti, la mera ratifica delle ipotesi accusatorie delle procure. In questa ottica l’esito non conforme alle aspettative giustizialiste, l’assoluzione come pure il semplice approfondimento di un nuovo processo sono solo “perdite di tempo” di fronte a ciò che il PM di turno ha accertato e diffuso presso i media come l’unica verità possibile.

Lo si è scritto qui altre volte: manca in Italia un giornalismo giudiziario colto ed esperto della materia, che sia in grado di leggere e analizzare una sentenza. L’ignoranza genera populismo e insofferenza: abbiamo visto a Washington cosa può innescare una miscela del genere.

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