Demos e ethnosLa fragilità della democrazia statunitense è una lezione per il futuro dell’Europa

I quattro anni di Donald Trump hanno indebolito il sistema americano. L’Unione al contrario deve mostrare di essere in grado di sviluppare e portare a compimento il progetto di uno stato multietnico fondato sui principi dell’inclusione con una governance rappresentativa e partecipativa

Europa
kenzo tribouillard / AFP

Ciò che è avvenuto a Washington il 6 gennaio ha suscitato reazioni e analisi sulla fragilità della democrazia statunitense – e più in generale la fragilità dei sistemi democratici nel mondo – sottoposti a stress crescenti e a sfide a cui gli Stati nazionali e le organizzazioni internazionali nate dopo la seconda guerra mondiale, per evitarne gli orrori, non hanno saputo e potuto dare delle risposte adeguate.

La gestione autoritaria del potere conquistato da Donald Trump nel novembre 2016 non è stata e non è purtroppo un fenomeno isolato del XXI secolo se consideriamo la perversione in atto in tutti i continenti: dall’America Latina con Jair Bolsonaro in Brasile e Nicolas Maduro in Venezuela, all’Euroasia con Recep Tayyip Erdogan in Turchia, Viktor Orban in Ungheria, Mateusz Morawiecki in Polonia, Xi Jinping in Cina, Vladimir Putin in Russia, Kim Jong-un in Corea, per giungere al Medio e al Vicino Oriente con Abdel Fattah al-Sisi in Egitto, Bashar al-Assad in Siria e Benjamin Netanyahu in Israele, per non parlare di stati-canaglia come l’Arabia Saudita.

Varrebbe la pena di rileggere le teorie del potere sociale sviluppate da Michael Mann che ha fondato la sociologia storica e che ha sollecitato le nostre riflessioni sui rapporti dei «lati oscuri della democrazia» (the dark side of democracy) legati al riemergere nella modernità e nelle democrazie della violenza – giungendo all’estremo delle pulizie etniche.

Il 2021 sarà da noi consacrato a sollecitare l’attenzione degli studiosi e poi delle istituzioni non solo europee sull’attualità del pensiero dei confinati a Ventotene nel “Manifesto per un’Europa libera e unita” che loro stessi avevano considerato solo un “progetto” e che, non a caso, iniziava con una lunga riflessione sulla «crisi della civiltà moderna» intesa in una dimensione che andava ben al di là del continente europeo.

Con qualche rara eccezione di cui l’Unione europea rappresenta in embrione un caso sui generis, il mondo moderno è fondato su stati-nazione in cui il demos coincide in buona parte con l’ethnos, che si riconoscono in una comune identità che non riguarda necessariamente solo la lingua o la religione o la non religione, ma che riguarda soprattutto una coscienza politica all’interno di un determinato territorio. Per questo lo stato-nazione esiste laddove il demos e l’ethnos si riconoscono in uno stato-sovrano.

Questa coincidenza fra demos ed ethnos appare con grande evidenza nella formulazione del preambolo della costituzione degli Stati Uniti, dove essa è stabilita dal “popolo” per sé e per i discendenti al fine di assicurare a sé stesso (e non ad altri) giustizia, tranquillità domestica, comune difesa, benessere generale e il dono della libertà. Un popolo in cui i padri fondatori non intendevano includere le donne, gli schiavi e i nativi americani per dar luogo a un grande progetto di americanizzazione (quello che fu chiamato all’inizio del ventesimo secolo un melting pot) fondato sul principio della integrazione piuttosto che su quello della inclusione.

La democrazia liberale statunitense, facilitata dal modello originale della federazione immaginato dai Padri fondatori e sviluppatasi gradualmente attraverso transizioni che ne hanno mutato il sistema originario, è iniziata a entrare in crisi ben prima dell’arrivo di Donald Trump. L’inizio risale a quando il sistema dei due grandi partiti è passato da un modello di composite aggregazioni elettorali a contrapposizioni radicalizzate, quando il principio dei pesi e contrappesi (checks and balances) è stato per la prima volta messo in discussione sotto la presidenza di George W. Bush all’inizio del nuovo secolo, proseguendo con Barak Obama e poi raggiungendo un apice autoritario con Donald Trump, quando è stato messa in discussione la separazione dei poteri fra esecutivo, legislativo e giudiziario immaginata da Montesquieu e poi realizzata negli Stati Uniti e infine quando il sistema economico ha prodotto una crescita delle diseguaglianze sapendo che i “suprematisti” – di cui la parte più rumorosa ha dato l’assalto a Capitol Hill –  appartengono alle categorie sociali che hanno approfittato delle diseguaglianze, e che non vogliono perderne i vantaggi.

Di fronte alla fragilità della democrazia americana, resa più evidente dagli anni di Donald Trump, spetta all’Unione europea un ruolo esemplare nel mondo: poiché si tratta di sviluppare e portare a compimento il progetto di uno stato multietnico fondato sui principi dell’inclusione e non dell’esclusione, di una democrazia che sia non solo rappresentativa ma anche partecipativa, di prossimità e paritaria, della progressiva riduzione delle diseguaglianze partendo dalla consapevolezza che esistono beni pubblici europei che possono essere garantiti solo da una sovranità condivisa e non dalla contrapposizione e dalla conflittualità fra sovranità assolute di Stati-nazione. Da scelte costituzionali che rafforzino la dimensione dello spazio pubblico europeo con veri partiti transnazionali capaci di contribuire alla formazione di una vera coscienza politica sopranazionale.

In questo quadro le perversioni del presidenzialismo dovrebbero spingerci ad affrontare la questione della leadership europea che era stata – a nostro avviso malauguratamente – sintetizzata nel 2013 nella formula degli Spitzenkandidaten, una formula giudicata allora da Le Monde come una fausse bonne idée, superando la sterile contrapposizione fra Consiglio europeo e Parlamento europeo e mettendo da parte l’ipotesi di una repubblica europea presidenziale o semipresidenziale con un “presidente eletto dal popolo” (poiché non esiste un popolo europeo ma esistono cittadine e cittadini europei dotati di diritti ma anche di doveri).

Per scegliere la via più adatta alla natura dell’Unione europea di governi federali di coalizione con poteri limitati ma reali che rispondano di fronte ad una doppia autorità legislativa e di bilancio che rappresenti su un piano di uguaglianza e secondo un sistema proporzionale da una parte le cittadine e i cittadini europei e dall’altra gli Stati, creando spazi di adeguata capacità di intervento per i poteri locali e regionali (la parola “città” è ignorata dal Trattato di Lisbona, n.d.r.).

Food for thought per la Conferenza sul futuro dell’Europa e per il successivo lavoro costituente del Parlamento europeo in vista delle elezioni europee del maggio 2024.

*Pier Virgilio Dastoli è il presidente del Movimento Europeo – Italia

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