Gli ultimi giapponesiIl favoloso atto di autolesionismo della destra italiana pro Trump

Salvini e Meloni hanno trovato nel presidente nazional populista un modello, ma l’uso sconsiderato della piazza ha consentito l’equivalenza tra i liberal e la democrazia e di equiparare i populisti europei ai dementi di Washington

vincenzo livieri/LaPresse

La destra filo-americana in Italia è storia piuttosto recente, diciamo dell’ultimo ventennio: prima non esisteva proprio – «Né Usa é Urss: Europa Nazione» c’era scritto sugli striscioni del secolo vecchio – ed è stato dunque sorprendente vederla tifare così apertamente per Donald Trump fin dalla sua prima campagna e poi trasformarsi nell’ultimo giapponese del trumpismo dopo i fatti di Capitol Hill. Chiedersi perché succeda è obbligatorio. E le risposte fin qui date, a partire da quella della fascinazione fascistoide per ogni atto contro la democrazia, più che analisi sembrano omaggi ad antichi riflessi pavloviani.

Giorgia Meloni è stata senza dubbio la più prudente nell’analisi dell’assalto al Campidoglio, e la più elusiva nell’ammettere la connessione tra quei fatti e le scelte del presidente uscente: la delegittimazione del voto, la convocazione dei “patrioti” in piazza, l’invito a marciare verso la fatidica scalinata. Lo ha fatto, in fondo, contro il suo interesse: tutti i rapporti politici pazientemente costruiti negli ultimi due anni oltreoceano fanno riferimento all’area conservatrice dei Repubblicani, non certo a quella anarco-populista che abbiamo visto in azione.

Per di più, come ha osservato Marco Tarchi – analista ancora assai considerato a destra – l’uso sconsiderato della piazza americana, in un colpo solo, «ha definitivamente eliminato Trump dalla scena politica», ha «fatto trionfare l’equivalenza tra Partito Democratico e democrazia» e ha consentito di «equiparare i populisti europei a questo manipolo di dementi». Un perfetto atto di autolesionismo, insomma, da parte della «destra più idiota del mondo».

Anche Francesco Giubilei, intellettuale ed editore che ha appena mandato in libreria il saggio “Giorgia Meloni, la rivoluzione dei conservatori”, pur difendendo la posizione della leader di FdI, ha difficoltà a mettere a fuoco la vicenda. È stato l’organizzatore italiano della National Conservative Conference di Roma, nel febbraio scorso e conosce bene la griglia di rapporti internazionali della Meloni: «Più il mondo Pence che il mondo Trump«, dice per sintetizzare. La «fase Steve Bannon» di Fratelli d’Italia, secondo lui, è totalmente superata: è stata cavallo di battaglia nel 2016, quando la prospettiva di un governo di coalizione populista era credibile (e in parte realizzata dall’accordo Salvini-Di Maio), ma poi quell’illusione è scivolata via, come molte altre ambizioni.

Il dato a cui guardare, probabilmente, è un altro e ha poco a che fare con le relazioni o la progettualità politica. La gran massa dei simpatizzanti della destra, sui social e nell’arcipelago dei suoi rappresentanti sul territorio, ha scelto senza incertezze la narrazione di Trump (la denuncia dei brogli, lo scippo del voto, il diritto a protestare contro il furto di democrazia), facendo scudo alle sue ragioni, alla sua «innocenza».

E mettersi contro il proprio popolo è un’opzione che nessun partito prende più in considerazione: sono passati i tempi in cui le classi dirigenti si dimostravano tali scegliendo la Nato invece di Mosca, come fece Enrico Berlinguer, inchinandosi allo Yad Vashem come fece Gianfranco Fini, sostituendo la falce e martello con un garofano rosso come fece Bettino Craxi.

Vista sotto questa prospettiva, la fedeltà alla linea trumpiana dei vertici della destra appare come l’eco di vicende già viste – seppure su fatti meno rilevanti – in ogni area politica italiana, tutte determinate dalla difficoltà a gestire un elettorato che forma la sua opinione lontano dai partiti, sui social, su oscure rivistine online, nelle chat di gruppo che si accendono durante i grandi eventi. I capi possono mantenerne il controllo solo se ne assecondano le pulsioni e gli orientamenti. Mai se le contraddicono.

È un gran problema. Per tutti. Ma per la destra italiana è un guaio maggiore che per altri. Lo si è visto in questi giorni, con il riaccendersi della retorica del sospetto golpista, autoritario, fascistoide, nei confronti di quell’area politica. Un sospetto che – ma questa è un’opinione personale – andrebbe al contrario seppellito per sempre, in modo inequivocabile, anche a costo di dare qualche dispiacere agli ultras della tastiera.

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