Gli ultimi 8 giorni di cuoriciniSe esultate o vi indignate per Trump sospeso dai social, il problema siete voi

Improvvisamente abbiamo deciso che le cose che scrive il presidente sono intollerabili. Ora che esce, non quello che ha scritto nei tre anni e trecentocinquantasette giorni precedenti. Oppure, al contrario, che sia un’intollerabile censura non consentirglielo, come se senza Twitter e Facebook lui non potesse più parlare. Altra cosa, invece, è se gli vietano Glovo e non può più ordinare le patatine fritte

Lapresse

La conoscete anche voi, specie in questo periodo, essendo essa il motore immobile di tutti i propositi d’inizio anno: è quella smania umana per cui a un certo punto – si tratti di storie d’amore, di disoccupazione, o di governo – decidiamo istericamente che questa situazione va risolta ora, ho sopportato finora ma non oltre. Dopo centomila ore, non c’è un minuto di più. 

Con Donald Trump sta andando esattamente così: ora che mancano otto giorni a quando i meccanismi democratici lo sostituiranno, decidiamo che questi otto giorni sono intollerabili. No i tre anni e trecentocinquantasette giorni precedenti: questi otto. Adesso urge il venticinquesimo emendamento, l’impeachment, il tso, qualcosa, qualsiasi cosa, che ci permetta di dire che non sono stati quattro anni con un imbecille al comando perché a volte le cose vanno storte e pazienza, ma quattro anni conclusisi eroicamente con una destituzione forzata. 

E qui veniamo alle tette, che sono il vero punto della questione. 

Su Instagram non puoi pubblicare foto di tette (più precisamente: di capezzoli), con due eccezioni. Se sono tette che allattano, e se sono tette operate di cancro. Cioè: tette dolenti sì, tette allegre no. 

La ragione per cui lo so è che qualche anno fa Instagram mi cancellò un post in cui esprimevo sdegno per il fatto che nei bar e nei ristoranti italiani potessero entrare i cani. I proprietari di cani, offesi nel loro diritto a smezzarsi la brioche coi loro pulciosi animali, segnalarono il post così tante volte che l’algoritmo decise che violava le linee guida. Che mi andai quindi a leggere, trovandoci il divieto di capezzolo allegro e quello di vendita di armi, ma non quello di dire che i cani devono stare lontani dal mio cibo. 

Forse ne feci un articolo (di cosa non faccio un articolo, d’altra parte); di sicuro ne scrissi uno quando Facebook mi vietò di scrivere e persino di mettere like per una settimana per aver scritto che mi facevano più paura quelli che pretendevano il licenziamento d’una derelitta che si era instagrammata dicendo «ci vorrebbe Hitler» perché il gay pride la stava facendo arrivare tardi in stazione, rispetto a quanta me ne facessero le sue confuse invocazioni a un assessorato al traffico nazista. 

(Il dramma sono i toni: i controllori dei social capiscono i toni persino meno dei marescialli che trascrivono le intercettazioni telefoniche. Devono essersi laureati col minimo dei voti al Dams, e non aver introiettato che il ricevente è il messaggio, l’emittente è il messaggio, il tono è il messaggio: gli è rimasto solo che il mezzo è il messaggio).

Scrissi allora che d’altra parte Facebook era un posto che ospitava gratis i tuoi penzierini, e insomma mi sembrava insindacabile che decidesse se ospitarli o no. (A questo punto c’è sempre qualcuno che obietta che non è gratis, ci profilano, paghiamo col nostro vissuto, siamo il prodotto: se per le obiezioni fesse ci mettessero al bando dai social, avremmo risolto il problema). 

Di quelli che leggo io, sono stata l’unica a dirlo quando m’è capitato. Molti tra i miei conoscenti sono stati prima o poi sospesi da Facebook, e tutti l’hanno raccontata come una gravissima lesione alla loro libertà d’espressione e al loro diritto costituzionale d’avere un account social. Nessuno – nessuno di quelli che oggi ritengono la democrazia sia garantita e rinsaldata dal fatto che in California hanno deciso di chiudere i social al presidente degli Stati Uniti – ha negli anni obiettato a uno di questi lesi (lesi nei loro diritti immaginari) «ma sei scemo?». 

La sospensione degli account di Trump è «a tempo indeterminato», il che ne fa una cosa che non è lessicalmente sensato chiamare «sospensione», ma d’altra parte stiamo parlando di gente che se scrivi che chissenefrega della derelitta che ha detto «ci vorrebbe Hitler» ti sospende per nazismo: abbiamo già stabilito che la semantica non è il loro forte. 

(C’è un famoso monologo di George Carlin, fondatore di tutta la comicità americana contemporanea, sulle sette parole che non si possono dire in tv. Sui network americani se dici una parolaccia vieni multato, e le parolacce sono un elenco preciso, hanno precisi gradi di gravità, su certe si può concordare un’eccezione, su altre no. Il monologo è del 1972, quando la vita era più facile e si potevano capire anche le regole). 

Quelli che s’indignano – perché persino per Trump vale la violazione dei diritti umani che varrebbe se sospendessero loro – e quelli che esultano – perché è il presidente degli Stati Uniti da quasi quattro anni, ma vuoi mettere che smacco non poter prendere i cuoricini – sono due facce della stessa malattia mentale: quella degli adulti che considerano indispensabili i social network. Quella dei cinquantenni che, all’idea di non tuittare il loro penzierino, soffrono come una quindicenne cui tolgano i balletti di Tik Tok. 

Al cui proposito: ma Trump un Tik Tok ce l’ha? Ho visto l’elenco dei social network che l’hanno radiato (c’era persino Twitch, di cui so solo che ci fa le dirette Rovazzi), ma mi chiedo se fosse completo. PornHub gliel’hanno lasciato? E Tinder? E Glovo? Non poter prendere i cuoricini pazienza, ma non poter ordinare le patatine fritte è in effetti violazione dei diritti umani. (Non obiettatemi che Glovo non è un social: è l’unica app che ti fa incontrare un essere umano, il fattorino che t’arriva sulla porta è l’interazione più social che ci sia sul nostro telefono). 

Capaci di vessarlo anche levandogli l’ordine di frittura notturna, adesso che è facile. Per anni gli hanno lasciato dire qualunque enormità, e adesso l’argomento è: gli chiudiamo i social perché ha tuittato che non andrà alla cerimonia inaugurale di Biden, è un penzierino sovversivo, incita alla rivolta, mette in pericolo la quiete pubblica. Che poi saltar giù così bruscamente dal carro divenuto del perdente fa anche male alle giunture: Dorsey, Zuckerberg, lo dico per voi e per i vostri ortopedici. (Dico anche a te, Umberto Tozzi, che t’indigni se in un posto dove sta Trump c’è in diffusione Gloria: l’abbonamento a Spotify gliel’avranno già annullato?). 

Quelli che s’indignano e quelli che esultano sono lo stesso problema. Gente che sa benissimo che Trump può esprimersi come prima (voglio vedere chi non pubblicherebbe eventuali comunicazioni del tizio che per otto giorni è ancora presidente; voglio vedere chi non le pubblicherà quando non sarà più presidente, in un ciclo informativo di ventiquattr’ore per riempire il quale consideriamo notizia che qualcuno abbia smesso di seguire qualcun altro su Instagram, e scoop pazzesco il lancio d’insalata a una festa di compleanno). 

Gente che è però solidale col vero trauma che l’adulto del 2021 non è equipaggiato per affrontare: l’impossibilità di misurare il consenso. Certo che puoi esprimerti, ma cosa te ne fai se non ti conti i pollici alzati, i cuoricini, i nuovi follower? Se non puoi misurartelo ogni dieci minuti, allora a cosa serve vivere?

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