Hakuna matataZanzibar, l’isola Covid-free che cura il virus con preghiere ed erbe

L’oasi africana ha interrotto a fine aprile l’aggiornamento dei dati sui contagi, aprendo le porte dei suoi resort ai turisti europei. Per le feste natalizie gli alberghi sono pieni di avventori russi e polacchi, mentre per Capodanno sono stati organizzati aperitivi sulla spiaggia e concerti fino al mattino. Una situazione surreale, nella quale non potevano mancare i turisti italiani

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«Hakuna matata», nessun problema. Questa è l’espressione in lingua swahili che i vacanzieri amano ascoltare nei resort di Zanzibar, in mezzo all’Oceano Indiano. Hakuna matata, nonostante la pandemia, lo ripetono anche i turisti occidentali che, aggirando i divieti natalizi, sono riusciti a guadagnarsi un posto al sole sulle spiagge bianchissime dell’isola africana. Autoproclamatasi covid-free. Mentre in Italia è scattata la corsa al vaccino, qui si fa festa.

Niente mascherine o distanziamento. La Tanzania, di cui fa parte l’arcipelago di Zanzibar, ha eliminato quasi tutte le misure di precauzione contro il Coronavirus. Il presidente John Magafuli ha interrotto a fine aprile l’aggiornamento dei dati sui contagi quando il Paese registrava 509 casi con 21 morti. Addio bollettini quotidiani. Il premier tanzaniano aveva invitato i suoi concittadini a combattere la pandemia con erbe medicinali, digiuni e preghiere. Per poi esultare: «Abbiamo sconfitto il virus grazie a Dio». Persino i funzionari dell’Oms si sono dovuti arrendere: «Non ci fanno lavorare».

Otto ore di volo da Milano o Roma, uno dei mari tropicali preferiti dagli italiani. Prima della pandemia i nostri turisti rappresentavano il 30 per cento delle 600 mila presenze registrate a Zanzibar. Primo gruppo nazionale davanti agli americani. L’isola delle foreste equatoriali, calda e soleggiata per quasi tutti i dodici mesi, ha triplicato i visitatori in cinque anni. Sulla pista del piccolo aeroporto atterrano voli da tutto il mondo. A Stone Town, città coloniale simbolo dell’isola, è nato Freddy Mercury, il frontman dei Queen peraltro rinnegato a lungo dalla sua terra d’origine perché omosessuale, morto di Aids nel 1991. Da queste parti Bill Gates, fondatore di Microsoft e secondo uomo più ricco del pianeta, possiede un atollo privato.

Un paradiso che il Covid ha rischiato di oscurare. Dopo mesi drammatici senza il turismo europeo e con gli imprenditori in ginocchio, gli stranieri sono tornati a popolare ristoranti e spiagge. Oggi per le feste natalizie gli alberghi sono pieni di avventori russi e polacchi. Non mancano francesi e tedeschi. Si vede anche qualche italiano, nonostante il governo Conte abbia vietato i viaggi extraeuropei per turismo. La Farnesina raccomanda «di evitare viaggi non essenziali nel Paese», ma gli irriducibili vacanzieri hanno firmato l’autocertificazione e ora si godono la villeggiatura tra palme e pesce arrosto.

«Abbiamo 197 camere occupate su 200, siamo pieni fino a fine marzo. Di solito chiudiamo ad aprile per la stagione delle piogge, ma quest’anno ci hanno chiesto di proseguire fino a giugno». Maurizio Leporatti è il direttore del Bravo Club Kiwengwa, la più grande struttura attualmente aperta sull’isola, di proprietà di Alpitour. Tutto procede normalmente, come spiega a Linkiesta. «Abbiamo adottato le procedure di sicurezza europee, teniamo l’allerta alta ma gli ospiti vivono come se niente fosse, ovviamente senza mascherina. Si siedono in cinque sul divano e si spazientiscono quando disinfetti il lettino in spiaggia. Non ho sentito nemmeno un cliente chiedere se ci fossero malati. I più preoccupati siamo noi che lavoriamo».

A Capodanno sono stati organizzati aperitivi sulla spiaggia e concerti fino al mattino. Così nel resto dell’isola, tra feste e veglioni. «Zanzibar è covid-free nel senso che i numeri dei contagi vengono nascosti. Ovviamente il virus c’è, ma forse è circolato in forma più lieve che altrove con un impatto limitato che ha stupito anche noi. D’altronde qui sono sempre arrivati molti turisti dall’Europa e dalla Cina». Stefano Totisco è il viceconsole onorario d’Italia a Zanzibar. Imprenditore livornese sull’isola africana dal 2001, al telefono con Linkiesta racconta lo strano caso del paradiso senza mascherine. «Viviamo in una bolla, ci abbracciamo, siamo totalmente liberi, ci siamo pure scambiati gli auguri di Natale. Quando guardo il Tg1 mi sembra di essere in un altro mondo».

La comunità italiana di Zanzibar conta quasi 700 persone tra manager e imprenditori. Oltre a diversi connazionali che decidono di svernare qui. Un’ottantina le aziende tricolori, il turismo è la specialità della casa. Nel 1992 il primo hotel aperto era italiano, così come il primo volo charter internazionale atterrato sull’isola. Resort extra lusso con suite presidenziali, ma anche piccoli alberghi immersi nel verde. Un gruppo romano ha in progetto due nuove strutture da mille camere totali. Solo un anno fa la Renco di Pesaro ha venduto per la cifra record di 20 milioni di euro “La Gemma dell’Est”, un favoloso cinque stelle con cascate e ville private. Ci sono poi diverse famiglie che si innamorano di quello che definiscono un «posto magico», decidono di trasferirsi e avviano piccole attività con i propri risparmi.

«Gli italiani hanno rappresentato il motore di sviluppo dell’isola», racconta Leporatti di Alpitour. Siamo noi i primi investitori, e anche i turisti più fedeli. «Prima del Covid – aggiunge Totisco – toccavamo le 2mila presenze a settimana. Sulle spiagge la seconda lingua non è l’inglese, ma l’italiano». Lo parlano perfettamente i beach boys, i ragazzi locali che avvicinano i vacanzieri provando a vendere una foto ricordo o un giro in barca.

Anche il Dongwe Club, quattro stelle sulla costa orientale con un lungo pontile sul mare, è al completo: le 120 stanze sono tutte occupate. «Per fortuna si lavora a pieno ritmo, tanti russi ed est-europei», spiega il direttore Giorgio Scudu. «Gli zanzibarini rimpiangono i nostri connazionali. Abituati al gran numero di turisti italiani, si chiedono quando torneranno a fare le vacanze qui. Speriamo dalla prossima estate…».

In tempi di Covid, il governo locale ha messo al primo posto l’economia. In un Paese come questo, dove la povertà è una piaga fuori dai resort, non si sarebbe potuto fare un lockdown prolungato. Le autorità temevano scontri sociali. Ad aprile e maggio le scuole sono rimaste chiuse, a giugno è ricominciata la vita di sempre. Nella comunità italiana e in quella internazionale a Zanzibar i casi di contagio si contano sulle dita di una mano, nessuno con sintomi forti.

Chi nelle ultime settimane è sceso dall’aereo ha trovato «un’atmosfera surreale». Si passa dalla paura europea agli abbracci africani. Il direttore del Bravo Club spiega lo stato d’animo degli italiani. «Ci troviamo in un limbo, non so se in paradiso. Io sono libero mentre i miei figli in Italia sono chiusi in casa. Siamo fortunati e inquieti allo stesso tempo. Sappiamo bene che qui le infrastrutture sanitarie non potrebbero reggere un peso simile a quello italiano, sarebbe un’ecatombe».

I timori non mancano. E il viceconsole Totisco spiega: «Abbiamo chiesto alle autorità di fare i test ai turisti in arrivo, ma non ci hanno ascoltato». Bloccare chi sbarca a Zanzibar non conviene. Ogni vacanziere sborsa 50 dollari per il visto, oltre alle tasse aeroportuali. Così oggi si sottopone a tampone solo chi è costretto a presentare un certificato di negatività per rientrare in patria.

D’altronde gli strumenti a disposizione per la lotta alla pandemia non sembrano molti. A novembre in Tanzania, 45 milioni di abitanti, si facevano un centinaio di test al giorno, stando a quanto ha dichiarato il professor Joachim Osur di Amref. Altro che vaccino. «Qui ci si cura con le piante medicinali – racconta il viceconsole Totisco – In moltissime case di Zanzibar le persone hanno fatto i fumenti con acqua calda ed erbe. Mettevano la testa dentro un secchio coprendolo con un lenzuolo, poi respiravano. È una specie di aerosol contro il virus». Hakuna matata, nessun problema.

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