Il secondo cerchioCinquestelle e Pd sono alleati soprattutto nella ricerca di una nuova identità

I ministri tecnici del premier già lavorano e i ministri politici già fibrillano. E mentre Zingaretti cerca di accreditare l’incredibile teoria secondo cui l’operazione-Draghi sarebbe andata in porto grazie alla tenuta del patto con il M5s, i partiti si affannano a trovare un riposizionamento

Photo by Hans-Peter Gauster on Unsplash
Tutti infelici tranne Draghi: ecco la fotografia del dopo-insediamento del nuovo governo. Ogni partito ha i suoi guai, mentre il premier, libero da ogni ipoteca e osservanza, è al lavoro sul programma che presenterà mercoledì mattina al Senato.
E, risolti in un modo o nell’altro i problemi sui nomi dei ministri (mentre ovunque infuriano le battaglie su quelli dei viceministri e sottosegretari, un classico), ecco che i partiti già s’interrogano sulle proprie prospettive, in qualche caso plumbee (Movimento Cinque stelle), o vaghe (Partito democratico), tutte da scoprire (Italia viva, +Europa, Azione) o di riposizionamento (Lega, Forza Italia). Solo il partito di Giorgia Meloni appare piuttosto tetragono, immobile rispetto alle novità della situazione, auto-relegatosi in una posizione politicamente marginale tendente all’irrilevanza (ieri Massimo Giannini, per dare un’idea di questa condizione, ha paragonato la Meloni a Giorgio Almirante).
Insomma, anche a livello di analisi politica si conferma l’impressione di un governo a due cerchi. Quello più ristretto è nella sostanza “il vero”, cioè la squadra “draghiana” dei tecnici che faranno riferimento al presidente del Consiglio e che presidiano i ministeri-chiave; e poi c’è il secondo cerchio, quello dei rappresentanti dei partiti, il cui ruolo in alcuni casi sarà importante (il primo a muoversi è stato Andrea Orlando che ieri ha subito convocato le parti sociali per accostarsi al nodo del blocco dei licenziamenti) e in altri poco o nulla. Ed è un secondo cerchio che già fibrilla.
È chiaro a tutti che il problema più grande, anzi enorme, è quello che attanaglia un Movimento Cinque stelle uscito molto scosso dalla soluzione della crisi. La creatura di Beppe Grillo ha dovuto inventarsi di tutto pur di stare in tre governi diversi, prima con la Lega, poi con il Pd, poi con la Lega e il Pd e pure Forza Italia: neppure Fregoli avrebbe retto. Il minimo è stato che la base finisse con il non capirci più niente di queste alchimie di potere degne dell’Italia liberale o, ancora meglio, della Francia della III Repubblica, una deriva fra il cinismo e l’anarchia, tra protagonismi personali e smarrimenti esistenziali di tanti parlamentari per caso, in uno slalom fra credenze e convenienze, fedeltà e tradimenti come in un brutto feuilleton ottocentesco.
Il declino è possibile, forse probabile. È l’ora del grande ripiegamento – Lenin parlava di “scienza della ritirata” – in cerca di un riparo decente nel crepuscolo della stagione populista. Non sarà facile.
L’idea di Luigi Di Maio, ritornato di fatto il capo politico (anche se la carica è stata abolita) del Movimento, è quella di salvare il salvabile, scontando un dissenso evidente ma tutto sommato gestibile (la previsione, forse ottimistica, è di una ventina di parlamentari contrari a Draghi) e di certo benedicendo la sorte che ha voluto che l’eterno rivale Alessandro Di Battista si staccasse dal M5s pur senza fondare un “movimentino” dissidente.
Il ministro degli Esteri, che è riuscito a salvare per la terza volta la poltrona alla Farnesina – per quanto sia chiaro che ora la politica estera la farà un signore che si chiama Mario Draghi – immagina per il suo partito una specie di spostamento al centro con una spruzzata di verde, scalando tutto lo scalabile del Potere, e costruendo secondo una logica da scuola elementare un’intesa cordiale con la sinistra presidiata dal Pd zingarettiano mentre il centro è uno spazio ancora libero: per un M5s di governo, appunto. Anche se questo susciterà dissensi alla base, sui quali Dibba potrebbe costruire qualcosina ma niente più, la strada è quella della normalizzazione.
Questa alleanza concepita così semplicisticamente con il Pd verrebbe suggellata alle Amministrative attraverso un gioco di scambi, che prevede l’appoggio grillino a Beppe Sala a Milano e quello dem a Roberto Fico a Napoli (dove nel frattempo è ufficialmente sceso in campo il nome pesante di Antonio Bassolino che ha messo in imbarazzo il Pd napoletano), mentre a Torino e Roma la partita è ancora tutta da scrivere.
I giornali danno notizia della probabile scesa in campo nella Capitale di Roberto Gualtieri, rimasto fuori dal governo, un nome molto forte che il Pd contrapporrebbe a Virginia Raggi e a Carlo Calenda (oltre al candidato della destra che al momento pare sia un manager che si chiama Andrea Abodi). Un guazzabuglio che il M5s deve sciogliere, perché, messa così, a Roma l’alleanza strategica con il Pd salterebbe prima di nascere.
Alleanza i cui bulloni sono stati stretti al massimo dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che a questo fine ha partorito una ricostruzione dei fatti molto di comodo, secondo la quale l’operazione-Draghi sarebbe andata in porto grazie alla tenuta dell’alleanza Pd-M5s-LeU. A parte che questi ultimi due partiti si sono spaccati proprio su Draghi, la verità è che ciascuno ha giocato per conto suo (anzi, i dem hanno giocato per Giuseppe Conte, e si è visto com’è andata a finire). Ma, dietro l’unanimismo di facciata, in realtà al Nazareno è partita sottotraccia una discussione su che senso abbia puntare tutto su un partito indebolito e forse sul viale del tramonto.
Come ha scritto Marianna Madia, partendo dalla incredibile figuraccia sulla esclusione delle donne dem dal governo, «appaltare il green ai Cinque stelle, la protezione sociale a Leu, i temi dell’economia e della crescita a Carlo Calenda o Italia Viva, ci riduce al partito della responsabilità degli equilibri generali, troppo lontano, troppo al di sotto della missione storica per cui siamo nati». È il cuore di una futura discussione congressuale. Quando sarà. Ma il problema è ormai squadernato.

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