Il blocco di partenzaUna delle prime sfide del nuovo esecutivo sarà la proroga (o la revoca) del divieto di licenziare

Il radicale provvedimento, che in tutta Europa ha preso soltanto l’Italia, scade il 31 marzo. Ma molti economisti si interrogano sull’opportunità di prolungare una norma che cristallizza un mercato del lavoro che avrebbe invece bisogno di un aiuto a rinnovarsi. E che ha penalizzato, un’altra volta, i precari e i meno garantiti

Photo by Andrés Canchón on Unsplash

La domenica non è un giorno di riposo per il nuovo ministro del Lavoro Andrea Orlando, che a meno di 24 ore dal giuramento ha convocato i sindacati. La proroga del blocco dei licenziamenti sarà infatti la prossima riserva da sciogliere per il neonato governo Draghi, ora che i dicasteri sono stati assegnati. La scadenza del 31 marzo pende sulla testa dell’esecutivo, insieme alla proroga fino ad altre 26 settimane della cassa integrazione Covid rimasta invischiata con il decreto Ristori 5 nelle maglie della crisi di governo.

Già dopo la giornata di consultazioni con le parti sociali si intuiva che Mario Draghi era stretto tra due fuochi: da un lato Confindustria, contraria a un nuovo provvedimento generalizzato per tutte le imprese e tutti i settori; dall’altro i sindacati, che lo invocano come unico rimedio alla «bomba sociale» che altrimenti esploderebbe.

«Nessuno vuole fare macelleria sociale», ha precisato il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, convocato invece per martedì 16 febbraio, «dobbiamo invece graduare l’uscita dal blocco prolungando la cassa Covid per le aziende in gravi difficoltà ma togliendo i vincoli alle altre».

Ma i sindacati hanno subito alzato le barricate: «Il blocco dei licenziamenti è una misura necessaria e va prolungata fino alla fine dell’emergenza sanitaria», ribadisce anche a Linkiesta la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan. «Non possiamo aggiungere alla paura dei contagi anche quella di perdere il lavoro».

Cosa decideranno Draghi e il suo emissario Orlando lo sapremo nei prossimi giorni. Ma non è certo una sorpresa che l’ex numero uno della Banca centrale europea guardi con scetticismo all’estensione generalizzata del blocco. Solo due mesi fa scriveva insieme ai colleghi del think tank economico G30 che i governi dovrebbero «incoraggiare» non solo le trasformazioni aziendali, ma anche «aggiustamenti nel mercato del lavoro». Che tradotto significa lasciare che i dipendenti delle realtà in crisi vengano licenziati, per favorire il rilancio aziendale. Certo, con una rete di protezione sociale che faciliti la riqualificazione e il reinserimento nel mercato del lavoro.

Il divieto di licenziamento è stata una delle misure più radicali per fronteggiare l’impatto economico e sociale della pandemia. Non stupisce che l’unico precedente risalga all’immediato Dopoguerra, tra l’agosto del 1945 e l’aprile del 1946, motivato dalla sconfitta bellica e dalla distruzione di quasi tutto il sistema produttivo nazionale.

Fin dalla sua introduzione il blocco (un unicum in Europa) ha suscitato feroci dibattiti: per alcuni una misura indifferibile per evitare abusi in tempi eccezionali e scongiurare una strage di lavoratori, per altri una restrizione dannosa che succhia ossigeno alle imprese già prostrate dalla crisi. Qualcuno forse ricorderà lo slogan con cui il provvedimento fu emanato in principio: «Nessuno perderà il lavoro» per colpa del Covid, era stata questa la rassicurazione dell’allora ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Una frase invecchiata male e molto in fretta.

«Il blocco è un palliativo con una valenza perlopiù simbolica», dice a Linkiesta Andrea Garnero, economista all’Ocse presso il dipartimento Lavoro e Affari Sociali, «che tra l’altro non ha impedito alla diga di rompersi». Provocando un’ondata di disoccupati, checché ne dicesse Gualtieri.

Dopo il momentaneo recupero messo a segno tra luglio e novembre l’occupazione è infatti tornata a calare a dicembre, con un’emorragia di 101mila lavoratori. Per giunta un crollo quasi tutto al femminile: di questi sono 99mila le donne e solo 2mila gli uomini. Per un totale di 444mila posti di lavoro bruciati nell’arco di tutto il 2020. Cinquanta occupati all’ora, due contratti dissolti al minuto.

Alcuni replicano che il blocco dei licenziamenti ha tamponato una perdita che sarebbe altrimenti stata ancora più dolorosa (600mila licenziamenti evitati, secondo la stima preliminare di una ricercatrice di Bankitalia). E che in mancanza di politiche attive, i lavoratori licenziati non avrebbero avuto via d’uscita. «Il nostro personale nei centri per l’impiego è 1/7 di quello francese, 1/17 di quello tedesco, né funziona bene la collaborazione con le agenzie private accreditate», commenta ancora Annamaria Furlan. «Ecco perché è stato essenziale mantenere il blocco dei licenziamenti, con le deroghe previste in caso di fallimento delle aziende».

Ma non manca chi sostiene che lo scudo sia stato più robusto del colpo da parare. «Il divieto è stato un provvedimento ridondante», secondo Andrea Garnero, «con una cassa Covid generosa e senza costi aggiuntivi l’impatto sull’occupazione sarebbe stato limitato. Finché i salari vengono “nazionalizzati”, per dirla come il presidente francese Macron, un’impresa non ha vantaggio economico a licenziare i propri dipendenti». In sostanza il costo del lavoro viene quasi interamente trasferito alle casse dello stato. Tanto più che licenziare per un’impresa è costoso, in termini di procedure, Tfr, indennizzi e possibili ricorsi.

Insomma, in un mercato già ibernato da Cig, misure di supporto alla liquidità e proroga delle scadenze fiscali, forse la temuta strage di lavoratori sarebbe stata controllata, anche senza blocco dei licenziamenti. Forse. Certo, guardando ai dati Eurostat sulle procedure di bancarotta, il sospetto viene, considerando che in Italia, come nel resto d’Europa, i fallimenti sono crollati di diverse decine di migliaia rispetto al 2019. Nel corso della peggiore recessione della storia repubblicana.

E il dubbio rimane anche osservando l’andamento dei licenziamenti in altri Paesi europei dove le imprese avevano accesso a uno strumento comparabile alla cassa integrazione (senza però il divieto di licenziare). In Francia, per esempio, non si vede nel corso della prima ondata della pandemia alcun aumento dei licenziamenti, mentre nel Regno Unito – che da fine aprile ha messo in piedi dal nulla una forma di cassa integrazione, il Coronavirus Job Retention Scheme – l’aumento dei licenziamenti è stato relativamente limitato. È pur vero che Francia e Regno Unito hanno erogato la cassa integrazione senza i ritardi vissuti da molte imprese italiane.

Una cosa è certa: il blocco dei licenziamenti non fa che accentuare il dualismo insito nel mercato del lavoro italiano, tra chi un paracadute ce l’ha e chi invece se lo sogna. Lo dimostra il tonfo degli autonomi, con oltre 209mila occupati in meno nel 2020 (la metà della cifra totale). E lo dimostra il numero dei contratti a termine andati in fumo (-393mila in un anno), a scapito soprattutto dei giovani, mentre il saldo annuale dei contratti a tempo indeterminato resta positivo (+158mila). Questo perché privare le imprese della valvola dei licenziamenti incrementa il rischio per chi ha un contratto a tempo determinato di non vederselo rinnovare.

Che sia stato solo un vessillo o una misura imprescindibile, il blocco dei licenziamenti non può in ogni caso durare per sempre. E c’è un punto su cui concordano tanto i sindacati quanto Confindustria: la questione dei licenziamenti è legata a doppio filo alla riforma degli ammortizzatori sociali. «Non chiediamo una proroga sine die (del blocco, ndr)», ha detto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, dopo le consultazioni, «ma fino a quando non avremo contestualmente approvato una riforma degli ammortizzatori sociali universali».

Un progetto ambizioso che l’ex ministra del Lavoro Nunzia Catalfo aveva già preso in carico, nominando una commissione di esperti l’estate scorsa. Con risultati deludenti, per via delle divisioni nella maggioranza e della limitata forza politica, buttando al vento tempo che il governo ha comprato a caro prezzo, sulle spalle di lavoratori giovani e donne. Come dire che la politica ha messo il mercato del lavoro in freezer e si è seduta sul divano invece di accendere il forno.

Ma come si può subordinare la rimozione del divieto di licenziare al parto di una riforma che, fra i tempi di disegno, legiferazione e attuazione, potrebbe richiedere uno o due anni?

«Non dobbiamo smantellare e ricostruire un sistema che in buona parte tutela e funziona, ma affrontarne con serietà le lacune», precisa Annamaria Furlan. «Se per riforma degli ammortizzatori sociali si intende la semplificazione delle procedure, il miglioramento della Naspi e soprattutto l’estensione della cassa integrazione ai datori di lavoro sotto i 6 dipendenti, gli unici esclusi, tutto questo si può realizzare in poche settimane di confronto».

Una questione non da poco quella delle microimprese, che finora hanno usufruito della cassa Covid pagata dallo Stato, ma che in prospettiva dovrebbero entrare in un sistema finanziato per via assicurativa e mutualistica. Come pure la protezione degli autonomi, per cui la legge di bilancio 2020 ha istituito per la prima volta una forma di cassa integrazione.

Per non perdere tempo, si dovrà inevitabilmente procedere per gradi. «È essenziale capire cosa la ministra Catalfo ha lasciato sul tavolo, valutarne la qualità e lo stato di avanzamento e approvare in pochi mesi almeno parte della riforma», spiega Andrea Garnero. E nel frattempo? «Nel frattempo rimuovere con gradualità il blocco dei licenziamenti, partendo dall’industria e prolungandolo invece nel settore dei servizi». Che poi è all’incirca quanto propone Confindustria.

Senza dimenticare il nodo politiche attive e centri per l’impiego. «Manca il personale, manca la struttura, manca il modus operandi. C’è una sola cosa da fare con serietà: lo Stato deve andare “in stage” dalle agenzie private», ammette Garnero. Sia per fornire servizio immediato a chi ne ha bisogno, sia per il trasferimento del know-how. In attesa di mettere in piedi un sistema pubblico davvero efficace.

Una “exit strategy” pragmatica, insomma. Per togliere il mercato del lavoro dal freezer in cui l’abbiamo lasciato.

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