Sindrome di StoccolmaPerché gli italiani, ancora per poco, sono attaccati a Giuseppe Conte

L’ex premier è ancora gradito a due cittadini su tre, per coincidenza la stessa quota di chi non ha letto un libro o un giornale. Permane ancora l’immagine popolare di colui che ha fatto del proprio meglio per il Paese, mentre nel Mezzogiorno il legame con la popolazione è dettato dalle logiche assistenzialiste che hanno caratterizzato il suo governo

La Presse

Il recente sondaggio svolto da Demos commissionato da La Repubblica e svolto nei giorni dal 3 al 5 febbraio vede ancora consistente il consenso nei confronti di Giuseppe Conte, nonostante la volata di Mario Draghi che si piazza al primo posto. In alcune interviste raccolte dal servizio pubblico nelle strade di Napoli l’ex Presidente del Consiglio sembra permanere nel cuore di molti cittadini partenopei.

La propaganda dei mesi scorsi, l’attacco sferrato da Matteo Renzi e la caduta fragorosa del governo giallo verde vissuta da molti con preoccupazione per la situazione del Paese, ancora avvinto nella spirale dei contagi e nello stop and go dei colori assegnati alle regioni, rivelano una liaison dura a morire verso “l’avvocato del popolo” che ha saputo nei mesi scorsi allontanare da sé molte responsabilità.

I ritardi che si registrano nella campagna vaccinale sono stati esclusivamente riversati sulle aziende produttrici, i contagi addebitati all’irresponsabilità dei cittadini, aperture e chiusure intermittenti di esercizi commerciali e scuole caricate sui governi regionali, pur non immuni da colpe gravissime, la lentezza di ristori e di altri ammortizzatori sociali ascritta alla crisi di governo deflagrata soltanto da un paio di settimane.

Di Conte permane ancora l’immagine popolare di colui che ha fatto del proprio meglio, di una persona perbene che si è sacrificata alla politica, di un infaticabile lavoratore nell’interesse del Paese colpito dalla pandemia, di colui che ha portato a casa 209 miliardi del Recovery Fund, contendendoli ai paesi frugali – risultato riconducibile invece al fatto che la crisi italiana è la più grave tra i paesi dell’Unione Europea -, della vittima di un complotto ordito dall’odiato Matteo Renzi, del Giobbe messo alla prova da Dio e che si è ritrovato su una piazza a ricordare ad una folla di microfoni posti su un tavolino traballante che «è vivo e lotta insieme a noi». Un re Lear sconfitto per il troppo amore donato ai propri figli.

Tale vulgata, è proprio il caso di dire, prevarrebbe ancora in una certa parte degli italiani, quelli ovviamente non schierati con la Lega o con Fratelli d’Italia, che guarda caso coincide con quanti non hanno letto un libro o un giornale, come segnalato dall’Istat che, su dati del 2018, ha rilevato come soltanto il 40,6 per cento degli italiani legga almeno un testo all’anno ed una famiglia su dieci non ha libri in casa. La lettura risulta molto più diffusa nelle regioni del Nord: ha letto almeno un libro il 49,4 per cento delle persone residenti nel Nord-ovest e il 48,4 per cento di quelle del Nord-est. Al Sud la quota di lettori scende al 26,7 per cento mentre nelle Isole si conferma una realtà molto differenziata tra Sicilia (24,9 per cento) e Sardegna (44,7 per cento). Il 31 per cento delle famiglie possiede non più di 25 libri e il 64 per cento ha una libreria con al massimo 100 titoli.

C’è da chiedersi dove siano finiti gli oltre settantacinquemila libri pubblicati nel medesimo anno più le decine di migliaia edite sino ad oggi oltre, ovviamente, che nelle librerie affollate che ormai fanno da sfondo ai volti di molti opinionisti intervistati a distanza. In qualche caso, tuttavia, dove le immagini lo hanno consentito, in qualcuna di essa abbiamo intravisto anche raccolte enciclopediche di non illustrissimo livello e molti libri d’arte, probabili strenne natalizie inviate da banche o istituzioni, mai sfogliati. Le poche librerie che risultano credibili sono quelle, disordinatissime com’è giusto e normale quando sono vere, che segnalano l’uso quotidiano dei testi ed il livello di aggiornamento del proprietario, di lignaggio culturale variabile, ripreso dalla webcam. Da qualche indiscrezione si apprende che in alcuni casi l’intervistato poco dotato di dorsi e pagine proprie, ricorra a qualche amico compiacente che gli presta la location, per non sfigurare nell’occasione di visibilità che viene offerta.

Di questo passo, se la tendenza non si dovesse invertire, qualcuno potrebbe ricorrere alle colorate collane cartonate, vuote di ogni contenuto, che i negozianti di mobili utilizzano per pubblicizzare i propri scaffali dalle molteplici forme e materiali.

Né sembra andar meglio per i quotidiani di cui l’Istat rivela che: «L’abitudine alla lettura dei quotidiani riguarda meno della metà della popolazione: nel 2018 il 38 per cento delle persone di 6 anni e più, infatti, legge quotidiani almeno una volta alla settimana. Erano più del 52 per cento nel 2012. La lettura dei giornali è prerogativa degli adulti, e in particolare dei “tardo-adulti”: solo il 13.1 per cento dei ragazzi dagli 11 ai 14 anni ne legge almeno uno in una settimana, si sale al 28.1 per cento tra i 20-24enni, i lettori di quotidiani diventano poco meno del 40 per cento tra i 35-44enni, mentre raggiungono la quota più alta tra gli ultra 65enni. I giornali continuano ad esser più letti più dagli uomini e dai residenti nelle regioni del Nord. I non lettori si concentrano fra gli abitanti del Sud con il 69.6 per cento più di 10 punti percentuali in più rispetto agli abitanti delle regioni del Nord-Ovest, tra i bambini, gli adolescenti e i giovani fino ai 34 anni. Le donne che non hanno mai aperto un quotidiano sono più degli uomini: 65.9 per cento contro 55.9 per cento».

Secondo i dati pubblicati da Audipress la lettura dei quotidiani online è cresciuta molto durante la pandemia, ma lascia qualche dubbio il tempo medio di pochi minuti dedicato all’approfondimento. Quindi: una scorsa veloce ai titoli e poi via sui social dove spesso i contenuti sono più leggeri e accattivanti per tastiere di esperti in ogni materia.

Su tutto, il tasso di analfabetismo funzionale che rivela come i dati più attendibili sul fenomeno del fenomeno in Italia sono quelli dell’indagine Piaac-Ocse del 2019. Secondo tale statistica, nel Bel Paese il 28 per cento della popolazione tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale. È un dato tra i più alti d’Europa, eguagliato dalla Spagna e superato dalla Turchia, al 47 per cento. Il Covid 19 ha peggiorato la situazione, come rilevato nel corso della Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione svolta l’8 settembre scorso. Toccante sul tema è la storia dell’alfabetizzazione reperibile nel bel reportage di Francesco Erbani su Internazionale.

Se anziché arrovellarsi su come spendere 209 miliardi, rimestando nei cassetti dei ministeri, il governo presieduto da Giuseppe Conte avesse preso in considerazione l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, inserita, insieme all’educazione alla legalità, come argomento di colloquio nel corso degli esami di maturità, avrebbe scoperto quali siano le emergenze mondiali che si riflettono anche sull’Italia e ci avrebbe risparmiato le indecenti pantomime degli Stati Generali mai conclusi, del Piano Colao, scomparso dai radar e che forse, con ben diversa attenzione, sarà utilizzato insieme al suo autore come risorsa conoscitiva dal nuovo governo che sta per nascere sotto i migliori auspici.

Ma anche tra le tante perplessità circa un rinnovato ruolo del Movimento Cinque Stelle, folgorato al 60 per cento sulla via di Damasco/Rousseau, ma sinceramente discutibile, ad avviso di chi scrive, in qualsiasi forma e maniera, con particolare riferimento al Ministero della transizione ecologica, che si vorrebbe copiare dalla non felicissima esperienza francese al riguardo, di cui scriverò presto, ma non qui e non ora.

Il quadro desolante di ignoranza e disinformazione spiega allora il consenso di cui ancora gode Giuseppe Conte che, pur declinando nel volgere dei prossimi giorni, lo accompagnerà lungo il sentiero dell’oblio su cui il Partito Democratico e il suo stesso Movimento lo hanno ormai sospinto. E, per favore, si evitino similitudini con la storia politica di Romano Prodi non paragonabile in alcun modo con quella dell’avvocato del popolo, per formazione, cultura e statura politica. 

Tuttavia, l’attaccamento residuo a Giuseppe Conte ha basi reali e psicologiche. Sul piano reale esso si collega alla preoccupazione nel Mezzogiorno di perdere un patrono incline a mantenere con il proprio governo, sostanzialmente pentastellato, logiche assistenzialiste tanto care in quella parte del Paese: reddito di cittadinanza senza particolari restrizioni o accurati “paletti” e controlli, pensioni a quota cento, cultura amicale di non elevato profilo, possibilità di arrivare a lui da strade diverse – non ultima quella ecclesiastica di seconda fila -, un’intera categoria professionale inventata dal nulla, i navigator, che nulla ha cambiato nel delicato meccanismo del mercato del lavoro, e delle politiche attive su cui fior di lavoristi ben più qualificati hanno fallito, esplicite promesse di nazionalizzazione degli asset del Paese – Alitalia, ILVA, Monte dei Paschi di Siena ed altro – con il portato di garanzie date alle organizzazioni sindacali, circa un’occupazione improduttiva ma foriera di largo consenso nel consueto futuro a breve della politica italiana.

Tentazioni antistoriche fondate non sul decollo delle aziende pubbliche mediante un management di livello internazionale e alleanze transnazionali strategiche, quanto piuttosto sull’affidamento a quella periclitante residua cassaforte nazionale della Cassa Depositi e Prestiti il cui “tesoro” è costituito dai risparmi postali di milioni di italiani non adusi ad altre forme di cautela per il futuro e un malinteso utilizzo delle risorse europee di ieri – non spese – di oggi e di domani.

Da qui a configurare i sintomi di una preoccupante sindrome di Stoccolma il passo è breve. Il rischio è stato accresciuto dal percorso flagellato dalla pandemia che ha configurato un rapporto di dipendenza psicologica nei confronti di chi aveva nelle proprie ed uniche mani il destino di milioni di persone, di centinaia di migliaia d’imprese, di operatori commerciali e di milioni di studenti e loro famiglie, tutti dipendenti da un DPCM emanato all’ultimo minuto, brandendo bastone e carota, tenendo gli italiani sempre sul filo del rasoio e con il fiato sospeso.

«Todo modo para buscar la volutad …popular» parafrasando il titolo degli esercizi spirituali redatti da Sant’Ignazio Loyola nel 1548, divenuto famoso con l’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia del 1971, approdato sugli schermi due anni dopo per la regia di Elio Petri e le interpretazioni di Marcello Mastroianni, Gian Maria Volonté e Mariangela Melato. Una storia che finisce male nel romanzo, malissimo nel film e peggio oggi nella politica italiana.

Per sindrome di Stoccolma si intende, volgarmente, uno stato d’animo di dipendenza da un soggetto che detiene il controllo di una certa situazione di grave sofferenza e che, anziché generare scatti di ribellione, spinge a sentimenti di ricerca di protezione e di sottomissione. Per quanto non definita dai manuali di psicologia e in alcuna classificazione diagnostica in psichiatria, l’espressione è diventata comune a partire da un episodio verificatosi nella capitale svedese nel 1973. 

Il 23 agosto l’evaso Jan Eric Olson tentò una rapina in banca durante la quale prese in ostaggio cinque persone. Per oltre 6 giorni tuttavia evitò ogni maltrattamento e si adoperò per i bisogni più urgenti delle sue vittime. Il rapporto psicologico che si sviluppò divenne un caso di studio anche a motivo delle successive dichiarazioni degli ostaggi che, dopo la liberazione ad opera della polizia, in più occasioni presero le difese del criminale fino al punto che di uno essi ebbe a dire di pensare a lui come “ad un dio di emergenza”. Gli psichiatri svedesi spiegarono che si era instaurato un rapporto morboso di gratitudine da parte degli ostaggi per il semplice fatto che Olson aveva risparmiato le loro vite e provveduto alle loro necessità con modi rassicuranti. 

Affermarono inoltre che tale ambiguo sentimento si estese fino a considerare la presenza della polizia una minaccia alla propria incolumità, maggiore di quella esercitata da Olson. Alcuni altri casi si verificarono successivamente: nel 1974 Patricia Hearst, figlia di un notissimo imprenditore statunitense, dopo essere stata rapita divenne poi complice dei rapitori, sedicenti esponenti dell’esercito di liberazione simbionese, in altri crimini.

Giovanna Amati, nel 1978, si disse che fosse innamorata di uno dei propri sequestratori; altri casi rimasti in bilico tra il plagio e la manipolazione hanno poi affascinato gli esperti e dato vita ad una notevole letteratura e filmografia. Resta il fatto che secondo gli archivi FBI, circa l’8 per cento dei sequestri americani ha presentato dinamiche psicologiche riconducibili alla sindrome di Stoccolma. Recentemente se ne è parlato in occasione della conversione all’Islam della cooperante di Africa-Milele Onlus, Silvia-Aisha Romano, sequestrata dai fondamentalisti nel 2018 e liberata nel 2020 con Conte e Di Maio ad attenderla a Ciampino in grande spolvero. La cronaca quotidiana e studi recenti ravvisano anche nella minima quantità di denunce da parte di donne maltrattate, in molti casi divenute poi vittime di femminicidio, sintomi della dipendenza psicologica, collegata spesso a quella economica, da parte di compagni violenti anche nei confronti della prole.

In sintesi, lo stato di gravissima precarietà e di preoccupazione per il destino proprio o dei propri cari può anestetizzare l’istinto di rivolta e generare sentimenti ambigui e talvolta perversi; se poi tale atteggiamento si tramuta, in mancanza di vie d’uscita praticabili, nell’accettazione passiva di una leadership paternalista e peronista espressa a livello governativo, l’effetto ne risulta ingigantito e influenza il sistema sociale, contagiando più generazioni come ancora oggi di Benito Mussolini taluni amano dire che “fece pure buone cose”.

L’equazione paura/rassicurazione/amore/controllo/ è alla base della nascita e della durata di molte dittature e sorprende che uno stimato sociologo di sinistra come Marco Revelli, che pure tanto ha scritto sul populismo, non ne abbia rilevato traccia nel secondo governo di Giuseppe Conte, unendosi piuttosto al coro di coloro che hanno inteso criminalizzare quanti ne hanno provocato/accelerato la caduta. Non volendo proseguire oltre in arditi paragoni che si sarebbero potuti concretizzare nel caso di prolungamento della più discutibile esperienza di governo della storia repubblicana (e di cui ho scritto per mesi su queste pagine) mi limiterò a ricordare quanto ancora oggi sia vivido il grato ricordo dei napoletani nei confronti dell’armatore monarchico e fascista Achille Lauro già condannato dal tribunale americano di occupazione nel 1943 e poi assolto in appello nel 1945, in clima di incombente guerra fredda. 

È stato definito ispiratore del “laurismo” sintesi di un esteso e ramificato sistema di interessi imprenditoriali, politici e sportivi su cui convergeva un largo consenso di stampo populista. Fu sindaco due volte negli anni ’50 e deputato nazionale. Al suo funerale nel 1982 parteciparono oltre tremila persone e il sindaco comunista Maurizio Valenzi gli rese omaggio, scatenando un putiferio di polemiche nel partito e in tutto il Paese. Ci sono convergenze che vengono da lontano. Per farla breve, ad Achille Lauro viene attribuita l’intuizione di donare la scarpa destra prima delle elezioni e quella sinistra successivamente all’esito del voto. A lui si ispirò nel 1963 Francesco Rosi nel film “Le mani sulla città”, forse l’opera cinematografica maggiormente predittiva dello sviluppo disordinato ed opaco dell’Italia di quegli anni, a cui tuttavia il regista volle premettere la seguente didascalia: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce».

Quanto durerà la memoria di Giuseppe Conte nel popolo italiano? Leggende e canzoni neo melodiche, tema di cui è esperto l’attuale presidente della Camera dei Deputati che ne ricavò la tesi di laurea, lo ricorderanno nei vicoli e nelle periferie delle città più disperate del Sud? Ci sarà di lui una cornice senza ritratto nella galleria di Palazzo Chigi? Quanti dei suo eventuali tardi epigoni oseranno esibire una candida pochette che così poca fortuna ha portato al suo sofisticato indossatore? Non lo sappiamo e forse non ci interessa saperlo. 

Sfumata anche l’ambizione della cattedra alla Sapienza, invitiamo il professor Giuseppe Conte a glissare durante le lezioni di Diritto Privato che con indubbia eleganza terrà per molti anni ancora ai suoi studenti fiorentini – sublime ironia della sorte – su ogni eventuale riferimento alla propria esperienza governativa durata lo spazio di un mattino in una legislatura, la XVIII, che sembra essere infinita.

D’altronde, non è forse nella città del Poeta della cui morte in esilio celebriamo il settecentesimo anniversario, che si dispiega il ventaglio delle pene del Contrappasso immaginate nel massimo capolavoro della letteratura di tutti i tempi? Sic transit gloria mundi recita “L’imitazione di Cristo”, il testo più letto dai cristiani d’occidente dopo la Bibbia e attribuito a quel Tommaso da Kempis tanto amato da Umberto Eco.

Non c’è pace tra gli ulivi di Villa Nazareth!

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