Via della seta europeaPerché l’Ue è così interessata alla regione Indo-Pacifica

L’obiettivo di Bruxelles è siglare una nuova alleanza con i Paesi che circondano la Cina per allargare il proprio perimetro economico e frenare le mire di Pechino. Sono molti però gli ostacoli per un asse Europa-Asia, a partire dalle diverse velocità con cui si muovono i singoli stati membri

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Il futuro dell’Europa non si giocherà solo intorno ai propri confini. Anzi. Per vedere quello che accadrà dentro e fuori dall’Unione bisogna andare molto più a Est e sbarcare nella vasta e complessa regione dell’Indo-Pacifico. Intorno al cortile di casa della Cina si deciderà una parte molto importante del destino Europeo. Un destino che per essere plasmato richiede visione e strategia

L’anno pandemico ha reso non più rinviabili riforme e soprattutto decisioni che riguarderanno il posizionamento dell’Unione lontano dai propri confini. Il tema è più caldo che mai e nel biennio 2021-2022 dovranno essere gettate le fondamenta per il futuro. Il punto è come costruire l’approccio strategico di cui Bruxelles ha bisogno.

Perché ci interessa l’Indo-Pacifico
Osservare quella regione attraverso qualche dato può essere utile per capire la sua centralità strategica. Il 35% dell’export e il 45% dell’import europeo in Asia transitano per l’Indo-Pacifico e quattro dei 10 trading partner dell’Unione si trovano nella regione. Non solo. L’intera area si conferma una delle più reattive in vista della ripresa post pandemia. Secondo la Banca mondiale nel 2021 la crescita del Pil dell’Asia orientale e della regione pacifica sarà del 7,4% contro il 3,3% previsto in Europa. In più, secondo una stima contenuta in un rapporto Onu “World Economic Situation and Prospects 2021”, le economie dell’Asia orientale avranno un aumento di Pil dell’1% nel 2020 nonostante la pandemia.

La valenza strategica dell’Asia orientale è confermata anche dal fatto che negli ultimi anni l’Ue ha avviato intese relazioni bilaterali sfociate anche in accordi di libero scambio. È il caso ad esempio di quello stipulato con il Giappone nel 2018, quello con il Vietnam nel 2019 e del rinnovato processo negoziale coi Paesi dell’Asean. Tasselli di un puzzle complesso che deve tenere conto anche delle nuove esigenze emerse con la pandemia, come la necessità di rivedere le proprie catene del valore diversificando mercati e forniture e trovando un nuovo equilibrio nel rapportarsi con la Cina. 

Per tutte queste ragioni serve un cambio di passo, e di strategia, decisivo. Come spiega a Linkiesta Stefania Benaglia, ricercatrice del think tank Ceps, uno degli aspetti chiave per l’Europa è cambiare il modo di approcciarsi alla regione passando da una prospettiva Asia-Pacifica a una, appunto, Indo-Pacifica: «Si tratta di una differenza geopolitica. Quando si parla di Asia-Pacifico abbiamo una definizione più ampia mentre con Indo-Pacifico l’accento viene messo sulla dimensione marittima. Questo ha una grossa influenza perché la sfera marittima lascia più spazio ad eventuali ruoli di attori non presenti fisicamente come l’Ue e gli Stati Uniti».

L’idea è quella di migliorare la presenza nell’area, ma ragionando su come raggiungerla e su come far sentire il proprio peso nella definizione di regole e standard: «Se noi guardiamo l’Indo-Pacifico si vede che il mondo ha avuto bisogno, soprattutto a partire dal 2020, di diversificare la supply chain e di tessere una rete di rapporti più fine con più attori nella regione». 

La ricerca di una strategia comune
Il punto centrale è come l’Europa può elaborare la sua dottrina per l’Indo-Pacifico. Le forze interne all’Unione non vanno infatti alle stesse velocità, ma anzi si muovo in ordine sparso. Per il momento nell’Ue ci sono solo tre Paesi che hanno definito una propria strategia per la regione, la Francia, prima in assoluto nel 2018, seguita poi da Germania e Olanda verso la fine del 2020. 

Chi potrebbe però dare una sterzata in una direzione più geopolitica è Ursula Von der Leyen. Secondo quanto riportato dal giornalista e analista Noah Barkin sulla sua newsletter “Watching China in Europe” nel gennaio scorso la presidente della Commissione Ue, in occasione di un pranzo con gli ambasciatori dei 27 Stati membri avrebbe segnalato l’intenzione di cambiare l’inerzia di Bruxelles sul tema. 

L’inerzia è dovuta a vari fattori e alle diverse velocità con cui si muovono i singoli stati membri. A ottobre, scrive ancora Barkin, un gruppo di 10 Paesi ha espresso il sostegno a un approccio più ambizioso chiedendo che tutta l’Unione adotti un’agenda più assertiva per spingere meglio i propri interessi. A dicembre però sarebbe arrivata la doccia fredda dell’Eeas, il Servizio europeo per l’azione esterna, secondo il quale sarebbe meglio continuare con un approccio più neutro, una visione condivisa anche da altri funzionari di Bruxelles.

Paradossalmente queste due posizioni non sono in aperta contrapposizione e questo per due motivi. Il primo riguarda la consapevolezza. «Credo», continua l’analista del Ceps, «che qualche Paese ancora non sia arrivato a questo livello di elaborazione di una strategia». Il secondo ha invece a che fare con il posizionamento stesso dell’Ue in quel quadrante e nel mondo in generale. L’approccio neutro e allo stesso tempo più attivo possono essere considerati come le due facce della stessa medaglia: quella di una ricerca della terza via europea

Dove con “terza via” si intende un approccio alla geopolitica nei confronti della Cina che non sposi né il totale abbandono a Pechino, né la logica da Guerra Fredda immaginata dagli americani. Per Benaglia è importante che l’Ue non entri in una visione “con” o “contro”. «C’è uno sforzo grosso per portare avanti una terza via che mette insieme il fatto che la Cina è un partner economico molto importante per tutti, e un attore con cui dobbiamo tutti imparare a relazionarci, con il fatto che è allo stesso tempo un rivale sistemico». «Non è un contenimento, che ha un’accezione di opposizione e di alienazione, ma qualcos’altro che ancora non sappiamo esattamente».

Il nodo infatti è tutto sul “come” e non sul “se” adottare questo approccio. «Al momento l’Ue ha tante azioni che non sono coordinate in maniera strategica. Dare una strategia vuol dire mettere tutto insieme, parlarsi, diventare un attore globale. Questo è il più grosso passaggio che l’Ue deve fare». 

Una domanda che arriva dall’esterno
La spinta verso una strategia più organica arriva soprattutto dall’esterno, dai tanti attori regionali che chiedono una maggiore collaborazione per diluire il potere esercitato dalla Cina. È il caso ad esempio dell’India. Lo scorso novembre il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, intervenendo a un evento ha auspicato di vedere una «Ue con una strategia più definita per l’Asia» e di come questa strategia sia un fattore positivo per l’India ma anche per il mondo. 

«Mi sembra», ha aggiunto ancora la ricercatrice, «di vedere un enorme bisogno esterno di un’Ue attiva nell’Indo-Pacifico. India, Australia, Giappone, Asean in modo consistente chiedono un ruolo attivo dell’Unione perché vedono che può essere una soluzione al problema che si sta creando con una Cina sempre più attiva, e con gli Usa che voglio tirarli dentro una visione bilaterale in cui loro non vogliono entrare. In più a quei Paesi interessa il modello dell’Ue con un dna che si basa sul multilateralismo e sulla Rule of law». 

Verso una Nuova via della seta europea?
Uno degli strumenti per creare queste connessioni e definire il proprio ruolo nella regione è quello della connettività. Un tema finito nell’ombra con lo scoppio della pandemia, ma che nel breve periodo tornerà di prepotenza. È un aspetto concreto perché ha a che fare con le infrastrutture come porti, strade, reti elettriche e di telecomunicazione e serve come strumento per rendere le economie più elastiche e resistenti agli shock. 

Non a caso nel 2013 la Cina ha lanciato il grande progetto della Nuova via della Seta, nota anche come Bri (Belt and Road iniziative) sulla scia della quale l’Ue ha prodotto un primo documento nel 2018, il “Connecting Europe and Asia – Building blocks for an EU Strategy”. Oggi su quel documento si è aperta una nuova partita che vede un’Ue ancora divisa. 

La Germania ad esempio è uno degli attori più attivi nel chiedere una ridefinizione degli obiettivi. Michael Clauss, ambasciatore tedesco presso l’Unione, ha detto che serve un intervento più visibile, quasi al livello della Bri cinese. Secondo fonti diplomatiche francesi sentite da Barkin, Parigi avrebbe proposto di chiamare il progetto “Magellano” in onore del viaggiatore portoghese e soprattutto per porre un accento sulla necessità di collegare l’Europa ad Africa e America Latina. 

Altri paesi avrebbero anche chiesto un maggiore coinvolgimento della Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ma è chiaro che la spesa con soli fondi pubblici sarebbe insostenibile. Secondo una valutazione della società di consulenza McKinsey & Company, l’Asia dovrà spendere circa 1,7 miliardi di dollari l’anno fino al 2030 per mantenere l’attuale slancio economico e nei prossimi vent’anni metà della spesa globale in infrastrutture avverrà in Asia.

Ma per il momento le attenzioni della Commissione si concentrano nella ripresa post pandemica e nell’implementazione del Green new deal. In più sembra che ci sia un braccio di ferro interno tra l’Eeas e il Directorate-General for International Cooperation and Development, una direzione della Commissione che si occupa degli strumenti di aiuto esterno. Con la prima che spinge per una strategia più attiva e la seconda che teme l’approccio più geopolitico. 

Il tema rimane comunque centrale. Non a caso a gennaio il Parlamento europeo ha adottato con una larga maggioranza una risoluzione su connettività e relazioni Ue-Asia. Nel testo si evidenzia come il “potenziale economico tra Europa, Asia e altri continenti resta inutilizzato a causa della mancanza di infrastrutture fisiche e digitali”.

Per Benaglia il tema della connettività è più maturo rispetto alla ricerca di una strategia per l’Indo-Pacifico, ma come per la terza via non si pone come alternativa ai progetti di Pechino: «In questo senso non sarà una contrapposizione alla Nuova via della Seta. Parliamo di investimenti in infrastrutture nella connettività digitale ed energetica che si basano su principi diversi rispetto alla Bri, come la sostenibilità e la Green Economy». Il nodo resta comunque economico per questo con ogni probabilità «saranno tutti progetti fondati sulla partnership tra pubblico e privato».

L’assenza dell’Italia
Il prossimo tassello arriverà con ogni probabilità nei prossimi mesi quando Ue e India si incontreranno per mettere sul tavolo la riapertura dei negoziati sul Free trade agreement e sulla nuova Connectivity partnership. Quello che è certo è che su temi come la connettività e la strategia Indo-pacifica «il treno è partito, i lavori si svolgono e la discussione è in atto. Anche in Italia», conclude l’analista, «sarebbe il caso di avere una discussione interna perché questa strategia prima o poi vedrà la luce e un conto è adottare la strategia di altri, un conto è contribuire con la propria. Non dico che ci siano interessi contrapposti, ma sapere quali sono i propri obbiettivi è centrale».

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