La via dell’AseanLe tre mosse con cui l’Europa prova a giocare nel cortile di casa di Pechino

Da diverso tempo l’Unione tenta di allargare gli accordi commerciali nell’Indo-Pacifico, oltre Singapore e Vietnam, per diventare più intraprendenti nella storica sfera d’influenza della Cina. La parola chiave post-pandemia sulla bocca di molti funzionari europei è «autonomia»

Afp

È innegabile che il Covid abbia dato una scossa all’Europa. Oltre ai fronti interni, come Next Generation Eu, bilancio e rivoluzione digitale, Bruxelles ha iniziato a muoversi più attivamente anche oltre i confini dell’Ue. Questi movimenti hanno a che fare con la parola chiave post-pandemia sulla bocca di molti funzionari europei: «autonomia». Un obiettivo che mette nel mirino soprattutto la dipendenza dalla Cina e che ha spinto Ue e Stati membri a diventare più intraprendenti proprio nel cortile di casa del rivale-partner. 

La variabile dell’indo-pacifico
Le tappe di avvicinamento a questo cortile passano dall’Indo-pacifico. Una regione, e anche un concetto geopolitico, oggi di nuovo centrale. Alessio Patalano, East Asian security specialist del King’s College di Londra, ha spiegato a Linkiesta che «mentre 20 anni fa si parlava di un’ascesa dell’Asia da un punto di vista economico, oggi lo si fa in quanto spazio geopolitico, geostrategico e geoeconomico. Oggi si parla di Asia in quanto attore attivo politicamente e strategicamente nella riconfigurazione degli equilibri a livello globale». Questo implica la necessità di dotarsi di nuove strategie. 

Il primo Paese a formulare una policy per l’indo-pacifico è stato il Giappone nel 2016. L’idea era quella di un grande spazio di navigazione “libero e aperto” per un grande arco dal Giappone alle acque dell’Oceano indiano. «Poi», continua Patalano, «sulla base di quello c’è stata la National Security Strategy americana del 2017 che ha ripreso il concetto giapponese anche se lo ha presentato in chiave più securitaria e meno di connettività, prosperità e sviluppo economico». Negli anni successivi hanno poi sviluppato policy simili anche altri attori: Australia, India e Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico).

Anche in Europa qualcosa si è mosso. Nel 2018 la Francia ha inaugurato la sua policy e qualche settimana fa è arrivata anche quella della Germania. Le parole con cui il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha presentato il progetto non lasciano spazio a dubbi: «In queste aree, più che altrove, verrà decisa la forma dell’ordine internazionale basato su regole di domani. Vogliamo contribuire a plasmare quell’ordine in modo che si basi su norme e cooperazione internazionale, non sulla legge del forte», una presa di posizione che ridisegna la strategia di Berlino in modo nuovo dopo anni di vicinanza con la Cina. 

In questa fase la scelta ntensificare l’attenzione su questa area deriva dalla volontà di contenere l’assertività di Pechino. La decisione tedesca mostra tutta l’insoddisfazione per un mercato che non si è aperto del tutto. «Per la Germania la policy è una questione economica, e soprattutto nata dalla complessità della relazione con la Cina perché comunque la Repubblica popolare resta un importante partner economico per Berlino», spiega l’analista. Che questo nuovo dossier non sia un fulmine al ciel sereno è dimostrato anche dalle parole di Angela Merkel pronunciate nel 2015 a proposito delle acque contese del Mar Cinese Meridionale, il cuore dell’indo-pacifico. «Noi desideriamo», disse la cancelliera, «che le rotte commerciali marittime rimangano libere e sicure, perché sono importanti per tutti». E infatti come paese esportatore la Germania fa passare le sue merci in tutta l’area. Solo nel 2016 per le acque del Mar Cinese sono transitati 117 miliardi di dollari di merci tedesche. 

Le ragioni che muovono Parigi e Berlino sono diverse. Ma entrambe mostrano la direzione verso una possibile policy europea. «Il fatto che i due Paesi principali nell’Ue si siano dotati di una strategia per l’indo-pacifico significa che questo è un dibattito che si porrà l’Ue», spiega ancora Patalano. Berlino auspica che il suo semestre di presidenza possa dare il via alla discussione che poi sfoci in qualcosa di più organico. Quello che però è certo è che i tempi sono maturi: «Le ragioni dell’interesse europeo hanno a che fare con il controbilanciamento della Cina e soprattutto con la presa di coscienza del fatto che la contrapposizione tra Pechino e Washington avrà grandi conseguenze».

Per rendere concreto questo approccio più attivo, paper e dossier non bastano. Per ora l’iniziativa tedesca è una lettera d’intenti, ma non è detto che non possa sortire qualche effetto: «Quello che può succedere è che paesi come la Germania, sulla base di questo discorso sull’Indo-pacifico, insieme all’Unione Europea mettano in moto iniziative volte a migliorare la capacità dei Paesi all’interno degli spazi regionali dell’area per gestire la stabilità e la sicurezza». Un modo quindi per diluire il potere cinese, ma soprattuto per cercare di trovare punti di contatto con tutta l’Asia più saldi. 

A questo farebbe seguito anche una nuova stagione diplomatica. Non a caso lo stesso Maas ha aggiunto che la scelta viene accompagnata dalla volontà di migliorare e intensificare la «cooperazione con quei paesi che condividono i nostri valori democratici e liberali». Nel prossimo futuro ci possiamo quindi aspettare dialoghi più serrati con Australia, Giappone e Corea del Sud. Ma anche con i paesi dell’Asean. 

La via dell’Asean
Una diretta conseguenza di questa ricerca di nuovi partner che rinforzino il multilateralismo nella regione passa attraverso l’ombrello che raccoglie i Paesi del Sud-Est Asiatico. Da diverso tempo l’Europa tenta di allargare gli accordi commerciali oltre Singapore e Vietnam. Dopo anni le trattative potrebbero arrivare a una svolta anche grazie alla spinta della presidenza vietnamita dell’organizzazione.

Un manifesto di questa volontà è contenuto anche in un editoriale che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, Josep Borrell ha inviato a una serie di media dell’area. Nel documento Borrell spiega che la pandemia ha mostrato come l’Ue e l’Asean debbano «unirsi come “partner dell’integrazione” che la pensano allo stesso modo». «Né l’Asean né l’Ue», ha aggiunto, «sono pronte a entrare a far parte di una “sfera di influenza”. Non è la legge del più forte che deve prevalere, ma la forza della legge».

La lista di intenti indica anche la volontà dell’Ue di promuovere una «profonda integrazione economica» e «legami più stretti», che in questo caso significa accelerare proprio gli accodi di libero scambio. Nell’editoriale Borrell strizza anche l’occhio a quei Paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale minacciato dalle rivendicazioni cinesi, pur senza dominare direttamente Pechino: «Non possiamo consentire ai paesi di minare unilateralmente il diritto internazionale e la sicurezza marittima, rappresentando così una seria minaccia per lo sviluppo pacifico della regione. Qualsiasi interruzione o instabilità influisce sui flussi commerciali per tutti». 

Ristrutturare la catena 
I tentativi europei di rinsaldare i legami con l’Asean si collegano a un altro aspetto chiave della politica dell’Unione per i prossimi anni: quello della ristrutturazione delle catene di approvvigionamento. In settimana il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, parlando a un evento del think tank Bruegel, ha spiegato che l’Europa dovrà lavorare per sviluppare una migliore “autonomia strategica”. Per Michel questa autonomia deve avere tre obiettivi: la stabilità, la diffusione degli standard europei e la promozione dei valori dell’Unione. 

L’accento sta tutto sulla parola “stabilità” in particolare sull’accezione di sicurezza economica legata alla capacità di garantire le giuste forniture. Secondo Alessandro Gili, analista del Centre on Geoeconomics and Infrastructure di Ispi, «è realistico pensare a possibili fenomeni di ristrutturazione delle catene del valore a livello globale e quindi anche europeo, soprattutto per quanto concerne i beni considerati “strategici”, tra i quali naturalmente i prodotti farmaceutici e apparecchiature mediche».

Già a marzo, continua Gili, l’Ue ha adottato una strategia industriale che va in questa direzione puntando «ad acquisire un’autonomia strategica nella produzione di beni considerati essenziali per la crescita economica del futuro. Rientrano in questo campo i semiconduttori, elettronica, reti 5G, l’intelligenza artificiale, le energie rinnovabili». Un esempio è arrivato anche dal forum per gli investimenti organizzato dallo European Economic and Trade Office di Taiwan (di fatto l’ambasciata Ue a Taipei) che ha coinvolto 15 Paesi europei e durante il quale è stato messo in luce il reciproco interesse a investire. Filip Grzegorzewski, capo dell’ufficio, ha detto chiaramente che il dovere dell’Europa è quello di cambiare le proprie fonti di approvvigionamento, a partire anche dal rapporto con Taiwan. 

Una delle forniture che l’Ue vuol rivedere riguarda le materie prime, come confermato anche dal commissario per il mercato interno Thierry Breton: «Diversificando l’approvvigionamento da paesi terzi e sviluppando la capacità dell’Ue di estrazione, lavorazione, riciclaggio, raffinazione e separazione delle terre rare, possiamo diventare più resilienti e sostenibili». La Commissione ha promesso di creare una sorta di alleanza per le materie prime da presentare entro la fine dell’anno. 

Questa ristrutturazione delle catene del valore potrebbe incentivare lo spostamento delle produzioni fuori dalla Cina, riducendone così la dipendenza. «Accanto a fenomeni di re-shoring, ovvero di ritorno della produzione nel territorio nazionale, si potrebbe assistere a fenomeni di near-shoring in cui la produzione, seppur non rimpatriata, si avvicinerebbe ai mercati finali di consumo, accorciando quindi le catene del valore», spiega ancora Gili. «Tuttavia, nel breve e medio periodo è plausibile ritenere che gran parte della produzione di imprese europee in Cina non dovrebbe spostarsi, considerando anche l’importanza degli investimenti effettuati nel Paese e il relativo vantaggio competitivo in termini di costi di produzione che, seppur assotigliatosi negli ultimi anni, permane».

L’obiettivo più realistico, almeno nel breve termine potrebbe essere quello di favorire il riallocamento di alcuni segmenti produttivi nell’area Asean. I Paesi fanno gola grazie a costi della manodopera più bassi della Cina, basti pensare che nelle Filippine o in Vietnam il salario minimo è sceso di un terzo rispetto a quanto percepisce un colletto blu nel Guangdong. Il problema è che gli operai non hanno ancora il bagaglio di conoscenze di quelli cinesi, e gli stessi Paesi sono carenti in materia di forniture, approvvigionamenti e infrastrutture. Quello che però è certo è che piccoli pezzi verranno riallocati e poco alla volta l’Ue incrementerà questa sua ricerca dell’autonomia strategica annacquando la dipendenza da Pechino.

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