Perdere la famaFedez, i mitomani e chi non capisce la differenza tra Instagram e Sanremo

Il marito della Ferragni ha pubblicato per sbaglio pochi secondi della canzone che canterà all’Ariston. L’ha fatto apposta, rischiando la squalifica per farsi pubblicità? O per sbaglio? Non importa. Che siamo star dei social o discografici o giornalisti o cantanti o ministri, siamo comunque un paese di megalomani

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L’internet te la dà, l’internet te la toglie. La fama, dico.

Se sei il marito della Ferragni, la fama te la dà il matrimonio. Tuttavia, volgendo al maschile una tradizione di mogli che vogliono emanciparsi dal ruolo di moglie costruendosi una carriera, il marito della Ferragni ha avuto vari approcci alla fama in proprio, in questi anni. È stato noto come lanciatore d’insalata a una festa di compleanno organizzata in un supermercato. Poi come donatore d’elemosina in Lamborghini. Adesso, tenta di tornare alla sua primissima carriera, quella prematrimoniale, quella di cantante.

Lo fa portando un brano in gara a Sanremo, in coppia con Francesca Michielin. Negli anni Sanremo si è consolidato come il posto dove vai in gara se sei o venerato maestro (Patty Pravo, Ornella Vanoni, Loredana Berté: i venerati maestri nel pop italiano son tutte femmine), o brillante promessa bisognosa d’un palco con tantissimi spettatori per emergere (Francesco Gabbani, Mahmood, Achille Lauro), o disperato. Qualche anno fa, quando ancora faceva il cantante, fu proprio il marito della Ferragni a spiegarlo, in un’intervista che prontamente l’internet (che te la dà e te la toglie) ha tirato fuori quando è stata annunciata la sua partecipazione a Sanremo. «Forse è brutto dirlo, ma a Sanremo si va quando le cose non vanno bene. Discograficamente è così, ragazzi, è inutile che ce lo neghiamo». E chi lo nega.

Ma Sanremo si fa? Nel vostro “adesso”, cioè quando leggerete quest’articolo, impossibile saperlo. Nel mio “adesso”, proprio mentre sto scrivendo, la Rai dice che si fa ma senza pubblico e iniziative collaterali. Non vorrei essere Fiorello e dire battute al vuoto della platea, ma non vorrei neanche essere me e dover star dietro a detti e contraddetti nell’interminabile mese che manca a Sanremo. Lunedì (ieri mattina, per voi che leggete), dall’organizzazione del festival facevano sapere d’un probabile spostamento ad aprile. Ho passato la giornata a cercare di capirne il senso (ad aprile saremo meno infettivi che a marzo?), e poi la sera si faceva di nuovo a marzo.

Per non parlare dell’Instagram del povero marito della Ferragni, desolatamente vuoto di nuove quotidianità per tutto il fine settimana. È accaduto, infatti, che il marito della Ferragni – la cui principale mansione, che i collaterali siano lattuga o Lamborghini o Sanremo, è vivere in diretta – abbia pubblicato per sbaglio pochi secondi della canzone di Sanremo. Le canzoni che concorrono a Sanremo non possono essere state eseguite in pubblico prima, e quindi se ne temeva la squalifica. L’ha fatto apposta, rischiando la squalifica per farsi pubblicità? L’ha fatto per sbaglio? C’erano altri video dalla sala prove ai quali aveva accuratamente tolto l’audio: non toglierlo a uno di essi si qualifica come furbizia a scopo pubblicitario, o come distrazione equiparabile a quella dei rapper che pubblicano una foto del bigolo che volevano mandare in privato a qualche amante?

L’hanno minacciato di squalifica, e lui per due giorni ha fatto lo sciopero dell’Instagram. Per dimostrarci quanto ci sarebbe mancato, o perché intimorito dalle conseguenze? Comunque poi hanno detto che poteva restare in gara, con un comunicato in cui, lo giuro, hanno scritto che esprimevano «serio biasimo per l’accaduto».

Sanremo è Sanremo e Instagram è Instagram, ma pare evidente che non sia chiarissimo cosa sia nessuna delle due cose a molti di coloro che commentano.

Non è chiaro cosa sia Sanremo ai discografici, che ieri proponevano lo spostamento del Festival di Sanremo, quel festival per usare la parola «Sanremo» nel cui logo la Rai paga cinque milioni al comune di Sanremo; proponevano di spostarlo nel comune di Assago, il cui palazzetto è in effetti più spazioso, ma – tu pensa la stranezza – non è a Sanremo.

(Il paese in queste settimane si divide in chi non è mai stato al festival, e quindi pensa il problema sia il pubblico in sala, e chi ci è stato e sa che il problema è che il retropalco dell’Ariston è grande come il mio bagno, e anche solo i cantanti in gara già sono un assembramento).

Non è chiaro cosa sia Instagram alla Rai, che ha un regolamento di quando esistevano i dischi, che non ha previsto personaggi pubblici la cui specializzazione sia vivere senza filtri, che non ha messo in conto la morte della discografia e l’essere quindi essa Rai costretta a mettere in gara gente per cui le canzoni sono l’ultima delle occupazioni.

Federico Marchetti, fondatore di Yoox, ha raccontato d’una volta in cui andò a cena dal fondatore di Instagram portandogli in regalo una copia restaurata di Amarcord, e quello gli disse: ah, il regista di La vita è bella. Di tutte le letture che si possono dare di questo aneddoto (l’imprenditore americano buzzurro che non conosce il cinema europeo, l’imprenditore italiano spericolato che sputtana uno che non gli conviene sputtanare), quella più interessante mi sembra la nostra incapacità di adattare i codici con cui leggiamo il mondo ai tempi che cambiano.

Perché uno che fattura i cuoricini che mettiamo alle foto brutte dovrebbe conoscere Fellini? Perché uno che vende la propria immagine a scarpe da ginnastica e videogiochi non dovrebbe filmarsi mentre canta la canzone che porterà a Sanremo? Perché Amadeus non dovrebbe pretendere, dopo essersi accollato un festival in condizioni assurde, che gli facciano condurre anche i primi due festival postvirus, perché non dovrebbe porla come clausola risarcitoria? Perché i giornalisti ma pure i fan ma pure tutti tranne quelli sul palco non capiscono che Sanremo si vede meglio da casa? Perché gli italiani dovrebbero assembrarsi fuori dall’Ariston per vedere Max Gazzè? Gazzè ieri sintetizzava a Repubblica le misure d’isolamento che saranno necessarie per i concorrenti con «silviopellicazione della stanza d’albergo»: perché, che siamo star di Instagram o discografici o giornalisti o cantanti o ministri, siamo comunque un paese di mitomani?