Ultima spiaggiaIl governo Conte ha fatto più danni al turismo italiano del Covid

Con la pandemia il 90% degli hotel è rimasto chiuso, molte attività sono ormai in vendita. La politica dei ristori si è dimostrata inutile. L’appello del presidente di Federalberghi Bernabò Bocca per salvare un settore strategico

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Il 2020 è stato l’anno peggiore di sempre per il turismo italiano. La pandemia ha riportato il mercato ai livelli del 1969. Tra città d’arte deserte e alberghi chiusi, si sono registrate 236 milioni di presenze in meno. Sono stati bruciati 13,5 miliardi di euro e i cali del fatturato hanno toccato punte del 90%. Gli addetti ai lavori aspettano il vaccino e sperano nell’estate, ultima occasione per provare a limitare i danni in un 2021 già in parte compromesso.

Mancheranno i turisti americani e cinesi, quelli che aprivano il portafogli nelle capitali della cultura. Tagliati anche i viaggi di lavoro, è crollata la congressistica. E ormai molte attività sono in vendita.

Una crisi epocale per quello che, non senza retorica, viene spesso considerato il petrolio italiano. Il turismo rappresenta il 13% del Pil e prima del Covid occupava 4,2 milioni di persone. L’Italia è il Paese col maggior numero di siti Unesco ed è il quinto Paese più visitato al mondo. Una miniera d’oro, spesso trascurata.

«Nei salotti e nei talk show si racconta la storiella del turismo settore strategico, ma quando è il momento di passare ai fatti, la storiella diventa barzelletta», spiega Bernabò Bocca, torinese classe 1963, presidente di Federalberghi. «Il Grande Gatsby dell’hotellerie italiana», come lo definì Michele Masneri. Imprenditore, ex senatore di Forza Italia e titolare di 12 hotel di lusso, dieci dei quali sono fermi. Al telefono con Linkiesta fa la conta dei danni: «Oggi in Italia il 90% delle 33mila strutture ricettive è chiusa». E una su quattro rischia di non riaprire alla fine della pandemia.

Si spera negli spostamenti tra le regioni e si confida nella riapertura degli impianti sciistici, mentre le città d’arte continueranno a soffrire. «Tutti parlano giustamente dei ristoranti, a causa delle limitazioni imposte dai dpcm. Nel nostro caso non ci hanno chiuso per legge perché altrimenti avrebbero dovuto darci i soldi, che non avevano. Ma di fatto siamo stati fermi. E un albergo chiuso costa decine di migliaia di euro al mese, senza considerare l’eventuale affitto». Che in Italia viene pagato da un albergatore su due. Canoni insostenibili in un periodo come questo. Con le casse prosciugate, c’è chi si è indebitato e chi sta per riconsegnare le chiavi.

L’hotel Bernini Bristol è uno dei cinque stelle di proprietà della famiglia Bocca: 129 stanze e ristorante panoramico affacciato sulla centralissima piazza Barberini a Roma. Ha ospitato Gabriele D’Annunzio e Winston Churchill. E forse non per caso Matteo Renzi ha deciso di alloggiare qui durante i suoi primi mesi da presidente del Consiglio. «Abbiamo provato a riaprire due volte quest’anno, non ci sono clienti. Ora siamo chiusi, ma tra manutenzione e tributi continuiamo a pagare 40 mila euro al mese». Nel 2020 gli albergatori italiani hanno dovuto versare la tassa sui rifiuti e il canone Rai, peccato che nelle camere i televisori fossero spenti e gli alberghi non producessero spazzatura.

«Il governo Conte ha trovato 4,7 miliardi di euro per il cashback, ma non aveva 100 milioni per bloccare il pagamento della Tari delle strutture che non potevano lavorare».

Il giudizio di Bocca è impietoso. Parla di «un esecutivo populista che ha buttato i soldi con la logica dei bonus». Quello per le vacanze è costato 2,4 miliardi, «ma sono stati utilizzati solo 800 milioni e comunque hanno aiutato le famiglie, non le imprese».

Pochi ristori, qualche palliativo nell’ultima Legge di Bilancio. «Abbiamo chiesto invano l’ampliamento delle agevolazioni fiscali per le riqualificazioni degli hotel. Non ci hanno accordato nemmeno i prestiti a lungo termine». Il turismo interno ed europeo è uno dei comparti che può ripartire più in fretta dopo il virus, dando una scossa importante all’indotto. «Ma c’è un problema di sopravvivenza: molte aziende rischiano di fallire, i miei colleghi sono disperati».

Un settore strategico, si diceva. Talmente importante che nella prima bozza del Recovery Plan, su 209 miliardi totali, ne erano stati destinati solo tre al turismo, peraltro da spartire con la cultura. Polemiche a non finire, quindi i miliardi sono diventati otto.

Tanti o pochi? «Non si sa, nessuno ha capito nulla. Sul documento ci sono solo buone intenzioni e progetti fumosi. L’unico provvedimento chiaro è quello che incentiva il turismo nei borghi. Hanno tirato fuori una scheda di due anni fa sull’esigenza di dirottare altrove i flussi turistici dalle città d’arte, che erano strapiene. Peccato che oggi, con la pandemia, siano completamente vuote. Chi ha scritto questo piano o non capisce, o fa finta di non capire».

Intanto il paragone con gli altri Paesi è impietoso. La Germania ha messo 35 miliardi di euro sul rilancio del turismo post-Covid, la vicina Francia ne ha stanziati 15. In Italia è tutto fermo, il piano andrà totalmente riscritto per non essere bocciato dall’Europa.

Se ne occuperà il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi. «Speriamo che lo lascino lavorare…», riflette Bernabò Bocca. «Oggi il Paese ha bisogno di credibilità, la grande reputazione di Draghi renderà tutto più facile. Noi ci auguriamo che ci sia più ascolto. Col governo precedente, gli operatori dei vari settori venivano avvisati cinque minuti prima che i provvedimenti entrassero in vigore».

Con l’arrivo dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi, i più audaci sognano una nuova casa per il turismo. Da anni il cosiddetto petrolio italiano non trova una sede istituzionale ed è costretta a traslochi continui. Per molto tempo è stato rappresentato da un dipartimento di Palazzo Chigi con a capo un sottosegretario. Nel 2009 il governo Berlusconi ha riesumato il ministero del Turismo guidato da Michela Vittoria Brambilla.

Una soluzione definitiva? Macché. Col gabinetto Monti la delega è passata agli Affari Regionali per poi essere assorbita, tra il 2013 e il 2018, dal Ministero dei Beni Culturali. Con il Conte 1 il turismo è finito addirittura alle Politiche Agricole e Forestali, salvo poi tornare ai Beni Culturali col Conte 2. La stessa struttura che nel 2007 era stata guidata dall’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, autore del discusso video promozionale «Please visit Italy, please visit the website».

Una traiettoria bizzarra, che non ha valorizzato il comparto. Ormai il presidente di Federalberghi ha perso il conto: «Abbiamo girato come vagabondi tutti i ministeri d’Italia, ci mancano solo le Pari Opportunità. Siamo sempre stati ospiti in strutture altrui. D’altronde il turismo dà visibilità, tutti fanno a gara a prendere la delega senza poi far nulla per il nostro settore. Come mi diceva un grande politico, noi muoviamo molti soldi e pochi voti: i turisti non vanno alle urne qui. Vorremmo avere un ministro che parla solo di turismo, o almeno un dicastero del made in Italy. Sarebbe bello mettere insieme le nostre eccellenze, dalla moda all’enogastronomia, e promuoverle per convincere gli stranieri a venire in Italia».

Che farà Mario Draghi? «Ha posto il tema al centro della ripartenza del Paese», spiegava il leader della Lega Matteo Salvini a margine delle consultazioni. Il cammino è lungo, le priorità sembrano sempre altre. «Il turismo – riflette Bocca – viene ancora considerato un fatto di costume, non un’industria. Ma senza i turisti l’economia italiana va a rotoli. L’arrivo dei vacanzieri si dà sempre per scontato nel nostro Paese. Sembra che facciamo un favore ad accogliere le persone, peraltro con la tassa di soggiorno più alta d’Europa».

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