Economia del senso di colpaL’epoca in cui è normale chiedere al consumatore di sanare le ingiustizie sociali

Comprare su Amazon è diventato immorale, non sostenere i piccoli esercizi di prossimità è da mostri. E anche correre in aiuto al mondo dei teatri in crisi, anche se non ci si va da anni, è un obbligo. È la nuova ideologia, secondo cui tocca ai cittadini ribaltare situazioni che Stato non vuole più considerare

Immagine di Verne Ho, da Unsplash

Stanotte ho sognato l’economia del senso di colpa. C’entravano delle candele azzurre, e chissà quale dei sensodicolpismi commerciali di cui ho letto e sentito negli ultimi giorni.

L’altro giorno ero in attesa d’un collegamento con Radio 3, aspettavo che venisse il mio turno, e intanto ascoltavo Riccardo Staglianò parlare dello sciopero di Amazon. A un certo punto m’è parso dicesse che chi lavora lì non guadagna peggio che altrove, ma mi sono distratta perché, sulla mia bacheca Facebook, c’era una gara a chi era più virtuoso, di sinistra, morale, a chi più si sdegnava che qualcuno comprasse su Amazon invece che dai piccoli negozianti. Era tutt’un «ma non vi vergognate di sostenere quel mostro d’un multimiliardario in dollari».

Il povero consumatore che vuole solo la cosa che qualunque cliente di commerciante vuole – quel che desidera comprare, recapitato nel minor tempo possibile e al prezzo più basso possibile – dovrebbe dire sette Pater, Ave e Gloria per aver ordinato le lampadine on line, invece che al negozio di elettronica di corso Como.

Ma, se Amazon non paga abbastanza i lavoratori, non dovrebbe essere lo Stato che lo punisce, invece che il consumatore? E, se Amazon paga poche tasse, non dovrebbe essere lo Stato a fargliene pagare di più? Almeno quante ne pagano i negozi di quartiere, che come sappiamo bene fanno sempre semprissimo lo scontrino.

I negozi di quartiere pronti anche loro a colpevolizzarti, se per caso ti allontani dalla tua bacheca Facebook per fare un giro per strada. Cartelli ti ricordano che con la pandemia le piccole imprese sono in grande difficoltà, e tu hai il dovere di sostenerle.

E poi hai il dovere di sostenere i teatri, non ci andavi da quand’era vivo Carmelo Bene ma appena riapriranno sarà tuo dovere di cittadino solidale, perbene, colto, di sinistra, sarà tuo dovere di essere umano decente affollarli, perché il povero teatrante è stato fermo un anno, e a lui ci devi pensare tu, nell’economia del senso di colpa: altro che Stato, altro che ristori, altro che chiacchiere.

È come vivere in America, dove tutto è senso di colpa. Il senso di colpa per il tapino senza assicurazione sanitaria e con malattia terminale: vorrai mica non sentirti in colpa, vorrai mica non aderire alla raccolta fondi per farlo curare, mica puoi dire che deve pensarci lo Stato, lo sai che lì lo stato sociale non c’è.

Non c’è neanche il capitalismo, parrebbe, visto che, ogni volta che vai in un ristorante americano, se osi lasciare meno del 20 (facciamo 25) per cento di mancia il senso di colpa ti attanaglia e gli amici della società civile ti tolgono il saluto: come credi camperanno i camerieri cui hai negato la mancia? Con lo stipendio? Lo sanno tutti che lì gli stipendi dei camerieri sono sotto la soglia di sussistenza. E non dovrebbe la società civile occuparsi di far pagare decentemente i camerieri dai ristoratori? Macché: si occupa di diffondere senso di colpa relativamente alle mance.

Se non ti puoi permettere di pagare la cena un quarto più di quel che costa, non andare a cena fuori. Ma non è peggio? Se nessuno va a cena fuori, il cameriere non perde anche lo stipendio, seppur basso? Se nessuno compra da Amazon, il fantastiliardario proprietario non licenzierà un po’ di gente?

Non è come quando piove o nevica, e c’è sempre qualcuno sui social che vede dalla finestra un fattorino di Glovo e inveisce contro gli insensibili che hanno ordinato in una giornata di maltempo? Giacché il fattorino infreddolito e impoverito – di turno nella giornata di maltempo – preferirebbe senz’altro congelarsi inoccupato in attesa di ordini che non arrivano, che guadagnare qualcosa (qualcosa più la mancia, che gli daremo almeno doppia, sensodicolpizzati come siamo).

Quindi il mio inconscio mi ha fornito la soluzione. Nel mio sogno di ieri notte eravamo in una specie di lounge bar dentro a una Upim, e un amico sosteneva di non poter ospitare la cena che stava organizzando se non avesse trovato delle candele azzurre con cui illuminare la tavolata.

Andavo su Amazon, e c’era un’apposita funzione che mi segnalava in quale negozio fisico potevo comprarle vicino a dove mi trovavo. E le candele azzurre che cercava il mio amico erano proprio sotto di noi, al primo piano di quella Upim.

Non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per capire cosa mi stava suggerendo il mio inconscio: che il problema delle multinazionali del commercio virtuale devono risolverlo le multinazionali del commercio virtuale, che la mano del mercato è invisibile quanto una app, che non può essere compito mio sanare le ingiustizie sociali, non quando sto solo cercando di comprare delle candele azzurre.

Quanto al senso di colpa, non sarà facile eliminarlo da un dibattito pubblico che ne è evidentemente drogato. Nel fine settimana, mentre io ritrovavo un caricabatterie in una borsa che non usavo da anni, i Nas hanno trovato, in un magazzino di Anagni, 29 milioni di dosi di AstraZeneca. Erano destinate, riferivano le cronache, ai paesi a basso reddito. Più a basso reddito di Anagni? Le mandavano in Belgio, precisava la cronaca.

Sembrava satira, sembrava una scena tagliata da Carnage, la pièce di Yasmina Reza in cui la parigina ricca e bianca, Véronique, strepita che nessuno meglio di lei conosce il dolore dell’Africa. Carnage ha quindici anni. L’economia del senso di colpa è come certe zie odiose, ma longeve: ci seppellirà tutti.