Ecco perché non scrivo bestsellerLa pandemia della lagna e l’epoca in cui non siamo mai stati così bene

Solo quando scriverò «poveri noi e povero il nostro equilibrio psichico (anzi, in doppiaggese, “salute mentale”) e poveri i bimbi, che sono i peggio trattati della storia anche se chiediamo il loro permesso prima di cambiare la macchina per non traumatizzarli», il mio libro scalerà le classifiche. Perché la doglianza è l’anima del commercio, come ha capito il NYT

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Che il mio insolentirti, irriderti, stigmatizzarti non dica qualcosa di te, ma di me, è una cosa che sappiamo tutti. Ogni tanto ce ne dimentichiamo, e la vita s’incarica di rammentarcelo.

Me l’ha rammentato qualche mattina fa, in uno studio televisivo, mentre mi rimettevo la mascherina dopo essermi collegata senza con conduttori lontani, dopo aver aspirato tutti gli sputacchi di tutti i collegati senza mascherina che m’avevano preceduto in quello stanzino senza finestre.

Ero lì a promuovere un libro in cui stigmatizzavo il dramma d’aver paura di dire cose impopolari, e la vita, cioè lo specchietto della cipria che aveva la mia faccia, mi ha guardato e mi ha detto: ma ’nte vergogni?

Mi ero infatti poco prima censurata, non dicendo la più impopolare delle cose: non siamo mai stati così bene.

Questa pandemia non poteva avvenire in condizioni più comode. Ci ha chiusi in casa in un tempo in cui da casa possiamo fare praticamente tutto. Chi non cucina ha ristoranti in cui non può più andare ma che ti consegnano la cena. Chi cucina può ricevere la spesa a domicilio solo prendendo a ditate lo schermo del telefono. I ragazzini possono evitare di perdere un anno di scuola: nell’epoca del collegamento perpetuo, persino la scuola arriva a casa. Non siamo mai stati così fortunati.

Quelli che dicono il contrario ci credono davvero? Quelli che dicono che in nessun’epoca siamo stati poveri come adesso, vessati come adesso, con infanzie sacrificate come adesso, con mortalità alte come adesso – dicono sul serio?

Quelli che sembrano non ricordarsi non dico il terrorismo o la Seconda guerra mondiale, non dico la peste nera del Trecento o la Spagnola d’un secolo fa, ma anche solo i tunnel della metropolitana di Berlino pieni di cadaveri dell’influenza di Hong Kong, poco più di cinquant’anni fa.

Quelli che pensano la prima polmonite della storia dell’uomo sia adesso, che tutto sia iniziato quando si sono aperti un account su Facebook, che quello sia l’inizio della storia (la Storia maiuscola), che nulla sia accaduto più addietro dell’anniversario che ti rammenta Zuckerberg, otto anni fa postavi un cappuccino e prima di allora il nulla.

Quelli che dicono che è normale avere problemi di «salute mentale» (il modo in cui i parlanti doppiaggese chiamano quel che in italiano si chiama «equilibrio psichico»), e che bisogna essere sociopatici per non crollare quando non puoi fare il pranzo di Natale, l’aperitivo con gli amici, il circuito per i glutei in palestra.

Quelli che nessuno ha mai preso a coppini.

Il New York Times, che di recente ha fatto dell’assecondare ogni lagna la propria vocazione, ha inventato la categoria del «lutto senza diritti», cioè del diritto alla lagna senza motivazioni. Non è che perché non ti è morta o non ti si è ammalata nessuna persona cara, o non hai perso il lavoro, o la pandemia non ti ha ridotto in miseria, o non ti ha fatto saltare la festa di laurea o il pranzo di nozze, non è che solo per queste quisquilie di mancati traumi non hai diritto di disperarti. Dispèrati, è tuo diritto: noi ti daremo sempre ragione e venderemo sempre copie. La doglianza è l’anima del commercio.

L’altra sera ho visto una mia coetanea in tv, diceva che la didattica a distanza è il male giacché ci sono studi («ci sono studi» è la premessa con cui puoi dire qualunque cazzata, suggerisco come premessa alle prossime enormità «c’è uno studio dell’università di Tubinga») secondo i quali è impossibile che un bambino si concentri su uno schermo, è impossibile che ne impari e memorizzi qualcosa.

Dev’essere per questo che io e lei sappiamo tutto quel che sappiamo della rivoluzione francese da quegli schermi che trasmettevano Lady Oscar, e non dai sussidiari che avremmo dovuto studiare. Dev’essere per questo che siamo la generazione che ha inventato la nostalgia: perché la prima umanità ad avere massicci consumi televisivi non ha memorizzato né imparato niente dei film, dei videoclip, dei cartoni animati che uno schermo le ha fatto vedere durante l’infanzia.

Non siamo mai stati così bene, abbiamo il frigorifero e la lavatrice e telefoni con dentro più di quel che una volta stava in intere biblioteche. Le nostre nonne (o le cameriere delle nostre nonne) lavavano i panni al fiume, le nostre madri tenevano il latte sul davanzale per farlo durare un giorno in più, noi stesse vent’anni fa se avevamo un malanno non potevamo cercare i sintomi su Google, se volevamo sentire una canzone dovevamo comprare il disco, e se non sapevamo qualcosa dovevamo sperare che il dettaglio che ci serviva fosse riportato in una Garzantina.

Mentre la mia coetanea in tv diceva che viviamo in una società che ignora i bisogni dei bambini, io scorrevo gruppi Facebook di mamme in cui veniva posto il gravissimo problema del cambio di stagione: il pupo piange se gli cambio i vestiti, e piange anche se metto delle cose diverse dal solito io, come posso fare, devo forse non cambiarmi mai più per non turbarlo?

Nelle risposte, le madri della generazione di bambini più ignorati e peggio trattati della storia dell’uomo spiegavano che loro non li traumatizzano mai con cambiamenti non annunciati, che chiedono il permesso dei pupi per cambiare vestiti o macchina, che chiedono cosa vogliano mangiare per evitare crisi isteriche dovute a cibi non graditi, che gente che non sa allacciarsi le scarpe va consultata su qualunque decisione presa dagli adulti.

Guardavo la tv dentro la quale parlava la mia coetanea determinata a dirci che non ci filiamo abbastanza i bambini, e l’iPad sul quale altre nostre coetanee elencavano modi in cui mostrare la propria devozione ai bambini, e mi chiedevo da quale dei due schermi fosse il caso di imparare.

Certamente da quello televisivo, nel quale veniva assecondata la determinazione del pubblico a sentirsi dire che non siamo mai stati così male. Però, avendo io evidentemente otto anni o giù di lì, non riuscivo a imparare quella semplice lezione su come compiacere la tendenza alla vittimizzazione interpersonale e la vocazione alla dolenza, e a produrre quindi un bestseller, ovvero un libro che dicesse ai lettori che sì, fate bene a lamentarvi, perché sì, non siete mai stati così male.