Le cose cambianoEuropa e Stati Uniti verso un accordo per la tassazione delle grandi piattaforme digitali

Con Joe Biden al posto di Trump, Washington va incontro alle istanze di giustizia fiscale di Bruxelles sulle Big Tech. È l’occasione per ritrovare l’unità perduta anche su altri dossier transatlantici

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Gli Stati Uniti non saranno più un porto sicuro per le Big tech. Dopo anni di pressione da parte dell’Unione europea, Washington ha aperto alla possibilità di una tassa digitale globale per le multinazionali del web. L’accordo per una imposta minima che i vari Google, Facebook, Amazon e Apple dovranno pagare in tutti e 139 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) dove operano – e non solo dove hanno la sede fiscale – potrebbe arrivare entro l’estate, come confermato dal ministro dell’Economia italiano Daniele Franco.  

La svolta è arrivata venerdì 26 febbraio nella riunione dei ministri delle Finanze del G20.  Come riportato dal Financial Times, il nuovo Segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, ha dichiarato nell’incontro di voler rimuovere il principale veto posto dal suo predecessore, Steve Munchin, che bloccava i negoziati dal 2019. Gli Stati Uniti non useranno la clausola Safe Harbor chiesta dall’Amministrazione Trump per permettere alle aziende americane di scegliere se aderire o meno al meccanismo fiscale globale. Tradotto: le Big tech saranno obbligate a rispettare il futuro accordo internazionale, una volta siglato.

Dalla Commissione europea l’apertura di Yellen è considerata uno sviluppo «molto incoraggiante». Sia Olaf Scholz che Bruno Le Maire, i ministri delle Finanze di Germania e Francia ritengono probabile un accordo entro giugno, la scadenza autoimposta dall’Ocse. Si potrebbe così evitare uno scontro politico tra le due sponde dell’Atlantico che sarebbe potuto arrivare tra pochi mesi. Infatti nel novembre 2020 il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni aveva promesso che senza un’intesa globale in sede Ocse-G20 sulla web tax entro il primo semestre del 2021 Bruxelles avrebbe proposto da sola una tassa digitale per le Big tech.

A legger bene le dichiarazioni dei protagonisti nell’ultimo mese, l’apertura era già nell’aria: «Sento che l’atmosfera a Washington è decisamente cambiata», aveva detto Margrethe Vestager in un’intervista a Repubblica del 23 febbraio. Dal 2014 la commissaria europea alla Concorrenza porta avanti una battaglia politica per regolamentare le Big tech. A metà dicembre 2020, con il collega commissario al Mercato interno Thierry Breton ha presentato due regolamenti: il Digital Service Act, per disciplinare la fornitura dei servizi digitali, stabilendo gli obblighi delle aziende e il Digital Market Act, per garantire mercati digitali equi e aperti ed evitare pratiche oligopolistiche. 

Per la Commissione Ue il problema delle Big tech è ideologico: il mercato unico europeo si basa sull’ortodossia della concorrenza e in questi anni Bruxelles ha avuto armi spuntate contro le multinazionali che hanno messo la sede fiscale in Stati membri che offrivano trattamenti fiscali favorevoli come Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo. Non sono bastate le multe e i singoli procedimenti antitrust per costringere le multinazionali a pagare le imposte anche nei Paesi dove operano. 

Per gli Stati europei invece il problema è pragmatico: la pandemia ha accelerato la digitalizzazione dell’economia e, senza maggiori imposte per le Big tech che si sono arricchite molto durante questi mesi, sarà impossibile avere le necessarie risorse per aiutare cittadini e imprese superare la crisi economica. 

Ne è un esempio la crescita paradossale del Prodotto interno lordo irlandese: +3 per cento nonostante il lockdown e il crollo del reddito dei suoi cittadini. Secondo il Winter Forecast della Commissione europea le ragioni della crescita irlandese sono dovute «all’export di società multinazionali specializzate in apparecchiature mediche, prodotti farmaceutici e servizi informatici». In altre parole, nelle casse irlandesi sono finiti i maggiori profitti ottenuti dalle Big tech che hanno scelto Dublino come sede fiscale. A gennaio Apple ha avuto il suo trimestre più redditizio di sempre, mentre Amazon ha registrato per la prima volta nella sua storia vendite per oltre 100 miliardi di dollari in un solo trimestre, l’ultimo del 2020. 

L’apertura di Yellen non garantisce un accordo sicuro ed è improbabile che gli Stati Uniti possano pensare di tassare in modo pesante le aziende americane che già pagano le loro imposte nel Paese. Inoltre, per approvare l’accordo servirà la ratifica da parte del Congresso che ha giurisdizione su qualsiasi cambiamento nella tassazione delle imprese. Numerosi deputati e senatori si erano detti a favore della clausola Safe Harbor come requisito per approvare l’accordo. Il rischio è che le lobby delle Big tech possano fare pressioni per la bocciatura in caso di un accordo svantaggioso. 

Nella riunione dei ministri delle Finanze del G20, Yellen ha però promesso che l’Amministrazione Biden lavorerà per ottenere almeno due risultati: imporre una tassazione minima e arrivare a un accordo globale su dove tassare il reddito delle società per evitare lunghi contenziosi legali in futuro. Anche perché il tema dell’elusione fiscale delle Big tech è sentito pure nei vari Stati americani. A dicembre 2020 dieci Stati americani, guidati dal Texas, hanno intentato una causa contro Google accusando la multinazionale di aver attuato pratiche anti concorrenziali in accordo con Facebook per aumentare la propria attività di pubblicità online. «Questa azienda “Golia” (Google, ndr) sta usando il suo potere per manipolare il mercato, distruggere la concorrenza e danneggiare voi consumatori», ha detto il procuratore generale del Texas Ken Paxton in un video pubblicato su Twitter.

Sembra un paradosso, ma le stesse multinazionali sarebbero a favore di una imposta comune in tutti gli Stati Ocse, purché minima. L’obiettivo è quello di evitare una multipla tassazione sugli stessi profitti in base alle differenti legislazioni nazionali. Per esempio in Francia è entrata in vigore una tassa sui servizi digitali. 

La buona predisposizione delle Big tech verso l’accordo è conferma dalla nota pubblicata da Heather Greenfield, capo della comunicazione della Computer & Communications Industry Association, lobby che rappresenta Google e Facebook: «Le dichiarazioni rilasciate dal Segretario Yellen e da altri ministri del G20 a sostegno dei negoziati OCSE sono incoraggianti. Siamo ottimisti riguardo al raggiungimento di un consenso sulla riforma fiscale globale per l’era digitale quest’anno».

Sia Washington sia Bruxelles vogliono arrivare a un accordo per iniziare con il piede giusto il rilancio dell’Alleanza atlantica voluta dalla nuova amministrazione Biden. Chiudere in pochi mesi la partita della web tax sarebbe un segnale forte a favore del multilateralismo.

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