Le cene dei cretiniQuelli che provano nostalgia del sudore e altre orrendità altrui: Taxi!!!

Le tavole a cui ci si infetta sono sempre quelle degli altri ma, con la pandemia, almeno ci è stato risparmiato “er pilotto”. Ma ora, dopo un anno, i toccaccioni non riescono più a trattenersi e tornano a prenderci il braccio mentre ci annoiano con le loro parole. Meno male che si può continuare a scappare a casa intorno alle 21.30

Photo by Krzysztof Maksimiuk on Unsplash

Confesso che ho benedetto la pandemia. È successo ognuna delle volte in cui, quasi sempre per ragioni di lavoro, nelle ultime settimane mi sono trovata al desco di case che non erano la mia. Se non fosse stato per la pandemia, non avrei alle nove e poco più potuto chiamare un taxi senza sembrare maleducatissima.

Naturalmente sono risultata maleducatissima lo stesso, perché «eh, purtroppo c’è il coprifuoco» sembra scortese quanto alzare un sopracciglio per il parcheggio in doppia fila, di fronte a gente che – tutta, tutta – ti risponde «ma guarda che se sei in taxi a mezzanotte mica ti fermano». Irrispettosi delle regole son sempre gli altri, noi al massimo ce le aggiustiamo un po’.

E infatti a ogni cena – tutte, tutte – si raccontano le cene dei cretini. Quella milanese alla quale si sono contagiati tutti gli architetti, quella romana alla quale si sono contagiati tutti i registi. Cretini son sempre gli altri, noi siamo qui grossomodo distanziati, certo la padrona di casa ciucciava il cucchiaio con cui assaggiava la pasta e che poi usava per rimescolarla essendo essa ancora non scotta, ma contagiarsi si contagiano sempre gli altri. I cretini, mica noi.

È un anno che i miei bambini non vedono altri bambini, diceva sabato su Instagram una stilista bolognese, settimane dopo i video del suo bambino che riceveva a casa un’altra bambina, mesi dopo le vacanze trascorse con un’altra famiglia e altri bambini. Lo diceva da Cortina, perché tra una settimana è Pasqua e cos’hai comprato case in amene località a fare se poi devi saltare la villeggiatura solo perché c’è la pandemia, tanto come non ti fermano in taxi a mezzanotte così non ti fermano in autostrada mentre vai a villeggiare. Zona rossa son sempre gli altri (quelli così miserabili da non avere seconde case fuori regione: le deroghe non valgono per le pensioni a una stella con bagno in corridoio).

La stilista è tra l’altro il più interessante trattato sulla pandemia e le classi sociali. Nei suoi video dagli uffici, tutti hanno la mascherina: quelli che disegnano, quelli che vendono, quelli che portano il caffè; tutti, tranne lei. Non l’ho mai vista con una mascherina. Goccioline infettive son sempre quelle degli altri.

Se non è per la gerarchia, se si è tra pari grado, la mascherina si leva per buone maniere. È infatti invalso questo curioso sottotesto per cui, in ambiente chiuso con più persone, anche se non si è a tavola dove te la levi per forza, anche se si è riuniti in salotto a discutere, quello che si ostina a tenere la mascherina viene sempre guardato come a dire: ma che, non ti fidi? Si arriva quindi al paradosso per cui abbiamo tutti la mascherina nel tragitto per le riunioni, per strada, all’aria aperta, dove ti contagi solo se ti strusci ad altri passanti; e ce la leviamo quando arriviamo al chiuso, per meglio sputacchiarci infettività addosso.

È un meccanismo ormai così consolidato che qualche sera fa, prima d’una cena di cretini in interni, un tizio con cui stavo chiacchierando in un salotto altrui, noialtri senza mascherina in mezzo ad altra gente senza mascherina, mi ha svelato che abbiamo un caro amico in comune. Ci siamo fatti una foto e gliel’abbiamo mandata. Senza mascherina: ci pareva perfettamente normale. L’amico di mestiere fa il virologo, e ci ha risposto a insulti.

Un paio di settimane fa sono andata alla sede Rai di Milano, per un collegamento con un programma che va in onda da Roma. La produzione m’ha chiesto di fare un tampone e portare il risultato quando andavo lì; l’ho fatto il giorno prima: la mattina dopo, col taxi sotto, mi sono resa conto d’aver perso il foglio nel disordine di casa. Sono andata convinta che non mi avrebbero fatta entrare, ma nessuno m’ha chiesto tamponi o altre certificazioni. Era di certo perché la foto del risultato negativo l’avevo mandata il giorno prima alla produzione romana, erano di certo coordinati e organizzati, guarda che bravi: la hostess che m’accompagna allo studio della diretta prende un ascensore separato per il distanziamento.

Solo che poi entri nello studio, che è uno studio televisivo, cioè un posto con le pareti imbottite e le finestre blindate, un posto in cui non è previsto ricambio d’aria né luce del giorno, ti levi la mascherina come chiunque debba comparire in tv, e per un attimo pensi che tutti quelli che sono entrati lì prima di te si sono tolti la mascherina e hanno sputacchiato in giro, stai respirando gli sputi di decine, centinaia di ospiti televisivi, a nessuno dei quali la vigilanza all’ingresso ha chiesto i risultati del tampone, e pure se gliel’avesse chiesti erano comunque tamponi rapidi meno attendibili d’un appuntamento con un romano alle otto di mattina; tutte le procedure di sicurezza il distanziamento le certificazioni la rava la fava, e poi siamo qui, sigillati in una stanza piena di sputi. Ma distanziati, per carità.

Il New York Magazine, cui ha evidentemente dato di volta il cervello, ha pubblicato un articolo intitolato «Siete pronti a essere toccati?». L’autrice si strugge di nostalgia per quando potevi toccare il collo, i gomiti, i pezzi di corpo della gente che ti stava vicino. Ma perché?

Settimane fa, a una cena di cretini, ero seduta vicino al più temibile esemplare di essere umano: quello che, consapevole della non avvincenza del proprio eloquio, ti tocca continuamente il braccio per richiamare la tua attenzione. Così, onde meglio non ascoltare le non interessanti cose che ha da dire, potrai concentrarti sull’irritazione che ti provoca il suo continuo pilotto. Parola che imparai da un fidanzato romano di gioventù, uno che quando si trovava di fianco un fastidio simile sbottava «Nun me da’ er pilotto».

Una cosa buona ha fatto, la pandemia, ed è che non devo stringere la mano sudicia di nessuno, non devo farmi alitare addosso in metropolitana, non devo fare nessuna delle cose orrende cui prima toccava sottoporsi per non passare per maleducati. Ma siamo così, dolcemente complicati, e quindi ora abbiamo deciso che, dopo un anno di privazione di certe orrendità, è arrivato il momento di simulare nostalgia per il sudore altrui. E per il pilotto, pure: toccami il braccio con quelle manacce infette, ora sì che mi parrai grande oratore. Per fortuna poi arrivano le nove e mezza, e puoi chiamare un taxi. Sia benedetta la pandemia.

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