Nuova Guerra FreddaIl progetto della Cina per ribaltare la democrazia occidentale

Nonostante bolli come «maccartismo» tutte le critiche che riceve, è proprio Pechino la prima ad adottare una strategia di conflitto e conquista nei confronti degli altri Paesi. Un fenomeno che Clive Hamilton e Mareike Ohlberg raccontano bene in “La mano invisibile” (Fazi)

Immagine di Ling Tang, da Unsplash

Uno degli strumenti retorici preferiti dal Partito-Stato cinese per sviare le critiche è quello di accusare gli oppositori di «maccartismo» oppure di avere «una forma mentis da guerra fredda». Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri, usa spesso la seconda espressione, insieme a un altro modo di dire ricorrente: «pensiero a somma zero».

Nel 2019, il quotidiano nazionalista «Global Times» ha dichiarato che il gigante delle telecomunicazioni Huawei era stato vittima del «maccartismo hi-tech».

L’ambasciatore cinese presso il Regno Unito, Liu Xiaoming, ha definito la libertà che si prendono gli americani di fare esercitazioni navali nel Mar Cinese Meridionale come «diplomazia delle cannoniere, motivata da una mentalità da guerra fredda». Perfino le condanne del tremendo primato della Cina in materia di violazione dei diritti umani vengono respinte in quanto basate sullo stesso modo di pensare.

Spesso l’accusa di mentalità da guerra fredda viene ripetuta anche in Occidente. Nel marzo 2019, durante un convegno internazionale all’Università di Pechino, Susan Shirk, viceassistente della Segreteria di Stato nell’amministrazione Clinton, ha messo in guardia sul profilarsi negli Stati Uniti di una «paura rossa maccartista» contro la Cina: per Shirk, un «istinto gregario» porta gli americani a scorgere ovunque minacce da parte della Cina, una situazione foriera di conseguenze disastrose.

Tali esternazioni non solo risultano spiacevoli perché rifiutano in modo superficiale di considerare preoccupazioni legittime, ma presentano anche un lato ironico, dato che sono poche le persone immerse in una mentalità da guerra fredda quanto la dirigenza stessa del Partito; sotto Xi Jinping questo modo di pensare ha raggiunto livelli ancora maggiori. In un discorso tenuto nel dicembre del 2012, in qualità di nuovo segretario generale del Partito, Xi ha messo in guardia la Cina, a dispetto della crescita economica in atto, dal dimenticare la lezione impartita dal crollo dell’Unione Sovietica.

Egli ha indicato tre punti deboli che segnarono il destino dell’impero sovietico, facendolo collassare dal mattino alla sera. In primo luogo, i capi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica non erano riusciti a controllare le forze armate. Poi non riuscirono a controllare neanche la corruzione. Infine, abbandonando l’ideologia guida, soprattutto con Michail Gorbačëv, il PCUS eliminò ciò che lo proteggeva dall’infiltrazione ideologica da parte di «forze ostili occidentali»: dunque si è scavato la tomba con le proprie mani.

Per gli osservatori più accorti, il discorso di Xi è stato il primo indizio che dimostrava l’infondatezza della speranza che egli potesse essere un riformatore liberale, in grado di aprire maggiormente la Cina per consentirne l’integrazione nell’ordine internazionale.

A marzo 2019 la rivista teorica di punta del Partito cinese «Qiushi» (letteralmente: “Cercare la verità”) pubblicò un compendio da un’altra serie di discorsi di Xi, pronunciati nel gennaio 2013 ai trecento membri del Comitato centrale del Partito stesso. Col tema «sostegno e sviluppo del socialismo», Xi aveva detto ai quadri del Partito che dovevano prepararsi a «una cooperazione e un conflitto a lungo termine» fra il sistema cinese e quello capitalista, anche se alla fine il loro avrebbe trionfato. Aveva anche ribadito il monito già espresso, cioè che una delle ragioni principali della disfatta dell’Unione Sovietica era che «aveva vanificato interamente la propria storia e quella del suo Partito; aveva rifiutato Lenin e Stalin; si era impegnata in un “nichilismo storico” [ossia, ha criticato le vicende passate del PCUS stesso] e aveva portato la sua ideologia al caos».

Le parole di Xi non erano soltanto retoriche: a esse seguirono azioni sostanziali. Nell’aprile del 2013 il Comitato centrale stilò un comunicato dal titolo “Informativa sullo stato attuale della sfera ideologica”, più noto come “Documento n. 9”.

Distribuito ai capi delle prefetture o anche a livelli gerarchici più elevati, vi si segnalavano sette «false tendenze ideologiche» che a loro non sarebbe stato più consentito di sostenere: la democrazia costituzionale di tipo occidentale, i «valori universali», la società civile, il neoliberalismo, i principi che informano il giornalismo in Occidente, il nichilismo storico; infine non dovevano mettere in dubbio la natura socialista del socialismo con caratteristiche cinesi.

In tal modo il Partito respingeva in maniera netta la democrazia e i diritti umani universali, tanto che la diffusione di quel documento fu presto seguita da una dura repressione nei confronti di coloro che ne erano fautori in Cina. Esso segnò soltanto l’inizio di un nuovo impegno da parte del Partito per sradicare idee che riteneva potessero minacciare il suo controllo del potere. Dunque il PCC sembrava seguire un detto attribuito a Stalin: «Le idee sono più forti dei fucili. Se non vogliamo lasciare dei fucili ai nostri nemici, perché lasciar loro delle idee?».

Nell’ottobre 2013 trapelò in Occidente un documentario riservato alla circolazione interna, prodotto probabilmente dall’Università nazionale della Difesa dell’Esercito Popolare di Liberazione e dal titolo “Gara silenziosa”.

Il filmato, di un’ora e mezza, ripeteva l’accusa agli Stati Uniti di voler sovvertire il regime cinese attraverso l’«infiltrazione ideologica», puntando il dito contro le ONG straniere, come la Ford Foundation, ma anche contro professori cinesi «reietti», che rappresentavano una «minaccia dall’interno».

Quando poi il documentario si diffuse, il quotidiano «Global Times» tentò di spacciarlo come opinione di pochi accademici militaristi e nazionalisti. Però tutta una serie di fatti, dalle campagne aggressive contro il «pensiero eterodosso» nelle università cinesi all’aumento del controllo sui media, fino alle nuove leggi, come quella sulle ONG straniere del 2018, che hanno frenato considerevolmente le attività di quelle internazionali, riecheggiava il monito lanciato da Gara silenziosa e faceva pensare che il documentario presentasse effettivamente il punto di vista del PCC sulle minacce ideologiche al Partito.

A ogni modo, la maggior parte degli osservatori occidentali ha continuato a trascurare la natura profondamente ideologica del regime di Xi, una situazione che sta iniziando a cambiare soltanto adesso. Nell’agosto del 2017 John Garnaut, già corrispondente da Pechino e consulente dell’amministrazione di Canberra, in grado di comprendere bene i meccanismi di funzionamento del PCC, tenne un discorso per i componenti del governo australiano, in cui mostrava chiaramente il ritorno di Xi Jinping al pensiero di Stalin e Mao.

Anche se Xi ha sottolineato l’aspetto ideologico in misura maggiore rispetto ai suoi predecessori, Garnaut ha messo in evidenza che il vero punto di svolta si verificò nel 1989, quando i capi del Partito vennero sconvolti dalle proteste studentesche di piazza Tienanmen e ricorsero alla violenza per sopprimerle. Cinque mesi dopo, furono ancora più turbati dalla caduta del Muro di Berlino, che diede l’avvio al crollo del grande blocco sovietico. A quel punto i capi del Partito cominciarono a puntare sulla «difesa ideologica» quale componente indispensabile della tutela del regime stesso.

Come ha mostrato Anne-Marie Brady, questi eventi hanno spinto il Partito a estendere il più possibile la propaganda e il lavoro ideologico, accentuando anzitutto l’indottrinamento politico all’interno del paese, in cui rientrano «l’insegnamento patriottico» nelle scuole cinesi e la prevenzione contro «idee ostili» che arrivano in Cina.

 

da “La mano invisibile. Come il Partito Comunista Cinese sta rimodellando il mondo”, di Clive Hamilton e Mareike Ohlberg, Fazi, 2021, euro 20

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