Oltre il PdIl sindaco di Milano Beppe Sala passa ai Verdi europei

«Da loro mi sento a casa», dice. «È la forza politica europea con cui mi identifico maggiormente dal punto di vista dei valori e dei contenuti». Il Partito democratico? «Paga la scelta di dare troppo spazio, da troppi anni, alle correnti»

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«Ho deciso, aderisco ai Verdi europei», dice il sindaco di Milano Beppe Sala in un’intervista a Repubblica. «Non c’è più tempo da perdere. La questione ambientale riguarda il nostro presente e il futuro dei nostri figli. Come cittadino e come sindaco sono sempre più convinto che il miglioramento delle politiche pubbliche parta dalle strategie di sviluppo delle città. E miglioramento per me significa puntare con coraggio e decisione su sviluppo sostenibile e avanguardia ambientale. Lo penso da sempre. A Milano ho creato, e gestito in prima persona, l’assessorato alla Transizione Ecologica».

Ma perché questa decisione ora che è in campagna elettorale in vista delle prossime comunali? «Adesso questi due miei percorsi – sindaco e appassionato ecologista – si uniscono», risponde. «E per me aderire ai Verdi Europei significa, prima di tutto, fare meglio il sindaco di Milano. E rendere Milano una città sempre più protagonista nello scenario internazionale. La mia non è una scelta “sorprendente”, è ponderata».

Ad avere inciso nella scelta, dice, c’è stato anche il Covid: «La nostra società sta subendo la pandemia e contrattacca con vaccini e lockdown. Non è sufficiente. Occorre trovare il coraggio di reagire cambiando. Mi spiego. Non ci saranno sufficienti prove scientifiche, ma vivere in un territorio come il nostro, in una bassa pianura poco ventosa, dove ristagna l’inquinamento, e con tante industrie e tanti allevamenti intensivi, non aiuta il nostro sistema respiratorio. La difesa della salute pubblica passa dall’abbattimento di emissioni e smog».

I Verdi, racconta il sindaco, «sono fermamente europeisti e sempre in difesa dei valori democratici e antifascisti. Si sono distinti per battaglie fondamentali sulla giustizia e sulla riforma fiscale, sulle questioni di genere, sulla povertà energetica e, in generale, sui diritti dei cittadini. Sanno parlare con l’impresa, essendo per natura propensi al dialogo, e promuovono l’innovazione e la ricerca di nuovi posti di lavoro. Sono paladini di politiche alternative all’austerità, anche quando sembrava un tabù. Da loro mi sento a casa».

«È la forza politica europea con cui mi identifico maggiormente dal punto di vista dei valori e dei contenuti», continua. «Milano può rappresentare un laboratorio nazionale e internazionale per la costruzione di una visione che sia allo stesso tempo ambiziosa e sostenibile. Colgo la sfida raccogliendo l’invito del Partito Verde Europeo a firmare la loro Carta dei Valori e poi, con i tempi giusti, a essere cooptato nel partito. Mi definirei un “moderato radicale”. La radicalità concerne la visione di un mondo decisamente più sostenibile e, se mi è permesso un “neologismo”, di un’ecologia umana».

Ora, continua, «sono pronto per altri cinque anni da sindaco. E sono anche vicepresidente di C40, l’organizzazione che raccoglie le principali città del mondo. Abbiamo contribuito a rendere Milano migliore negli indici di qualità della vita, senza stravolgerla. La sostenibilità incrocia e attraversa l’istruzione, l’alimentazione, la salute, il lavoro, l’economia… Ogni città dovrebbe fare i conti con la visione ecologista. Chi non se ne accorge, specie ai tempi del Covid, è semplicemente fuori dal mondo».

Quanto all’addio al Partito democratico, dice: «Il Pd milanese è tra i più solidi d’Italia e vanta rappresentanti e militanti competenti e appassionati. In molti territori e amministrazioni locali il partito è forte ed efficiente. Ora però il Pd nazionale sta attraversando un momento difficile e io non avrei propriamente il diritto di dire la mia da “interno”, perché non lo sono, ma Zingaretti paga la scelta del Pd di dare troppo spazio, da troppi anni, alle correnti. Spero che questo momento possa essere superato presto e aggiungo solo che seguirò con interesse l’assemblea nazionale». E sull’ipotesi di Enrico Letta alla segreteria, spiega che «Enrico è un amico e un suo ruolo attivo in questa fase non potrebbe che farmi piacere».

I Verdi italiani, invece, hanno bisogno di un rinnovamento. «Hanno una storia rispettabile e a Milano una lista dei Verdi farà parte del nostro progetto», dice. «È però necessario rinnovarsi, costruire un processo largo, attraente, coinvolgente. In Germania i Verdi viaggiano intorno al 20 per cento e sono il secondo partito. In Francia sono al 10 per cento. Sono al governo in sei Paesi dell’Unione europea ed esprimono sindaci in città come Amsterdam, Dublino, Stoccarda, patria delle automobili. Noi in Italia abbiamo un gruppo verde in Parlamento con tre deputati all’interno del Gruppo Misto. È un buon segno. Ma non basta. C’è molto da fare e posso dare una mano, anche per interpretare al meglio le istanze green».

E in vista di possibili alleanze per Milano, a partire dai Cinque Stelle, precisa: «Primo, la mia coalizione è e resta di centrosinistra. Secondo, le alleanze per Milano si decidono a Milano. Vediamo se i 5 Stelle faranno, in Italia e in Europa, una scelta di campo. Ho comunque una certezza granitica da amministratore: i milanesi, più che sulle alleanze fra i partiti, vogliono proposte e risposte sugli asili, sulla salute delle loro imprese, sulla qualità della loro vita. Noi, con l’idea della Milano dove hai tutti i servizi a 15 minuti a piedi da casa, stiamo rivoluzionando i quartieri popolari come mai era stato fatto sinora».

Certo, dice, «M5S è al governo del Paese ormai da tre anni e non è riuscito a imprimere una vera svolta ecologista alle politiche. È vero, Beppe Grillo parla da sempre di questi temi, ma non ho visto una reale discontinuità di azione rispetto al passato».