L’isola che non c’è La plastica negli oceani tra mito e realtà

Nel suo nuovo libro, Eleonora Polo parla delle isole che si formano dai rifiuti, ma che non compaiono ufficialmente sulle cartine geografiche. Gli oceanografi ne hanno individuate undici che comunque finiranno presto per convergere in una sola. Enorme

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Il capitano Moore non credeva ai suoi occhi: «Mentre guardavo dal ponte la superficie di quello che sarebbe dovuto essere un oceano incontaminato, vedevo plastica a perdita d’occhio. Sembrava incredibile, ma non ho mai trovato un punto pulito. Nella settimana in cui ho attraversato le latitudini subtropicali, non importa a che ora del giorno guardassi, i detriti di plastica galleggiavano dappertutto».

Era l’8 o il 9 agosto 1997 – Charles Moore non aveva neppure segnato sul libro di bordo il primo avvistamento – e stava navigando da ore in un oceano torbido in cui di tanto in tanto si potevano individuare piccoli frammenti di plastica. Talvolta riusciva perfino a riconoscere un oggetto familiare. Il problema è che si trovava in mezzo al nulla, a centinaia di chilometri da qualsiasi costa in ogni direzione.

Com’era arrivata lì tutta quella porcheria?

Chi l’aveva scaricata lì?

Che cosa stava succedendo all’oceano Pacifico?

Domande che non lo hanno più abbandonato e hanno cambiato la sua vita a cinquant’anni passati. L’inizio di un viaggio che non si è ancora concluso.

Il capitano Moore era finito nella North Pacific High, una zona anticiclonica subtropicale permanente, un sistema di alta pressione detto anche la «grande area di parcheggio del nord del Pacifico», quella che l’oceanografo Curtis Ebbesmeyer aveva definito la «Grande Chiazza di Pattume del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch)» e il poeta Coleridge un «oceano dipinto».

In realtà, il fatto che ci fossero negli oceani zone di accumulo di detriti di ogni tipo era noto fin dall’antichità ed erano già stati avvistati e segnalati rifiuti di plastica negli oceani almeno trent’anni prima. Ma nessuno aveva prestato attenzione. Pochi si erano preoccupati.

Dopotutto erano zone remote, lontane dalle principali rotte di navigazione, poco pescose e caratterizzate da correnti marine e ventilazione deboli. Ai tempi della navigazione a vela erano evitate come la peste: i romanzi di avventura abbondano di storie di velieri bloccati per settimane in mezzo al nulla come il Melita del romanzo la Linea d’ombra di Joseph Conrad.

In queste zone si trovano le isole di plastica. Tutti ne parlano, ma non sono segnate sulle carte geografiche o sulle mappe nautiche. Si dice che coprano quasi metà della superficie degli oceani, ma non c’è modo di trovarle per quanto si cerchi con Google Earth al massimo della risoluzione. Si dice che si vedano bene anche dai satelliti, ma quella fotografata è solo una fioritura di plancton.

Eppure nessuno dubita della loro esistenza, anche se pochi ne conoscono il vero aspetto. Le isole di plastica negli oceani. O non dovremmo dire piuttosto l’isola di plastica?

Si dice che siano cinque o sei. Gli oceanografi però ne hanno individuate undici che comunque finiranno presto per convergere in una sola. Enorme.

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