Zona Negroni sbagliatoL’arancione scuro sanremese tende più alle tonache buddiste che alla pelle di certe borse Hermès

Fabio Fazio ha raccontato un milione di volte d’aver fatto mettere lui, nel 2000, uno scaldabagno all’Ariston. Spero che fra vent’anni Amadeus possa raccontare di quando fece costruire una cucina stellata per conduttori e ospiti quando i ristoranti erano chiusi per il Covid (per tecnici e maestranze, invece, solo fritti misti semiclandestini ad Arma di Taggia)

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«Oggi che siamo gialli non c’è posto, ma domani che siamo arancioni posso fargliele. Da rossi saremmo aperti ma non potrei». La commessa di Sephora cui ho chiesto di spinzettarmi le sopracciglia ha capito i colori della pandemia meglio di me, a conferma che avere un lavoro vero stimola i neuroni e passare le giornate a discettare del mondo li narcotizza.

Poiché nel mondo normale, quello in cui non mi sono ancora a abituata a non abitare (ieri mi hanno presentato una persona, ho allungato la mano, e quella l’ha guardata come un topo morto, giustamente; ho passato i successivi dieci minuti a scusarmi per il tentato contagio a mezzo stretta di mano) – poiché, dicevo, in quel mondo lì l’ultima settimana di febbraio la si passava a studiare la palette delle sfilate e non quella dei contagi, io fino a ieri ero gravemente impreparata sull’arancione rinforzato (fate conto: color Negroni sbagliato).

Poi però è arrivato Sanremo, che una volta era solo il festival della canzone, quello che comincia domani. Dal primo marzo 2021, Sanremo è un’espressione geografica.

Accade infatti che fino a ieri la Liguria fosse arancione, ma oggi diventi gialla. Tutta, tranne la zona di Sanremo. Dicono sia perché i contagi sono più alti per i transiti di frontiera, a Ventimiglia, ma poiché ormai siamo tutti sceneggiatori di “Black Mirror” io mi sono convinta sia il furbissimo metodo con cui se sei una star puoi fare il festival, se sei un fan non puoi andare a rompere le palle a quelli che fanno il festival (chi fa il festival direbbe che l’assembramento dei fan fuori dal festival è anch’esso festival, ma tutto non si può avere).

Accade infatti che in zona Negroni sbagliato sia la primavera 2020: vi ricordate di quando ci si poteva spostare solo per ragioni di salute, di lavoro, di cani da portare a passeggio entro duecento metri? Ecco, più o meno uguale. Quindi: se conduci il festival, se canti al festival, se vesti quelli che salgono sul palco del festival, allora ti sposti per ragioni di lavoro, un’autocertificazione e passa tutto. Ma se vuoi andare a chiedere un vocale per il compleanno di tua nonna a Fiorello, un selfie a Orietta Berti, un prestito al marito della Ferragni, allora no, la zona è intensamente arancione e vieni multato.

Certo c’è sempre la deroga all’italiana (il proverbio dovrebbe essere «fatta la legge, trovata la deroga», mica l’inganno). Tra le ragioni per cui lo spostamento è consentito c’è la «necessità», ovvero il più arbitrario dei concetti. E se mi è necessario vedere da vicino i sosia di Pavarotti e Liz Taylor, presenze abituali del carnaio che c’è intorno al festival? Se mi è necessario portare il mio curriculum ad Amadeus casomai domani gli servisse una chef privata che sappia fare solo il brasato al barolo? Se mi è necessario, se è necessario al mio equilibrio psichico, verificare che funzioni ancora lo scaldabagno che Fabio Fazio ha raccontato circa un milione di volte d’aver fatto mettere lui all’Ariston, dove fino al 2000 si sciacquavano tutti con l’acqua fredda? Le necessità sono soggettive, perdindirindina.

E poi, in arancione scuro, più somigliante alle tonache buddiste che alla pelle arancione di certe borse di Hermès, è vietato andare nelle case altrui. «Casa» può essere un concetto arbitrario quanto «necessità»: il camerino del teatro in cui ti esibisci è casa? La camera d’albergo in cui risiedi per due settimane, quella delle prove e quella della gara, è casa? Se Arisa va nel camerino di Renga la multano? C’è qualche ispettore pandemico che la sera, come i prof che ci accompagnavano in gita al liceo, fa il giro delle camere per controllare che ognuno sia nella propria e che Max Gazzè non sia nascosto sotto il letto di Malika?

E coi pasti, come si saranno organizzati? Certo, i derelitti che fanno il festival non avrebbero comunque potuto cenare al ristorante a fine serata com’era abitudine, ma fossi stata in loro avrei puntato sulla colazione: finché finisce l’interminabile serata di canzonette, è abbastanza mattina da far figurare lo spaghetto alle vongole come un petit-déjeuner salato. Sarebbe stato un trucco potabile, in zona gialla.

Ma il Negroni sbagliato non per nulla è sbagliato: ti vessa sino a impedirti persino i pranzi. Ora, capisco che il paese reale, quello che è troppo pigro per ghigliottinare i ricchi ma con altrettanto odio li segue su Instagram per lasciare commenti del tipo «io non arrivo a fine mese e voi al ristorante: vergognatevi», sia lieto di pensare che Amadeus e Fiorello trascorrano due settimane nutrendosi di tramezzini, ma io non me ne faccio una ragione. E le ospiti? Dico, signore come Ornella Vanoni e Loredana Berté: vorremo mica lasciarle senza pasti del loro calibro?

Voglio sperare che, dopo vent’anni di rievocazioni dello scaldabagno di Fazio, potremo presto ascoltare Amadeus raccontare di quella volta che fece costruire una cucina dentro l’Ariston, e assumere dal festival uno chef stellato che sfamasse le signore e i conduttori, almeno. Questa settimana festival, la prossima resoconto dei menu dei più privilegiati tra i partecipanti.

Per tutti non si può, altrimenti è assembramento. I cantanti, gli orchestrali, i tecnici, loro – col favore delle tenebre, e contando su un’assenza di vigilanza pari a quella della Darsena milanese – possono prendere la macchina e spostarsi di otto chilometri. Ad Arma di Taggia è zona gialla, ti fanno il fritto misto che i ristoranti sanremesi son costretti a negarti.