Sanremo day 4Siamo donne, oltre le appropriazioni culturali en travesti di Fiorello e Amadeus c’è Barbara Palombelli

Quando la giornalista è scesa dalla scala dell’Ariston, ho pensato se il vero body shaming non sia quello di quelle così ben tenute che paiono pagate per essere fighe

LaPresse

Quando Barbara Palombelli scende dalla scala dell’Ariston, sessantasettenne con un tailleur bianco che il mio giro-fianchi non si sarebbe potuto permettere a diciassette, mi chiedo a nome delle italiane se il vero body shaming non sia quello di quelle così ben tenute che paiono pagate per essere fighe (siam buone tutte a restare di bell’aspetto essendo pagate per farlo: parlo con te, Vittoria Ceretti, parlo con te, Maye Musk). L’umiliazione davvero inaccettabile è quella che esse perpetrano nei confronti di noialtre mediamente andate a male: guardami, che fisico che ho, e vergognati. 

A quel punto Fiorello ha già pizzinato una delle mille polemiche social su qualche -ismo. Sessismo, quello che va più forte e più s’attaglia al gesto del dare i fiori. O a tutti o a nessuno, sghignazza sotto i non più baffi Fiorello, mentre là fuori, a cinguettare e cancellettare lo scandalo dei fiori dati solo alle signore, c’erano le uniche italiane ignare del problema di Sanremo coi fiori, degli assessori che si lamentano che non siano abbastanza inquadrati, dell’incubo dei fiori ogni anno, a ogni festival. 

Ma perché studiare, quando puoi ridurre il gesto di «pìgliati ’sti fiori, lo so che in albergo non hai un vaso, basta che per buttarli aspetti di non essere inquadrata percaritadiddio, poi chi lo sente l’assessore» a una discriminazione sessista, all’evidente volontà di ridurre quelle coi gameti femminili a vittime del fiorismo (quasi citazione di tormentone fiorelliano), a creature incapaci di rifiutare (era solo l’altroieri che la Michielin diceva «dateli a lui», non è che ci voglia Rosa Luxemburg), a mogli del Gattopardo, col buco in mezzo alla camicia da notte. 

Più avanti, nel corso dell’interminabile serata, Fiorello prenderà per il culo Achille Lauro con la collaborazione di Achille Lauro stesso (versione glam dell’Andreotti che incorniciava l’originale delle vignette che lo insolentivano: bravissimo, lui e chiunque l’abbia consigliato), intervenendo a cantare Rolls Royce con rossetto nero e corona di spine, cinquant’anni dopo il cambio di titolo di 4/3/43 perché Gesù Bambino era un nome troppo scandaloso per una canzone. Ora si può dire tutto, si può fare tutto. No? 

Forse, ma un paio d’ore prima Amadeus aveva catalizzato un’indignazione social sul nome corretto di chiamare un direttore d’orchestra donna. Quella voleva essere chiamata «direttore», ma la neolingua pretende che la si chiami «direttora» (che peraltro non è italiano, lingua nella quale il femminile di «direttore» è «direttrice»). D’altra parte la settimana scorsa la traduttrice olandese di Amanda Gorman (la poetessa in Prada dell’inaugurazione di Biden) ha dovuto rinunciare all’incarico, svergognata in quanto bianca. Era stata scelta dalla poetessa nera, che la riteneva adatta a veicolare la propria voce, ma cosa vuoi saperne tu che sei vittima, ti difendiamo noi di Twitter visto che non capisci d’essere tale. E quindi, se la direttore vuol essere chiamata così, saremo noi a indignarci degli approfittatori della sua ottusità. 

Per fortuna la mattina i suscettibili lavorano, e non guardano la conferenza stampa di Sanremo, altrimenti chissà cosa sarebbe successo quando ieri Amadeus ha risposto a una giornalista che faceva la domanda che i giornalisti tutti gli anni fanno a tutti i conduttori (sintetizzabile in «non potreste finire prima?» – me lo chiedo anch’io, sto scrivendo alla mezzanotte d’un festival la cui chiusura è prevista per le ore 2 e 39 minuti, mannaggia all’Ariston). 

Invece di dire «mi chiamo Amadeus e faccio il dj, non vado mai a letto prima delle sei», lo sventurato rispose «Amore mio, se devo far esibire ventisei cantanti non posso chiudere all’una». Quella non era amplificata ma deve aver detto qualcosa tipo «amore mio tua sorella», e lui (un uomo dell’epoca dei telefoni a disco, del tutto inconsapevole di cosa possa scatenare un’indignazione oggigiorno: e dire che il passo indietro della fidanzata di Valentino Rossi qualcosa dovrebbe avergli insegnato) ha rilanciato con un qualcosa sul di lei fargli gli occhi dolci. Ieri pomeriggio dovevo lavorare, quindi ho pregato fortissimo che nessuno l’avesse sentito, per non buttare il pomeriggio a seguire l’indignazione. 

L’ho buttato invece a chiedermi cosa ci sarebbe stato nel monologo sulla condizione femminile annunciato dalla Palombelli, che – l’Aristotele Onassis che ci possiamo permettere – partecipava alla conferenza stampa indossando occhiali da sole. (La Palombelli era la conduttrice di ieri sera; stasera ci sarebbe dovuta essere Simona Ventura, assente causa positività al virus, ha annunciato Amadeus ieri mattina: nessuno gli ha chiesto chi l’avrebbe sostituita. Qui si spera torni Matilda).

Un’oretta prima del previsto monologo palombelliano, in scaletta a mezzanotte e quaranta (quando le carrozze son zucche da tanto di quel tempo che già le hai fatte al forno), è però arrivato il momento in cui non sapevo più come tassonomizzare l’inevitabile indignazione. Fiorello con parrucca faceva Sabrina Salerno, Amadeus con parrucca faceva Jo Squillo, e insieme cantavano Siamo donne, e io a ogni «oltre le gambe c’è di più» vacillavo: era appropriazione culturale? Era transfobia? Era abigeato? 

Per ristabilire la quota-dolenza finalmente arriva la Palombelli, in anticipo sulla scaletta perché è caritatevole e sa che abbiamo sonno, si è pure legata i capelli e vestita di nero per essere più in parte, e ci dice che è stata una ragazza che amava i Beatles e i Rolling Stones, ci fa sentire Gigliola Cinquetti che non ha l’età per uscire, «e io invece volevo uscire», lei che si sfracella in motorino, Tenco che si spara, una generazione, una razza. Ma non era un monologo sulla condizione femminile? In effetti era partita dicendo che teniamo le scuole aperte, noialtre, poi però manda abbracci a cantanti morti. Poi pare diventi un monologo contro quota cento (sia benedetta), dice che lei ha iniziato a lavorare a quindici anni e non ha ancora smesso, ma forse è solo un gancio per mandare un pezzetto di Chi non lavora non fa l’amore, poi le scappa un «i diritti voi ragazze ve li avete trovati già fatti» (le ventenni su Twitter indignate per il concetto, mica per l’ausiliare), e poco dopo «tanto non andremo mai bene» (chissà se prevedeva le critiche agli ausiliari), e quando passa da Liliana Segre per arrivare ai Matia Bazar, dal fatto che era amica della madre di Luca Barbarossa per arrivare al Papa in Iraq, risulta evidente che non è Barbara Palombelli, è Molly Bloom, non è vero come aveva annunciato al mattino che l’ha scritto lei, se non l’ha scritto Joyce come minimo l’ha scritto Stefano Coletta.

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