Pasta e briocheLa pandemia ha ribaltato anche la regola dei tre pasti al giorno

Il coronavirus ha stravolto la nostra routine quotidiana e le abitudini alimentari sono cambiate. Non è per forza una cosa negativa: la scansione colazione, pranzo e cena non ha basi biologiche ma è il risultato di un adattamento recente alle necessità della Rivoluzione industriale

Immagine di Sonika Agarwal, da Unsplash

Nello sconvolgimento imposto dalla pandemia alla routine quotidiana è venuto meno, in molti casi, anche un caposaldo del mondo occidentale: i tre pasti al giorno. Sparita la commute casa-lavoro, sospesa la liturgia del pranzo con i colleghi e la cena con gli amici, ci si è scoperti privi di una struttura sociale consolidata che implicava, come una certezza, questa scansione tripartita. E si è visto che tanto certa non era, come non era sostenuta da reali necessità biologiche.

Come scrive la giornalista Amanda Mull sull’Atlantic, si tratta di un cambiamento di abitudini ad ampio raggio. Stare a casa ha spinto molti a modificare i propri consumi: alcuni, di fronte allo scombussolamento di orari e consuetudini, si sono messi in gioco e hanno accresciuto le proprie doti culinarie (come ha dimostrato la carenza di lievito e farina dai supermercati nel 2020), oppure sul fronte opposto, sono finiti prigionieri nel mondo degli snack, come dimostra invece il fatto che negli Stati Uniti un brand come Frito-Lay, per alcuni suoi prodotti, ha chiuso l’anno con un aumento del 40% delle vendite.

Anche la giornalista dell’Atlantic, dopo il caos iniziale, ha trovato una sua nuova routine, basata più sulla filosofia del mangia-quando-hai-fame anziché sul rispetto di orari fissi. Tanto da definire, in modo più o meno regolare, l’idea del Big Meal, il Grande Pasto che consuma in generale nel primo pomeriggio, a metà giornata, sacrificando la cena (spesso ridotta, appunto, a uno snack veloce) e la colazione.

Non esiste una regola buona per tutti. Ognuno si orienta secondo le sue necessità, i propri gusti e i limiti che incontra. La pandemia (e le sue restrizioni) sono stati un imprevisto che ha liberato tutti da una delle abitudini più consolidate e – forse non è noto – più recenti della storia.

Come è immaginabile, l’essere umano non ha sempre mangiato tre volte al giorno. Senza dover tornare all’epoca preistorica e pre-agricola, basterà ricordare che fino al 1700 l’abitudine più diffusa era di mangiare un unico grande pasto quotidiano, più o meno a metà giornata, cui si aggiungeva un rapido spuntino al mattino (intorno alle 4 o le 5).

Nel corso del tempo le abitudini si sono modificate, insieme alle parole utilizzate per indicarle. La colazione (cioè la “riunione” dei monaci nel Medioevo) all’inizio definiva un rapido pasto serale. Con il variare delle regole monastiche, è stato impiegato per il pasto (sempre rapido) che seguiva le preghiere del mattino. Ma quale? Ce ne sono due: la prima colazione e la colazione (anche detta pranzo).

Come si vede, ambiguità e confusione sono elementi costanti quando si tratta di pasti. Lo stesso vale per la parola inglese dinner o, la francese déjeuner, le quali alla lettera indicano l’interruzione del digiuno (in latino ecclesiastico dis-jejunare) e per secoli si riferivano al grande pasto di metà giornata. Breakfast, dallo stesso significato, arriva piuttosto tardi in inglese mentre lunch designava un boccone mangiato a mezzogiorno, visto che dal 1700 in poi l’orario del dinner, il Grande Pasto, cominciava a spostarsi sempre più in avanti la sera.

Da non dimenticare anche l’abitudine diffusa tra gli aristocratici della zuppa notturna, che in francese diventa souper e in inglese supper, cioè il leggero pasto serale con cui si prolungavano le ore in compagnia.

Insomma, gli orari si spostano, le abitudini cambiano, i pasti si moltiplicano nel tempo. La svolta definitiva, come spiega Paul Freedman, professore di storia alla Yale University e autore di “Food: The History of Taste”, avviene con la Rivoluzione Industriale. La programmazione delle ore di lavoro, resa necessaria dalla meccanizzazione dei processi produttivi, riordina tutte le abitudini dei pasti, collocandoli in momenti fissi e prevedibili della giornata.

Di conseguenza si arricchisce la colazione (è qui che diventa il pasto più importante di tutti) e i tempi de pranzo e della cena diventano chiari e condivisi. Assumono anche un importante ruolo sociale, sono le occasioni per la riunione dei membri della famiglia.

Questo schema è rimasto in piedi, anche se con alcune piccole variazioni (la compressione del pranzo in ufficio per chi lavora al computer, per esempio), fino allo scoppio della pandemia, che ha ribaltato tutto.

Ecco allora che ognuno, nel chiuso dei propri appartamenti, ha messo a punto la reinvenzione di una nuova routine, iper-personalizzata e rispettosa più delle esigenze del corpo e dell’autentica sensazione di appetito che degli standard orari può risultare anche più salutare.

È la cosa giusta. Mangiare quando si ha fame è naturale (anche se, all’inizio, potrebbe sembrare caotico), lo è meno seguire regole e orari adattati a realtà ormai sospese.

Se la routine dei tre pasti salta, non ci si deve preoccupare. Come dimostra la confusione storica dei nomi dei pasti (la cena che diventa colazione e poi pranzo), i cambiamenti sono sempre avvenuti, sia negli orari che nella composizione stessa del pasto.

Ognuno seguirà quello migliore per sé. Potrà perciò continuare a mangiare lo yogurt mattutino, se preferisce. Ma sapendo che nell’antica Grecia, per capirsi, si cominciava bevendo vino.

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