L’era dei mitomaniLa società del «me l’ha detto mio cugino», e altri pareri letti su Facebook

Nessuno si esime dal coltivare giudizi su tutto lo scibile disumano: da Scanzi al vaccino proletario di Venditti. Resta da capire perché abbiano anche l’ansia di rivelarli agli altri

da Unsplash

È come i duecento metri da casa d’un anno fa, o gli spostamenti in più di due adulti a Natale: ti multano. Se non hai un parere, ti multano. È l’unica spiegazione al parerismo senza limitismo che affligge le nostre giornate. Quando pensi che sia finita, è proprio allora che comincia la salita.

Hanno tutti un parere. Sul vaccino di Scanzi (ancora?!). Ieri un’amica pretendeva m’indignassi per suo conto: la badante di mia madre è una vera caregiver e con quella fiala potevano vaccinare lei. Ma la badante di tua madre sta in provincia di Milano, difficilmente la fiala con cui hanno vaccinato lui in provincia di Arezzo sarebbe altrimenti andata a lei. E allora le badanti di Arezzo, eh? Eh, ma s’indigneranno ad Arezzo, per le badanti di Arezzo, a te cosa te ne frega? Niente da fare: il suo parere era che era uno schifo, signora mia.

Hanno tutti un parere. Sulla riapertura delle scuole. Sono sicure, esclamativano. Citano uno studio, poi viene fuori che lo studio è una pecionata, tu hai giurato di avere meno pareri possibile e quindi non dici che non serviva indagare i termini dello studio, basta avere due neuroni che si fanno compagnia per sapere che un luogo chiuso pieno di gente non può essere sicuro, ma loro niente, hanno un parere e noi abbiamo il dovere di tenerne conto.

Hanno tutti un parere. Sui protocolli di cura. Perché gliel’ha detto l’amico, il cugino, l’igienista dentale. Un paio di settimane fa una conduttrice televisiva è stata redarguita da un infettivologo, perché ormai la tv è un grande bar d’un grande reparto di malattie infettive, chiunque passi di lì ha un parere sui virus ed è determinato a notificarlo agli avventori. La conduttrice ha detto che si era curata come le aveva detto una sua amica pur essendo asintomatica, l’infettivologo s’è impettito, non possiamo dare informazioni sbagliate sul servizio pubblico (invece, fosse stata Telesanterno, andava benissimo dire stronzate), la conduttrice s’è controimpettita, «lei non mi tappa la bocca», hanno tutti carissimo il loro diritto a dire il loro parere e se lo contesti li stai vessando.

Hanno tutti un parere. Sull’andare all’estero: un’ingiustizia se io volevo andare nella provincia a fianco e non posso ma quelli che partono per Parigi se la cavano con cinque giorni d’isolamento; una decisione sacrosanta se stavo giusto facendo un biglietto per Sharm El-Sheikh.

Hanno tutti un parere, alcuni (pochi) informato. Era solo tre giorni fa che uno dei pochi, Stefano Bartezzaghi, scriveva su Repubblica «non abbiamo ancora imparato bene che un vaccino non è un siero né un antidoto ma è un vaccino».

Era solo ieri che il Corriere riprendeva uno dei video in cui Antonello Venditti, sulla sua pagina Facebook, parlava della sua vaccinazione, dicendo «ho fatto il vaccino proletario», intendendo AstraZeneca, quello che costa meno (a me la notizia sembrava fosse che Venditti, nello stesso video, diceva che avrebbe potuto chiedere di fargliene un’altra marca – da quando i vaccinandi possono scegliere che vaccino farsi fare? – ma cosa ne so io di notizie). Il titolista, che sa l’italiano meno di Venditti, gli ha virgolettato «siero proletario». D’altra parte il titolista mica ha mai scritto l’immortale verso «la regina d’Inghilterra era Pelé».

Hanno tutti un parere, e un amico virologo settimane fa mi ha detto il suo sull’abuso della parola «siero» sui giornali italiani: «Potrebbero usare preparato, composto, farmaco, immunogeno, ma no: gli piace proprio siero». Non volevo turbarlo, quindi non gli ho detto la verità: che la fobia per le ripetizioni c’entra fino a un certo punto. «Siero» sono cinque lettere, nei titoli la parola corta vince sempre su quella precisa, altrimenti non vedremmo tutti quei mostruosi «bimbi» in titoli che raccontano storie del tutto inadatte ai vezzeggiativi.

Hanno tutti un parere, figuriamoci se non ce l’hanno sul sesso. Secondo Paolo Crepet, per dire, il fatto che nell’Italia del 2021 non ci siano Calvino o Visconti, «non abbiamo grandi scrittori, non abbiamo grandi registi», è colpa del fatto che agli uomini interessano più le tette che la personalità delle donne, che a sua volta è colpa della tv del pomeriggio (credo si riferisca a “Uomini e donne”, ma vassape’), che a sua volta è colpa del fatto che governava Berlusconi. Scrivono tutti i gialli, conclude desolato, e sapesse quanto sono desolata io che non so scrivere l’unico genere che vende, ma mi sfugge come Montalbano sia colpa di Costantino Vitagliano – forse è solo perché non mi sono mai presa il disturbo d’avere un parere in merito, è di certo una lacuna mia.

Hanno tutti un parere, a volte mitomane. Sulla sua bacheca Facebook, che nelle mie attenzioni ha superato quella di Scanzi, Antonello Venditti ha redarguito chi aveva insinuato che nel video precedente, girato in macchina, fosse lui a guidare. «Come fai a pensare che uno possa guidare e farsi un selfie, non è possibile, lo capisci, dovrei avere due mani bioniche, oppure guido con altri organi. Cosa che potrei anche fare». Oddio, mica starà dicendo d’essere così ben dotato da – non ditemelo, ci tengo a non avere un parere in merito.

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