L’incompiuta tedescaChe cosa rimane alla Germania dell’eredità politica di Angela Merkel

Nonostante un decennio di strapotere politico, sembra che la cancelliera non sia riuscita a lasciare un segno decisivo per il futuro del Paese. Nonostante la forte tenuta, sono molti gli interrogativi che attendono il Paese, a partire da un rilancio dell’innovazione e da una definizione dei rapporti geopolitici

AP Photo/Markus Schreiber, pool

Il lungo addio di Angela Merkel alla politica è iniziato da tempo. La cancelliera è arrivata alla fine del suo quarto mandato (solo Helmut Kohl ha governato più a lungo), ma naviga a vista sulla sua successione e impone a fatica il suo erede Armin Laschet. Si prepara insomma a lasciare la Germania in una situazione che per i tedeschi è inedita e preoccupante: l’incertezza.

Da quando ha preso il potere, nel 2005, come prima donna e prima tedesca orientale, ha guidato il Paese in mezzo a tormente e tempeste. Ha superato la crisi finanziaria del 2008, le primavere arabe, la guerra tra Russia e Ucraina, l’annessione della Crimea, la crisi migratoria, l’esplosione dell’ultradestra interna, insieme alla crisi del progetto europeo e – come ultimo – la pandemia, la cui gestione rivela debolezze strutturali superiori alla sua capacità di azione.

Per la sua longevità politica Angela Merkel non ha rivali (a parte Vladimir Putin che, però, partecipa a un gioco diverso) ed è stata per dieci anni al primo posto della classifica delle donne più potenti di Forbes. Inoltre, si è guadagnata a lungo il titolo di leader con la maggior fiducia al mondo. E la Mattel, nel 2009, le ha dedicato perfino una Barbie. Eppure, se si guarda a ciò che lascia dopo sedici anni al timone, rimane difficile valutare la sua eredità.

Come sottolinea questo lungo e intelligente ritratto della cancelliera pubblicato da Foreign Affairs, per quanto riguarda i suoi predecessori è stato facile inquadrare il loro lascito politico. Konrad Adenauer significa Westbindung, e cioè il lavoro di agganciamento della giovane Repubblica tedesca all’Occidente e a una politica transatlantica. Per Willy Brandt la parola d’ordine è Ostpolitik, e cioè la normalizzazione dei rapporti con l’Europa dell’Est a cui si aggiunsero gesti come la “genuflessione di Varsavia” (e cioè il momento in cui il cancelliere tedesco si inginocchiò davanti a un monumento che commemorava la resistenza antinazista nel Ghetto della capitale polacca). Helmut Kohl, invece, è il cancelliere che ha riunito le due Germanie e ha cambiato il marco per l’euro, ponendo le radici per l’allargamento dell’Europa.

E Angela Merkel? La sua politica prudente, riflessiva e al limite del monotono le ha permesso di mantenere a lungo il controllo, ma ha frustrato chi desiderava che la Germania assumesse un ruolo guida adeguato alla sua importanza. Non è avvenuto e non è detto che sia un bene.

Per capire cosa succederà dopo, continua la rivista americana, diventa allora necessario esaminare il personaggio, conoscere il suo stile di leadership (è replicabile?) e decifrare quanto lascia dietro di sé per affrontare il futuro.

Chi è Angela
Angela Merkel, che dal punto di vista politico nasce dal parricidio nei confronti di Helmut Kohl (è lei a scrivere nel 1999 sulla FAZ l’articolo con cui si chiede al vecchio leader di farsi da parte di fronte agli scandali finanziari), si è distinta da cancelliera per la sua abilità nel compromesso, la tenacia nelle battaglie e la capacità di manipolare l’agenda dei suoi interlocutori, sia che fossero alleati di governo sia che fossero leader stranieri.

Ha impostato la sua immagine pubblica sul paradigma della normalità: il vestire è sobrio e pastellato, l’intonazione brandeburghese, la casa è quella personale, a Berlino, controllata solo da un guardiano. Addirittura, ogni tanto va al supermercato con la scorta per fare la spesa (per la gioia dei berlinesi che approvano il low profile).

Le sue qualità personali sono difficili da replicare: il senso dell’umorismo è celebre (è molto brava con le imitazioni e quella di Putin le esce benissimo), la memoria è di ferro, soprattutto per i dettagli più tecnici e complicati dei dossier, e l’abitudine a padroneggiare le questioni di cui si occupa la mette al livello di esperti e studiosi. Una volta, ascoltando una telefonata tra lei e Barack Obama, un funzionario americano ebbe l’impressione di assistere «a un seminario universitario».

Soprattutto, Angela Merkel si distingue per uno stile anti-oratorio nel parlare che «anestetizza i commentatori e i diplomatici», scrive Foreign Affairs. Addormenta la conversazione, toglie calore alle questioni e, di fatto, depoliticizza le battaglie. È un’arma fondamentale quando si tratta di tenere lontani dalle urne gli elettori dei partiti avversari. Ed è un ottimo metodo per appianare i conflitti e, in ultima analisi, per creare alleanze che seguano i suoi obiettivi.

Il secondo elemento particolare riguarda invece la gestione della fiducia, cosa su cui non si permette di scherzare. L’inner circle merkeliano è composto da fedelissimi, collaboratori decennali (alcuni ventennali) sui quali la cancelliera sente di poter riporre la massima fiducia. Chi non rientra in questa categoria è tenuto distante – a portata di mano, ma senza responsabilità. È un limite, ma è anche la migliore tattica per assicurarsi la permanenza al potere.

Il terzo punto, invece, riguarda la grande attenzione che Angela Merkel ripone nella volontà della base. Ogni decisione politica viene prima sottoposta a sondaggi (privati, ma secondo Der Spiegel sarebbero almeno tre a settimana). Non muove piede se prima non ha la certezza di andare incontro alla volontà dei suoi. E perfino le sue scelte più contrastate – la chiusura delle centrali nucleari dopo Fukushima e l’apertura, nel 2015, all’ingresso di milioni di immigrati – erano sostenute dai sondaggi. Prudenza, insomma. Ma ha saputo anche andare controcorrente, ad esempio sostenendo la permanenza della Grecia in Europa durante la crisi dell’euro nel 2011-2012.

Capire gli orientamenti della sua politica non è semplice, anche se il principio base è un pragmatismo di fondo, orientato più alla risoluzione dei problemi che a una impostazione di visione.

Quale Germania ha creato
E forse questo si vede anche nella Germania che lascia in eredità. Si tratta di un Paese più ricco, con standard di vita cresciuti, disoccupazione bassissima e surplus enormi. È mancata però una spinta all’innovazione a più livelli nell’industria (la diffusione del fax è un simbolo del ritardo tecnologico nazionale) e una politica di controllo efficace: gli scandali, a partire dal Dieselgate passando per Deutsche Bank e Wirecard, hanno rivelato un lato oscuro dell’economia tedesca che ha segnato la fiducia internazionale.

Sul piano dei rapporti con gli altri Stati, la politica della cancelliera è stata segnata dalle necessità strutturali della Germania. Mantenere lo scudo militare americano (da cui dipende), coltivare una politica energetica favorevole a Mosca (da cui dipende) e avere rapporti buoni sul piano commerciale con la Cina (da cui dipende).

L’istinto generale (e necessario) è stato per lei e i suoi predecessori, quello di cercare un equilibrio tra spinte geopolitiche diverse. Dieci anni fa l’obiettivo era di aiutare sia Russia sia Cina sul piano economico e su quello politico, rendendo più solido e democratico il loro sistema. Come è noto, le cose hanno preso un’altra piega. Mosca e Pechino hanno mutato politica, cominciando prima di tutto a giocare sul piano della rivalità economica, alzando la posta e invadendo (anche in modo militare) territori vicini.

La politica di Putin (dalla Crimea, all’hacking del Bundestag fino al tentato omicidio di Alexei Navalny) ha costretto la classe politica tedesca a rivedere i rapporti con la Russia, riducendoli al minimo. Ma, nonostante questo (e nonostante la pressione americana), la sospensione di progetti di collaborazione come il Nord Stream 2, che porterebbe il gas russo in Germania aggirando Ucraina e Polonia, ha incontrato fortissime resistenze da parte del governo.

Lo stesso vale per la Cina. Le repressioni a Hong Kong, gli attacchi in rete e la politica espansionista messa in atto da tempo non hanno impedito Angela Merkel di continuare a intrattenere buoni rapporti commerciali. Per l’economia tedesca, si tratta di una necessità inderogabile.

Cosa rimane di Angela
Il punto forse più rappresentativo dell’era Merkel rimane, allora, l’ingresso dei rifugiati siriani nel 2015. In quel momento “Wir Schaffen Das”, ce la facciamo, era diventato un inno all’apertura del popolo tedesco e alla sua capacità di tenuta di fronte alle difficoltà. È stato anche un test che, forse, ha funzionato a metà.

Nei primi tempi la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione si è rivelata un carico enorme per le città tedesche, causando risentimento e delusione e favorendo la crescita del voto della destra estrema. Sul piano dei rapporti con gli altri Paesi, ha perfino imposto la ratificazione di un patto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, di fatto finanziata per non lasciar passare altri migranti.

Sul piano europeo, va ricordato che il suo intervento si è rivelato decisivo (insieme alla lettera di Mario Draghi sul Financial Times) per spingere i Paesi europei, nel pieno della pandemia, ad approvare un piano di debito e solidarietà impensabile fino a qualche settimana prima.

È, anche qui, la sua anima pragmatica: la stessa che le impone di mantenere buoni rapporti con Russia e Cina e che l’ha portata a smantellare decenni di scontri intraeuropei sui livelli di deficit e sulla disponibilità a mettere il debito in comune. È stata una vittoria della necessità, ma è stato anche il canto del cigno prima che, al tramonto del quarto mandato, venisse travolta dai numeri della pandemia.

Alla fine, nonostante avesse dimostrato una buona reazione nella prima ondata, nella seconda la Germania è finita nel caos. Le cause sono varie: la dispersione a livello locale della gestione della sanità, l’imminenza delle elezioni regionali in sei Länder e di quelle nazionali (con la conseguente gara tra candidati ad assecondare gli interessi speciali delle rispettive constituency), un quadro generale confuso da troppe regole e poca organizzazione.

Angela Merkel, ormai in partenza, può imporre poco per legge: deve persuadere, ed è distratta dalle difficoltà del suo partito. Infatti, oltre alla rivalità (risolta) tra Cdu e Csu, e cioè tra Laschet e Markus Söder, i conservatori a marzo sono usciti sconfitti in due elezioni locali.

Insomma, gli ultimi mesi del mandato di Angela Merkel non saranno diversi da tutti quelli precedenti: duri, complessi e pieni di battaglie. Solo che stavolta, all’orizzonte, non si vede una giacca color pastello, ma l’oscurità di un futuro che non si sa prevedere. E per la Germania già questo è una novità.

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