Abbaiare senza mordereIl flop dei dazi cinesi all’export australiano

Nel 2020 Pechino ha tassato molti beni provenienti da Canberra, ma la guerra commerciale ha avuto un impatto limitato sull’economia della grande isola dell’Oceania: molte di quelle merci hanno trovato ben presto nuovi acquirenti grazie al mercato ancora globalizzato e interconnesso nonostante la pandemia

Lapresse

La Cina ci prova, tassa i prodotti australiani, cerca di danneggiare l’economia di Canberra e mette in atto una dimostrazione di forza per punire l’isola dell’Oceania che si è allineata all’agenda anti-cinese degli Stati Uniti. Ma i suoi attacchi non hanno prodotto gli effetti sperati.

L’Australia è stata la prima nazione a chiedere ufficialmente un’inchiesta sulle origini del coronavirus e adesso teme ritorsioni: Canberra ha accusato Pechino di interferenze politiche, campagne di fake news e spionaggio. Poi c’è la guerra commerciale, che però non ha i tratti della sfida a colpi di dazi mediatizzata e spettacolarizzata intrapresa nel 2016 dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Dallo scorso maggio la Cina ha applicato diverse sanzioni commerciali nei confronti un Paese il cui export viaggia soprattutto – per un terzo del totale – verso i porti cinesi.

«Il fatto che le sanzioni commerciali della Cina siano arrivate in piena pandemia di Covid-19 offusca in modo significativo il quadro», scrive Roland Rajah sull’Interpreter, pubblicazione del think tank di politica internazionale australiano Lowy Institute.

Quando Rajah scrive che è difficile dare un valore concreto all’efficacia di quei dazi intende soprattutto due cose. La prima è che le esportazioni australiane verso la Cina in questi mesi avrebbero certamente potuto essere più alte, se non fosse stato per le sanzioni.

La seconda è che oggi tra i due Paesi c’è ancora un solido commercio di minerale di ferro, per fare un esempio. Un commercio che però potrebbe – condizionale d’obbligo – essere destinato a ridursi nel prossimo futuro, quando le forniture che viaggiano sulla rotta Brasile-Cina torneranno sui livelli abituali (visto che al momento sono limitate).

«Tuttavia – si legge ancora nell’articolo – sembrerebbe che l’impatto delle azioni cinesi sia stato piuttosto limitato fin qui. È vero che esportazioni australiane verso la Cina sono prevedibilmente crollate nelle aree colpite dalle sanzioni, ma la maggior parte di questo commercio sembra aver trovato altri mercati».

Detto dell’export del ferro rimasto sostanzialmente intatto, le esportazioni complessive di merci australiane che di solito viaggiano verso la Cina hanno toccato quota 145 miliardi di dollari australiani nel 2020, appena il 2% in meno rispetto al 2019 nonostante la recessione economica causata dalla pandemia.

La lista di merci sottoposte a dazio da parte di Pechino include manzo, orzo, carbone, rame, cotone, frutti di mare, zucchero, legname, vino: complessivamente, il valore di queste esportazioni verso la Cina si aggirava intorno ai 25 miliardi nel 2019, cioè l’1,3% del prodotto interno lordo. Una quantità significativa.

Alla fine del 2020 in Cina erano arrivate merci per un valore di poco inferiore ai 5,5 miliardi di dollari, un calo enorme. Ma i numeri in valore assoluto, da soli, non dipingono un quadro fedele alla realtà. Le sanzioni commerciali della Cina infatti non sono costate all’Australia davvero 19,5 miliardi di dollari come suggerirebbe una semplice sottrazione algebrica.

«Innanzitutto bisogna individuare alcuni fattori che potrebbero aver influito, a partire dalla pandemia che potrebbe aver frenato buona parte del commercio. Inoltre negli ultimi mesi il commercio globale si è rimescolato, così mentre la Cina sostituisce le importazioni australiane con altre fonti, le esportazioni australiane si spostano su altri mercati», scrive Rajah sull’Interpreter.

Queste dinamiche sono ben rappresentate dal percorso fatto dal carbone australiano, forse la merce che più di tutte testimonia come l’impatto dei dazi voluti da Pechino sia sostanzialmente limitato e non sia facilmente individuabile nei numeri.

Il carbone da solo rappresenta più della metà delle esportazioni australiane. Solo che l’export verso la Cina era già diminuito in maniera sostanziale prima delle nuove sanzioni, arrivate intorno a ottobre 2020.

Il calo infatti non riguarda lo scontro recente tra Pechino e Canberra ma ha a che fare con la decisione del governo cinese di sostenere l’industria carboniera nazionale. «Quando la Cina ha iniziato a vietare specificamente il carbone australiano – si legge nell’articolo del think tank australiano – queste esportazioni erano già inferiori di circa 7,5 miliardi di dollari l’anno rispetto al 2019. Dopo il divieto, le esportazioni di carbone australiano verso la Cina sono diminuite di altri 6 miliardi di dollari».

A questo punto però entra in gioco la capacità di Canberra di riposizionare il suo carbone su altri mercati. Operazione che, secondo Roland Rajah, è riuscita piuttosto bene.

Gli esportatori australiani di carbone sembrano aver avuto un discreto successo nel dirottare quel bene verso altri mercati. Quando la Cina ha ridotto le sue importazioni di carbone in generale, a partire da metà anno, l’export verso altri mercati inizialmente è aumentato in maniera graduale.

Poi c’è stata una crescita sempre più verticale quando, a partire da ottobre 2020, la Cina ha preso di mira il carbone australiano: già a gennaio 2021 le esportazioni nel resto del mondo erano superiori di 9,5 miliardi rispetto al periodo precedente alle sanzioni.

«Pertanto, alla luce delle deviazioni che può prendere il commercio globale, l’impatto dei dazi della Cina sul carbone australiano non sembra essere sufficiente per cambiare di molto il quadro generale», si legge nell’articolo del Lowy Institute.

Altre esportazioni australiane colpite dalle sanzioni di Pechino mostrano segni ancora più evidenti di una flessibilità nella domanda di mercato. Alcuni esempi riguardano beni come orzo, rame, cotone, frutti di mare e legname: le vendite di questi prodotti ad altri mercati sono cresciute notevolmente nell’ultimo periodo, e in particolare dalla fine del 2020.

Allora i numeri da guardare per leggere l’impatto economico delle sanzioni cinesi sull’export australiano sono altri.

In sintesi, se escludiamo il carbone dall’equazione, il valore delle merci australiane esportate in Cina è rimasto sostanzialmente stabile, intorno ai 9 miliardi di dollari annui, per la maggior parte del 2020, prima di ridursi a circa la metà a causa delle sanzioni alla fine dello stesso anno. Ma nel frattempo quelle stesse merci hanno trovato nuove rotte commerciali nel resto del mondo, registrando una crescita di circa 4,2 miliardi di dollari su base annua, compensando la maggior parte della perdita.

Inoltre si potrebbero prendere in considerazione anche altri fattori che contribuiscono a ridurre ulteriormente il danno sull’economia australiana, ad esempio le proprietà straniere danneggiate nei settori colpiti dai dazi cinesi, o anche lo spostamento di capitali e lavoratori in altri settori per ammortizzare l’impatto delle sanzioni.

«È per questo motivo che l’impatto economico complessivo della prova di forza commerciale della Cina contro l’Australia sembra essere stato piuttosto limitato, finora», scrive Rajah sull’Interpreter prima di fare l’ultima considerazione.

«Il fatto che il danno complessivo sia sostanzialmente limitato – si legge nella conclusione dell’articolo – non dovrebbe essere una sorpresa. La Cina ha messo nel mirino prodotti ai quali può rinunciare perché sa di perdere relativamente poco, soprattutto perché esistono fornitori alternativi all’Australia. Ma, nella maggior parte dei casi, è vero anche che ci sono acquirenti alternativi per Canberra. Allora è facile immaginare un rimpasto del commercio globale, che ha limitato il danno per l’economia australiana».

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