Buio in salaLa stretta di Pechino sul cinema danneggia “Nomadland”

Il film della regista cinese, ora trasferita in America, fa incetta di premi ma rischia di non essere distribuito in patria. Colpa di alcune frasi della donna che non sono piaciute al Partito comunista. Ma il vero problema agli Oscar è il documentario sui ribelli di Hong Kong

Richard Shotwell/Invision/AP

Nonostante i continui successi, la regista Chloé Zhao, di origine cinese ma da anni residente in America, piace sempre meno a Pechino. Con il suo film “Nomadland” ha trionfato ai Golden Globe (miglior film e miglior regista), ha confermato il risultato ai Bafta (sempre miglior film e miglior regista, ma anche miglior attrice protagonista e miglior fotografia) e si prepara alla serata degli Oscar, per l’incoronazione definitiva, con quattro nomination (la prima volta per una donna).

In Cina però si chiede di boicottarla. In un’intervista del 2013 aveva definito il Paese in cui era cresciuta fino ai 15 anni, come «un luogo in cui la menzogna è ovunque».

Nel 2020 ha dichiarato al giornale australiano News.com che «Gli Stati Uniti sono ora il mio Paese [the United States are now my country]». Frase che dopo qualche mese è diventata «Gli Stati Uniti non sono il mio Paese [the United States are not my country]». Una correzione tardiva ma molto eloquente.

L’iniziale presa di distanza della regista non era piaciuta. In Cina la distribuzione dei suoi film ha cominciato ad avere alcuni problemi. “Nomadland”, per esempio, dovrebbe uscire a fine aprile, ma la società incaricata ha ritirato ogni forma di promozione e, come spiega questo articolo di Le Monde, perfino l’hashtag #Nomadland è scomparso.

Lo stesso destino era toccato al film precedente della regista, “The Rider” (2017) e, con ogni probabilità, capiterà anche al prossimo, “Eternals”, un film di supereroi particolari con un cast di alto livello (Angelina Jolie e Salma Hayek).

Sul piano geopolitico la tensione con Pechino è alta. La Pearl, società incaricata di trasmettere la notte degli Oscar a Hong Kong, ha deciso quest’anno di rinunciare per – presunti – motivi tecnici.

Al tempo stesso, la nomination all’Oscar per “Do Not Split”, film-documentario del regista norvegese Anders Hammer sulle proteste di Hong Kong del 2019 sfiora l’incidente diplomatico. Per il giornale cinese Global Times «gli Oscar non devono essere ridotti ad armi politiche. Altrimenti rischiano di ferire i sentimenti del pubblico cinese e provocare una perdita importante sul mercato cinese, che del resto ha superato per la prima volta il box office nordamericano».

Negli ultimi tempi l’attività cinematografica cinese è passata sotto il controllo dell’ufficio della propaganda. E il cambiamento è notevole.

I film realizzati con co-produzioni internazionali dovranno rispettare una cosiddetta «clausola di patriottismo». Non dovranno, cioè, «mancare di rispetto per gli usi e costumi cinesi, per la storia della Cina e per il suo entusiasmo patriottico». Né dovranno «andare contro gli interessi della politica straniera cinese». Soprattutto, nel film non sarà concesso di lavorare «a chi ha espresso posizioni anti-cinesi e contrarie alla politica di “Una sola Cina”». Non sono ammessi nemmeno contatti, passati e attuali, con «forze anti-cinesi».

Anche sul fronte interno sono state emesse raccomandazioni precise. Le star cinesi hanno ricevuto, da parte dell’Associazione nazionale delle arti dello spettacolo un decalogo di comandamenti da rispettare. «Amare la patria, sostenere la linea del Partito, i suoi principi e le sue politiche». A questo proposito sono chiamati a «usare le loro arti per servire il popolo e il socialismo».

Tra le proibizioni c’è quella di «danneggiare l’unità nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale», è vietato «nuocere all’unità etnica del Paese» e «violare le leggi su religioni, promuovendo culti o superstizioni». In più non sono ammesse «droghe» e non possono «guidare ubriachi».

Infine, non è consentito nemmeno «esibirsi in play-back», cosa bizzarra, certo. Chissà: forse il timore è che, mentre la musica registrata segue le direttive, il labiale vada per conto suo.

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