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L’appello per le aziendeLavoro e autismo: una sfida che si può vincere

Il progetto “Coloriamo l’invisibile”, promosso da Fondazione Adecco per le pari opportunità, ha portato all’inserimento di tre persone autistiche all’interno di EY e a un vero e proprio percorso trasformativo dell’intero processo di selezione

(Unsplash)

Immaginare le persone con autismo come colori che, per poter risaltare, hanno bisogno di essere guardate attraverso lenti inedite. Colorare le vite di ragazze e ragazzi che hanno enormi difficoltà ad affrontare il mondo del lavoro, ma al tempo stesso enormi talenti. È con questa prospettiva che ha preso vita il progetto “Coloriamo l’invisibile”, promosso da Fondazione Adecco per le Pari Opportunità, per l’inserimento di persone autistiche ad alto funzionamento all’interno delle aziende.

Un progetto nato a dicembre 2019, che ha portato finora all’inserimento di tre persone con autismo all’interno di EY, e di ulteriori cinque persone in altre quattro aziende che hanno scelto di aderire e finanziare questo progetto che si candida a diventare un punto di riferimento per offrire quelle opportunità che, troppo a lungo, a queste persone sono mancate. «Il lavoro è il vero strumento di inclusione sociale, autonomia e sicurezza che possiamo offrire», ha ricordato Francesco Reale, segretario generale di Fondazione Adecco, nel corso di un evento tenutosi nell’arena di Phyd all’interno del ciclo di incontri per celebrare i vent’anni della Fondazione.

Presente anche Elio di Elio e le Storie Tese (Stefano Belisari), ambassador e membro del cda di Fondazione Adecco, che ha ricordato come «secondo le indagini più recenti, in Italia, un bambino su 77 presenta un disturbo dello spettro autistico». Quindi, ha affermato, «è qualcosa con cui bisogna fare i conti sotto ogni aspetto. Sono persone che se inserite in un percorso ad hoc, ben strutturato, possono fare miglioramenti incredibili». Ma «bisogna accoglierle nel modo giusto. E se le aziende lo faranno, ci sarà un vantaggio non solo per i ragazzi che verranno assunti e per le loro famiglie, ma anche per le aziende stesse».

E il caso di EY lo dimostra. «Questo progetto ha segnato un prima e un dopo», ha raccontato Doriana De Benedictis, Head of Diversity & Inclusion for Italy, Spain and Portugal di EY. «Prima sembrava impossibile avvicinare questo tipo di sfida all’azienda, poi ci siamo accorti che l’unico modo per affrontare questa magnifica avventura era imparare a disimparare».

Il percorso di selezione e inserimento all’interno di EY è avvenuto grazie alla collaborazione e il supporto di Fondazione Sacra Famiglia e del compianto professore Lucio Moderato. A sostegno del progetto anche l’Associazione Diesis che ha seguito e sta seguendo i ragazzi.

«Fino a quando restiamo legati ai nostri schemi di riferimento, limitiamo la possibilità di allargare la prospettiva», ha ribadito De Benedictis. «Lo abbiamo imparato grazie al professore Lucio Moderato, che in un pomeriggio ha mischiato tutte le nostre carte. Ci siamo spogliati delle conoscenze e sovrastrutture e ci siamo lasciati guidare». Il salto in avanti è stato «creare nuovi punti di riferimento, rimettendoli in discussione di volta in volta, perché ogni persona autistica è diversa dall’altra. Abbiamo capito che dovevamo lasciarci guidare dalla persona che avevamo di fronte, senza imporre i nostri modelli».

E così, dopo la prima assunzione, sono arrivate anche la seconda e la terza. E il team aziendale che ha partecipato al progetto si è via via allargato. Secondo Florinda Saverino, Talent Attraction & Acquisition Leader Financial Services Italy di EY, le parole chiave che fanno funzionare il progetto sono tre: «Il coraggio di crederci e fare qualcosa insieme, la relazione di fiducia che si instaura tra tutti gli attori coinvolti, e la condivisione continua del percorso e dei risultati di questi colleghi».

«Abbiamo inserito tre persone che stanno lavorando molto bene», ha spiegato Saverino. «Noi non abbiamo fatto nulla di straordinario, per questo l’appello rivolto a tutte le aziende è di iniziare un percorso di questo tipo». Con un consiglio, conclude De Benedictis: «Andare avanti un passo alla volta. Sono i piccoli passi che permettono di progredire. Ma senza il coraggio di iniziare non potremo mai sapere quello che ci aspetta. Se ci concentriamo solo su quello che le persone non hanno, ci neghiamo la possibilità di scoprire quello che possono fare. Noi abbiamo scoperto che si può fare, basta spingersi un po’ oltre».

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