Prossima consegnaIl percorso dell’industria del delivery verso la sostenibilità non è ancora all’ultimo miglio

Nell’anno in cui sono cresciuti di più l’e-commerce e le ordinazioni di cibo a domicilio, l’intero settore ha cercato di adeguarsi per rispettare l’ambiente. Non solo con il packaging, ma anche nel comparto logistico. Per ottenere una filiera davvero ecologica, però, bisognerà aspettare ancora qualche tempo

Cecilia Fabiano/ LaPresse

«La forza di questo progetto nato durante il primo lockdown è che intercetta due trend di consumo che hanno subito una forte accelerazione durante l’emergenza sanitaria: la crescita dei servizi di spesa online e l’aumentata consapevolezza dell’importanza di un consumo più sostenibile». A parlare è Francesco Giberti, Ceo e fondatore di Babaco Market, un servizio di delivery in abbonamento di frutta e verdura con prodotti made in Italy e di stagione.

Babaco è stata selezionata tra le startup vincitrici del progetto “StartupPerMilano”, che promuove le startup che migliorano la vita delle persone, soprattutto per l’attenzione alla sostenibilità ambientale: «Il nostro modello di business è basato sulla lotta agli sprechi: recuperiamo la frutta e la verdura “brutta ma buona”, quella che non soddisfa i requisiti della distribuzione ed evitiamo che venga inutilmente sprecata destinandola alle nostre box».

Solo nel 2021 Babaco ha recuperato oltre 70 tonnellate di frutta e verdura. Considerando che ogni tonnellata di cibo sprecato è responsabile di 4,5 tonnellate di CO2 rilasciate, l’impatto sull’ambiente è considerevole.

L’esempio di Babaco è solo un piccolo frammento dell’industria del delivery e della sua trasformazione in senso sostenibile, un passaggio fondamentale di cui si sta parlando sempre di più, soprattutto dopo un anno che ha registrato un aumento esponenziale dell’e-commerce e delle consegne di cibo a domicilio.

Secondo i dati dell’Osservatorio e-commerce B2c, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm, nel 2020 in Italia l’e-commerce ha raggiunto un valore di circa 22,7 miliardi di euro, (+4,7 miliardi rispetto al 2019): un tasso di crescita del 26 per cento.

E ovviamente c’è stata una crescita in tutto il mondo: al riguardo, il Wall Street Journal ha citato il caso di FedEx, che nel trimestre terminato il 28 febbraio ha visto i volumi di pacchi della sua unità Ground aumentare del 25 per cento sull’anno precedente.

«L’antispreco non è il nostro unico modo di contribuire alla salvaguardia del pianeta: i nostri imballaggi sono 100 per cento plastic free», dice Francesco Giberti di Babaco. «La frutta e la verdura vengono consegnate all’interno di box di cartone o in sacchetti di carta. Cerchiamo di ridurre al minimo il packaging non necessario. E per i prodotti molto delicati come fragole e bacche usiamo bio plastiche compostabili. Prestiamo attenzione anche all’impatto delle nostre consegne: il 60 per cento del delivery realizzato sul territorio di Milano avviene con mezzi a basso impatto come cargobike o furgoncini elettrici».

Packaging ecologico e trasporto green. Giberti cita i due pezzi fondamentali della filiera. Il packaging è la parte più intuitiva: che sia una pizza, un jeans o una lampada, l’imballaggio e i materiali che avvolgono i prodotti consegnati alla porta di casa sono ovviamente quelli a cui si presta maggior attenzione.

Un sondaggio di Packaging World rivela che il 79 per cento di circa duemila consumatori intervistati preferisce prodotti con imballaggio sostenibile. Allo stesso modo, un’indagine di AstraRicerche per Comieco, il Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, dice che in Italia l’84 per cento delle persone ritiene che il packaging debba essere in carta e cartone perché più sostenibile.

Ovviamente non vale per tutti allo stesso modo. Una ricerca simile nel Regno Unito ha rivelato che solo un acquirente su dieci tiene conto della consegna “eco” (e cioè a basso impatto ambientale) al momento dell’acquisto online. E uno su cinque non è disposto a pagare un extra per compensare le emissioni di carbonio dovuto alla consegna dei prodotti acquistati online.

L’imballaggio in carta o cartone è sicuramente una scelta preferibile in termini di impatto ambientale. Ma non è l’unico elemento da considerare. La multinazionale Raja, specializzata in imballaggi e packaging aziendale, vende soprattutto prodotti eco-responsabili, in particolare in carta e cartone (il 50 per cento), ma l’offerta di imballaggi in plastica c’è ed è realizzata in plastica riciclata e riciclabile. «L’obiettivo entro il 2025 è avere il 100 per cento dei prodotti in plastica prodotti con materiale riciclato», fanno sapere a Linkiesta.

Ma vanno considerati diversi fattori, e non sempre “carta” è sinonimo di sostenibilità ambientale: «Noi abbiamo deciso di acquistare solo carta Fsc o Pefc, quindi proveniente da foreste gestite in modo responsabile o da materiale da riciclo e recupero. Ma devono essere anche stampate con inchiostri minerali certificati Blue Angel da stampatori certificati ISO 14001», dicono da Raja.

Il packaging ecosostenibile da solo non basta. La parte relativa al trasporto si nota meno, ma dovrà evolversi di pari passo per rendere l’industria del delivery davvero sostenibile: le consegne dovrebbero essere effettuate su distanze ridotte e con mezzi green.

L’inquinamento della consegna individuale potrebbe essere più complesso da risolvere rispetto agli altri passaggi della filiera. Il resto del tragitto della merce, dalla produzione allo stoccaggio, avviene su grandi volumi, mentre l’ultimo miglio è al dettaglio: quindi con mezzi di trasporto che viaggiano semivuoti.

Lo studio “The Future of the Last-Mile Ecosystem” pubblicato dal World Economic Forum a gennaio 2020 – prima della pandemia – sosteneva che le emissioni di CO2 nelle cento città più grandi del mondo sarebbero aumentate del 30 per cento in dieci anni e prevedeva che la domanda di consegna dell’ultimo miglio sarebbe aumentata del 78 per cento entro il 2030, con una crescita del 36 per cento di veicoli per le consegne nelle prime cento città del mondo.

L’impatto ambientale sarà difficile da calcolare con precisione: uno studio pubblicato su Nature spiega proprio che «l’impatto ambientale dei servizi di corriere espresso rimangono ancora in gran parte inesplorati, ma possono essere mitigati se viene adottata una serie di politiche, tra cui un rallentamento della velocità di consegna, aggiornamenti del sistema di alimentazione, riduzione dei materiali di imballaggio, logistica, ottimizzazione e determinazione del prezzo del carbonio».

Ad ogni modo, per le aziende del settore non è sempre facile modificare pratiche ormai radicate, ancor meno nel momento in cui l’intera industria è costretta a correre per l’espansione dell’e-commerce e delle consegne a domicilio: trovare fornitori e materiali adatti, inserirli nei processi di produzione e smistamento – in totale sicurezza e garantendo il servizio – non è necessariamente una trasformazione immediata.

L’azienda di food delivery Just Eat, attiva su tutto il territorio italiano, ha da tempo adottato packaging 100 per cento compostabili e biodegradabili per le consegne. Ma ha capito che per ridurre l’inquinamento atmosferico occorre qualcosa in più: «Abbiamo avviato partnership a valore che agevolano una scelta sostenibile anche sull’asset delle consegne, come è avvenuto con MiMoto, il primo servizio made in Italy di scooter sharing elettrico per incentivare il passaggio alla green mobility. Il nostro programma agisce dunque sull’intero ciclo di vita del food delivery, dalla scelta dell’ordine e quella del mezzo di trasporto, fino alla gestione dei rifiuti», dicono a Linkiesta da Just Eat.

Anche in questo caso ci sono margini di miglioramento: il servizio MiMoto è attivo a Milano, Torino, Genova, Firenze, e in altre città non sempre è possibile trovare soluzioni simili. Certo, l’innovazione tecnologica ci permette di intravedere soluzioni ancora più sostenibili per il futuro, come i droni o i cani robot (sic). Ma prima che entrino nella quotidianità del food delivery ci vorrà ancora un po’.

Le consegne di pizze, panini, sushi a domicilio sono quelle che più di tutti riguardano distanze brevi: anche per comodità, è il consumatore il primo a cercare ristoranti in zona, riducendo le tratte dei singoli viaggi.

Il trasporto merci su grandi distanze invece ha tutt’altre caratteristiche, altre esigenze, altri mezzi coinvolti. Da Dhl Global Forwarding fanno sapere a Linkiesta che la pandemia ha drasticamente cambiato il mondo della logistica, mostrando la fragilità delle infrastrutture – sociali e non – su cui ha sempre fatto affidamento.

Tim Scharwath, Ceo di Dhl Global Forwarding spiega che «l’industria logistica ha subito pesanti ripercussioni che hanno scosso fin nelle fondamenta il mercato degli approvvigionamenti, con conseguenze notevoli sul trasporto aereo e marittimo, ma per contrastare il cambiamento climatico il settore dei trasporti ha bisogno di una vera e propria trasformazione, che passa dalla neutralizzazione delle emissioni».

Il brand del gruppo Deutsche Post Dhl è una delle aziende più impegnate nel settore del trasporto aereo e marittimo, e ha stabilito l’obiettivo – piuttosto ambizioso – di raggiungere le emissioni zero nel 2050. Ad esempio, le spedizioni Lcl (less-than-container load, “container a carico parziale”,  un acronimo che indica il caso in cui i carichi “piccoli” dei diversi clienti vengono raggruppati in un singolo container marittimo standard, ndr) compenseranno le emissioni di CO2 utilizzando biocarburanti marittimi.

«Per noi», conclude Scharwath, «i carburanti sostenibili costituiscono una valida alternativa per decarbonizzare il servizio di trasporto marittimo; per questo motivo abbiamo deciso di limitare le emissioni di tutte le nostre spedizioni Lcl. Anche se stiamo vivendo un periodo senza precedenti a causa della pandemia in corso, dobbiamo garantire che la salvaguardia dell’ambiente e gli sforzi per raggiungere la sostenibilità siano considerati una priorità».

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