L’indesiderabileGratteri è una persona da proteggere bene, ma anche la società italiana dovrebbe essere protetta da lui

Si cerca di derubricare a “generosità” malriposta l’endorsement del magistrato al libello firmato da un farneticatore. Ma il problema resta e riguarda la Repubblica antifascista che intitola commissioni alla senatrice ebrea ma poi fa finta di niente se un maschio alfa coopera editorialmente con personaggi risaputamente razzisti

LaPresse/Fabio Cimaglia

Lo scandalo che avrebbe dovuto coinvolgere il dottor Nicola Gratteri e la comunità dell’informazione che ne protegge il potere si sta consumando come previsto: e cioè senza scandalo. Agevolato dalla pigrizia civile e dalla complicità omertosa della sua buona stampa, il procuratore della Repubblica di Catanzaro ha creduto di rimanere silenzioso nel silenzio che lo assolve dall’obbligo di rispondere a questo precisissimo interrogativo: può, chi è incaricato del potere enorme di arrestare la libertà delle persone e di stravolgerne la vita, assumere iniziative di cooperazione editoriale e pubblicistica con personaggi risaputamente colpevoli di propalazioni razziste di matrice antisemita?

Il fatto che quella propaganda non fosse apertamente nel libro ornato dalla prefazione di Gratteri, come il Corriere della Sera ha avuto il prurito di precisare, bensì “soltanto” nelle reiterate farneticazioni di uno dei suoi autori, non destituisce nemmeno di un grammo la gravità della faccenda e non sposta il problema nemmeno di un millimetro.

La faccenda era e rimaneva gravissima perché è semplicemente inaccettabile che un magistrato di elevatissimo rango, oltretutto abituato a interferire pesantemente nel dibattito pubblico, faccia comunella editoriale con gente responsabile non solo di divulgare un neo-scientismo trash rivolto a inquinare lo stato delle conoscenze sulle cause dell’epidemia, ma responsabile inoltre di pubblici comportamenti che recuperano e ripropongono la più volgare e pericolosa narrativa neonazista.

E il problema era e resta dove stava, vale a dire nella pubblica accettazione della condotta di un magistrato di tal rango e di tanta notorietà il quale per unica risposta non trova di meglio che rilanciare dal suo profilo Twitter (qualcuno se ne accorge?) i vaneggiamenti dei fan che denunciano la congiura delle “massomafie” (testuale) ai suoi danni.

È questa una pagina nera, certamente non l’unica ma particolarmente vergognosa, del nostro giornalismo. Perché è facile, è riposante, è divagatoria la retorica sul razzismo, e su quello antisemita in particolare, quando trionfa comoda nell’istituzione delle commissioni parlamentari intitolate alla senatrice ebrea e nei libri “contro l’odio” promossi dal marchettificio della tv di Stato.

E infatti, et pour cause, quella retorica recede e si raggomitola in capziosa puntualizzazione quando c’è da preservare l’intangibilità dell’oracolo, il Maschio Alfa dell’antimafia e il lauro che per forza deve continuare a incoronarne l’immagine: il veleno razzista – badate bene al fondamentale distinguo – non fuoriesce in purezza dal libro con prefazione di Gratteri, ma in plurimi rigurgiti dal cavo buccale di uno dei due autori.

E tanto basta a chiudere il caso, mentre un altro grande giornale pubblica le doglianze dell’inquisitore calabrese che non si dà pace perché lui solo per generosità aveva accettato di fare quella prefazione: e così lo ripagano, con tutto questo fango.

Ma facciamo a capirci, almeno qui. Le pubbliche funzioni di un Paese civile farebbero del dottor Nicola Gratteri un indesiderabile. Una persona da proteggere rigorosamente, perché gravemente minacciata, ma da cui la società dovrebbe essere protetta altrettanto bene. Non succederà, e nella Repubblica nata contro il nazifascismo (si dice così, giusto?) il potere di far richiudere le persone in una cella continuerà a essere esercitato da chi concorre alla diffusione di testi scritti da gente presa più volte a strillare che gli ebrei tengono a stecchetto il mondo bisognoso di cure.

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