Dose di fiduciaHong Kong abbonda di vaccini, ma i cittadini non si fidano del governo

Gli abitanti dell’ex colonia britannica sono sospettosi verso qualunque proposta o suggerimento che arrivi dalle istituzioni, ormai sotto diretto controllo di Pechino. Anche per questo la campagna di somministrazione dei farmaci procede a rilento, spiega un lungo articolo dell’Atlantic

Il Capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam mentre riceve il vaccino Sinovac / Lapresse

Lo scorso 30 marzo la Cina ha approvato una riforma del sistema politico di Hong Kong che le permetterà di controllare ancora di più le istituzioni dell’ex colonia britannica. E chiunque si candiderà alle elezioni nel Paese dovrà essere preventivamente interrogato sulle proprie idee politiche da un comitato riconducibile a Pechino. Il difficile rapporto con la Cina si vede in contesti meno palesi di questo. È un discorso legato alla fiducia, alla considerazione e all’atteggiamento dei cittadini di Hong Kong nei confronti del governo cinese.

Un esempio può essere la campagna di vaccinazione nella città semiautonoma. Il profondo sospetto dei cittadini nei confronti di Pechino e di Carrie Lam, il Capo esecutivo di Hong Kong parecchio impopolare, ha reso molto difficile convincere la popolazione dei vantaggi che otterrebbero facendo il vaccino.

Un disagio raccontato sull’Atlantic da Timothy McLaughlin, corrispondente da Hong Kong, in un lungo articolo in cui racconta le difficoltà nel raggiungere i cittadini: «Avere abbondanza di vaccini, stanno scoprendo i funzionari del governo, non vale molto se la fiducia nelle istituzioni è così scarsa».

Hong Kong aveva un vantaggio rispetto a tanti altri luoghi colpiti dal virus: al momento di fare i conti con la pandemia i cittadini potevano mettere in pratica la lezione appresa con l’epidemia di Sars del 2003. Un vantaggio sfruttato anche dall’amministrazione locale, che ha avuto una risposta relativamente rapida permettendo di contenere le perdite: meno di 12.000 casi e solo 205 morti su una popolazione di 7 milioni di persone.

L’ex colonia britannica non è stata sottoposta a rigidi lockdown, come invece è accaduto in buona parte dei Paesi occidentali: rispetto all’Europa la pandemia ha portato limitazioni piuttosto contenute a Hong Kong – soprattutto spiagge chiuse, coprifuoco, restrizioni per bar e ristoranti – e non si è verificata una situazione paragonabile al crollo dei sistemi sanitari di altri Stati.

Ma l’esperienza di Hong Kong della pandemia da Covid-19 è legata a doppio filo al rapporto dei cittadini con le istituzioni fedeli alla Cina. «La stessa amministratrice che aveva provocato proteste di massa due anni fa con una maldestra avventura per far approvare una legge sull’estradizione, rimane selvaggiamente impopolare. Il suo governo si è concentrato sulla trasformazione del processo di voto di Hong Kong a favore dei politici pro-Pechino e sull’attacco alle figure della pro-democrazia piuttosto che sulla pandemia», si legge sull’Atlantic.

E non sono mancate dimostrazioni di una politica fatta con due pesi e due misure: «La conseguenza è che quasi tutte le misure di contrasto alla pandemia annunciate da Lam vengono viste con sospetto. A partire da CoronaVac un vaccino prodotto dalla società cinese Sinovac, che ha ricevuto un’approvazione affrettata da un panel di esperti di Hong Kong il mese scorso nonostante la mancanza di dati certi da parte dell’azienda», scrive McLaughlin.

Non può essere un caso allora che la campagna di somministrazione del vaccino proceda a rilento. A maggior ragione dopo lo stop alle dosi di Pfizer-BioNTech (a causa di un problema con l’imballaggio, legato però al distributore che ha rifornito Hong Kong, cioè Fosun Pharma). E la stessa Carrie Lam è stata costretta ad ammettere che il raggiungimento dell’immunità di gregge richiederà ancora molto tempo.

Un breve aneddoto aiuta a spiegare il grado di sfiducia da parte della popolazione: lo scorso 2 marzo a Hong Kong si è registrata la morte di un uomo che aveva da poco ricevuto il vaccino Sinovac, il giorno successivo i dati del governo hanno mostrato una cancellazione di 10.300 appuntamenti per il vaccino in tutta la città.

Linkiesta aveva già raccontato le difficoltà di alcuni Paesi asiatici nella distribuzione dei vaccini alla popolazione. Il caso del Giappone, con prospettiva sulle Olimpiadi di Tokyo della prossima estate, è preoccupante. Secondo uno studio pubblicato a settembre su The Lancet, il Giappone è tra i Paesi con la minore fiducia nei vaccini al mondo: meno dell’1% del Paese è stato vaccinato e non è stata stabilita alcuna tempistica per il completamento della campagna vaccinale.

Ma anche in Corea del Sud si procede a rilento. Per ovvi motivi geografici, dalle parti di Seul l’allarme per la pandemia è scattato molto presto. Ma ancora adesso il governo sta faticando nell’accelerare con le vaccinazioni dopo alcuni decessi successivi alle somministrazioni del farmaco AstraZeneca: proprio come in altri Paesi del mondo, non è stata riscontrata alcuna correlazione tra i decessi e i vaccini, ma la perplessità della popolazione gioca un ruolo decisivo in questi processi.

Fa eccezione Singapore, la piccola città-Stato il cui governo si è astenuto dal distribuire le dosi di Sinovac donate da Pechino proprio a causa della mancanza di dati a disposizione. Ovviamente la campagna vaccinale procede spedita con le dosi di Pfizer-BioNTech e Moderna prenotate appena sono state messe sul mercato.

«Dopo un inizio lento le vaccinazioni sono aumentate notevolmente. Non mancano i borbottii delle persone che sono ancora preoccupate per la sicurezza del vaccino. Ma in generale la maggioranza della popolazione se la sta cavando bene», ha spiegato all’Atlantic Leong Hoe Nam, specialista in malattie infettive al Mount Elizabeth Novena Hospital di Singapore. Anche qui la grande preoccupazione, dice, è dovuta al fatto che chi deve muoversi verso la Cina (soprattutto per lavoro) deve fare il vaccino Sinovac, e non c’è molta fiducia.

«I ritardi nelle campagne vaccinali differiscono da Paese a Paese, ma nel loro insieme comportano un maggior progresso nella lotta alla pandemia da parte degli Stati occidentali, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna. Questi infatti hanno già vaccinato ampie fasce della popolazione, e intravedono la possibilità di una ripresa economica e di un ritorno alla normalità sempre più vicino», si legge sull’Atlantic.

A Hong Kong sono state somministrate poco più di 490mila dosi, considerando tutti i vaccini: meno dell’1% della popolazione è stato completamente vaccinato. Parlando con l’Atlantic, il direttore del dipartimento di reumatologia e immunologia dell’Università di Hong Kong ha spiegato che «il problema non sembra essere correlato alla sicurezza o alla qualità del vaccino in sé», quanto allo scetticismo della popolazione.

Se a Singapore gran parte del successo potrebbe essere attribuito a un alto livello di fiducia nel sistema sanitario e allo sforzo dell’amministrazione nel diffondere informazioni sui benefici della vaccinazione, a Hong Kong la fiducia è sempre molto scarsa.

«L’indice del sospetto tra i cittadini di Hong Kong è fin troppo alto», ha detto Alvin Chan, co-presidente del Comitato consultivo sulle malattie trasmissibili presso l’Associazione medica di Hong Kong.

«Per addolcire l’offerta – conclude l’Atlantic – la città sta riflettendo sulla possibilità di allentare le restrizioni e magari ristabilire la possibilità di viaggiare per coloro che ricevono i vaccini. Ma la comunicazione con la popolazione è da sempre un punto debole del governo, che continua a inondare di messaggi, fatti e dati un pubblico diffidente. Un conto è fornire semplicemente un mucchio di numeri, un altro è cercare di capire davvero perché le persone hanno paura».

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