Tutele modernePerché serve un nuovo sistema di welfare per i lavoratori autonomi

Per allinearsi al continuo mutamento delle dinamiche lavorative, occorrerebbe avviare un percorso sia normativo sia fattuale per il riconoscimento di maggiori garanzie per il libero professionista. Serve un quadro più completo dei servizi, un approccio al mercato del lavoro sussidiario e non burocratico e un focus sul tema dell’equo compenso

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Nel corso di questo ultimo anno, caratterizzato dall’emergenza epidemiologica, lo Stato è dovuto intervenire con una dose massiccia di risorse per finanziare gli ammortizzatori sociali in favore di lavoratori dipendenti e per la prima volta anche degli autonomi.

Se per i lavoratori dipendenti si è sostanzialmente proceduto nell’intervenire sulla cassa integrazione nelle sue diverse declinazioni (assegno ordinario, cassa in deroga, FIS, fondi di solidarietà, ecc…) per tutelare i lavoratori in forza la cui attività era sospesa, per quanto riguarda i lavoratori autonomi e liberi professionisti, si sono dovute costruire delle prestazioni ex novo, non essendoci in termini ordinari degli strumenti che fungono da ammortizzatore sociale per queste categorie.

Un esempio di questo riguarda l’erogazione del contributo a fondo perduto: una misura spot, i cui requisiti di accesso della platea dei beneficiari, importi, modalità di corresponsione, sono state interamente definite dalla normativa emergenziale.

Appare quindi non più procrastinabile la costruzione di un moderno sistema di welfare anche per i lavoratori autonomi. L’errore da non fare però è quello di pensare di allargare a questi lavoratori le tutele oggi presenti per il mondo del lavoro subordinato: le condizioni e quindi anche i bisogni di queste due categorie sono profondamente diversi, pertanto devono essere specifiche anche le eventuali prestazioni sociali da costruire.

Oltre al tema del welfare, sta diventando di profonda attualità la questione di come riconoscere tutele economiche e contrattuali ai lavoratori autonomi. Anche in questo caso l’ipotesi di estendere tout court la contrattazione collettiva applicata ai lavoratori dipendenti alle cd “partite iva” appare al quanto discutibile.

Il mondo del lavoro autonomo è molto articolato e potremmo dire molto magmatico: troviamo il lavoro autonomo permanente e quello transitorio, il mono committente e lo studio/impresa, il parasubordinato e il vero contratto d’opera. Quelli senza protezione e quelli iscritti agli ordini e quindi alle Casse, che godono di un welfare crescente e interessante. Un’eterogeneità non facilmente sottoponibile ad una reductio ad unum. Importante, inoltre, tenere conto dei settori in cui operano questi lavoratori, oggi caratterizzati da importanti e continue transizioni e trasformazioni che li porta ad aver bisogno in particolar modo di azioni di aggiornamento e formazione continua.

Occorre quindi avviare un serio e profondo ragionamento su come il mercato del lavoro sia cambiato, di come i confini che delineavano i profili della subordinazione e dell’autonomia siano profondamente messi in discussione dalla realtà del mondo del lavoro. In questo ultimo anno abbiamo assistito a spinte attraverso le quali il lavoro subordinato ha assunto profili più prossimi al lavoro autonomo, acquisendo elementi di indipendenza, responsabilità, progettualità, slegando anche la propria attività da orari prestabiliti e quindi non misurando direttamente il proprio compenso al tempo messo a disposizione (in questo lo smartworking è un esempio).

Così dall’altro, il lavoro autonomo ha avviato un percorso sia normativo che fattuale verso il riconoscimento di maggiori tutele e certezze: non è infatti un caso che la legge 81/2017 preveda sia «misure a tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale» che una prima regolazione a favore del “lavoro agile”.  Una legge ancora da attuare per molti versi, come spesso capita nel nostro ordinamento.

Così anche per quanto riguarda l’applicazione della contrattazione collettiva per il lavoro autonomo e il tema dell’equo compenso. Riteniamo totalmente improprio individuare dei minimi salariali per i lavoratori autonomi, in stretta analogia con i lavoratori dipendenti. Infatti è profondamente irrealistico pensare di introdurre minimi tariffari per i lavoratori autonomi da applicare rigidamente e scrupolosamente, ma sarebbe più utile invece condividere dei criteri di indirizzo e orientamento, utili a definire il “buon lavoro” e il relativo “equo compenso”, per limitare una corsa al ribasso che sembra incontrastata. Pensiamo a cosa sta già accadendo con l’e-service.

Occorrerebbe pertanto avviare delle sperimentazioni per valorizzare seriamente (ed economicamente) le competenze maturate e la loro relativa certificazione; a livello territoriale occorre instaurare delle commissioni di certificazione composte dalle associazioni di rappresentanza del lavoro autonomo, finalizzato alla certificazione del contratto, laddove il professionista lo richieda espressamente; è opportuno sperimentare forme mutualistiche di welfare territoriale, che possa prevedere servizi, agevolazioni e prestazioni specifiche legate al territorio, alla condizione economica e professionale dei lavoratori autonomi interessati; andrebbe altresì utilizzata la leva fiscale per incentivare e rafforzare strumenti già presenti, come quelli delle Casse per i professionisti ordinistici e i fondi contrattuali di riferimento che da qualche anno hanno esteso le misure previste per i dipendenti anche a platee specifiche di lavoratori autonomi.

Le stesse misure Covid hanno mostrato la difficoltà del policy maker di intercettare il fabbisogno e il malessere del lavoro autonomo per il mindset tipico di chi ragiona avendo a riferimento il lavoro subordinato (vedi modalità di quantificazione degli aiuti).

Il compenso, inteso come riconoscimento di professionalità e di dignità del lavoro, non può prescindere da aspetti legati alla previdenza, al welfare e alla formazione lungo tutto l’arco della vita lavorativa, questo vale per tutte le persone impegnate nel mondo del lavoro, ma ancora di più per un lavoratore autonomo. A questo può essere affiancato un welfare minimo pubblico e l’accesso alle forme di sostegno già presenti, ma da incentivare. Inoltre, non si può non pensare ad un intervento integrato, che riguardi altresì il sistema fiscale di riferimento e in particolare la deducibilità delle nuove spese.

Infine, Next Generation EU e la prossima programmazione fondi strutturali e d’investimento europei potranno costituire l’occasione per attivare misure di welfare to work per il lavoro autonomo (start up, innovazione, aggiornamento continuo, trasformazione) e dei servizi, come gli sportelli per il lavoro autonomo, secondo un approccio sussidiario e non burocratico, che costituirebbero certamente un modo per dare identità e piena cittadinanza al lavoro autonomo.