GuiaTooIdea per un reality sui quarantaduenni dei miei diciassette anni

Leggo sul NYT le accuse a Matt Gaetz. E, al di là del fatto che una ragazza abbia un mese in più o in meno della maggiore età, l’unica cosa che vorrei sapere è: «Come vi viene in mente di passare del tempo con una minorenne convinta di avere opinioni interessanti»? Se non temessi una conversazione sulla prostatite, lo chiederei agli uomini che avrei potuto far finire in galera per colpa mia

Photo by Thomas Mowe on Unsplash

Matt Gaetz è un deputato repubblicano eletto in Florida. Molto trumpiano, grandemente impresentabile. Per darvi la misura di quanto: è accusato di sfruttamento della prostituzione e ieri, nella conversazione settimanale tra editorialisti del New York Times che ha avuto con Bret Stephens, Gail Collins ha detto che ci sono gli scandali sessuali in cui ti dispiace per l’accusato, e poi c’è Matt Gaetz.

La cosa che ha fatto partire l’embolo ai commentatori americani è l’accusa secondo cui Gaetz avrebbe avuto una relazione (forse a pagamento, d’altra parte quale relazione non lo è?) con una diciassettenne. Non essendo quella una terra d’elasticità mentale, diciassette vale come undici: se sei minorenne, sei una bambina. E infatti non sono rari gli americani, anche non imbecilli, che sostengono senza mettersi a ridere che Woody Allen andasse arrestato già quarantadue anni fa, ovvero quando uscì “Manhattan”.

“Manhattan”, lo riassumo casomai aveste un disturbo dell’apprendimento che vi obbliga a leggere scemenze sull’internet invece di colmare le lacune cinematografiche, è un film del 1979 in cui Allen scrive e dirige e interpreta un quarantaduenne (lui ne aveva quarantatré) che ha una relazione con una diciassettenne. La diciassettenne rappresenta l’innocenza e la non rottura di coglioni, cui nella storia si contrappone un’adulta (Diane Keaton, allora trentatreenne) scassacazzi come le peggiori di noi.

Ho alcuni amici cui piacciono le ragazzine, e in genere è un gusto che ha a che vedere coi culi sodi. Guardando “Manhattan”, invece, non c’era dubbio che l’essenza della diciassettenne fosse l’essere accomodante.

Comunque: Allen sospirava «sto con una ragazza che ha i compiti», Keaton sbeffeggiava «da qualche parte Nabokov sta sorridendo», e nessuno s’indignava più di tanto.

Avanzamento veloce d’una quarantina d’anni, e “Manhattan” diventa la prova che Allen è sempre stato un pedofilo (giacché, come già abbiamo detto, che tu frequenti l’asilo o stia per andare all’università, per l’ottusità della mente americana sempre di pedofilia si tratta).

Quando iniziò il MeToo, e con esso la tendenza a credere che i reati di mala relazione non cadessero mai in prescrizione, pensai a un’idea per un romanzo, per un film, per un reality, che ancora non ho concretizzato, ma vorrei bruciare raccontandovela. È una storia in cui una di noi rovina gli adulti della sua gioventù.

Una gioventù che lascerò riassumere a Francesca Archibugi, intervistata da Annalisa Cuzzocrea nel suo “Che fine hanno fatto i bambini” (Piemme). Per spiegare com’era diverso avere quindici anni allora, e come dev’essere opprimente averli ora, Archibugi dice: «Un tempo c’era molto più scambio tra persone di età diverse, non solo in ambito lavorativo, ma anche familiare, sociale. Per noi ragazzine degli anni Settanta o Ottanta è stato importante avere relazioni con uomini più maturi, adesso li manderebbero tutti in carcere!».

Quando iniziò il MeToo, andai su Google a cercare tutti gli amici di famiglia che avevo sedotto e infelicitato quand’ero al liceo. Prendevo appunti per il reality che sarà, quello in cui rovinerò retroattivamente le loro vite svelandoli come copulatori di minorenni, e mi annotavo che non avrebbero potuto in alcun modo sottrarsi alle accuse.

Non avrebbero potuto dire che loro veramente a me non ci pensavano proprio, ero io che avevo tanto insistito; o che avevo imparato da mia madre l’arte del pianto a scopo di manipolazione e avevano maledetto per tutto il tempo la prima volta in cui m’ero sfilata le mutande; o che, più che presentarsi alle cene dai miei genitori sempre con la moglie, non sapevano come invitarmi a desistere, ma io ero così mitomane da considerarla una manovra per farmi ingelosire: nessuna verità sarebbe stata presentabile, di fronte al tribunale dell’opinione pubblica per cui una donna è sempre e comunque vittima (figuriamoci poi se è una bambina, puntesclamativo, plagiata dall’adulto, ripuntesclamativo).

Devo ammettere che, cercandoli dopo decenni in cui non pensavo alla loro esistenza, mi sono immalinconita. Un po’ perché uno aveva perso i capelli, uno era diventato buddista, uno aveva Facebook pieno di foto da bauscia col golfino sulle spalle: il problema dei quarantenni che ti sdrai al liceo è che, quando diventi quarantenne tu, loro sono ormai dei poveri vecchi, e se dal telefono puoi accedere ai loro album fotografici la malinconia è assoluta. (È la lezione che tento invano di convincere le mie amiche a impartire alle figlie, l’adulto di quando sei piccola poi diventa un rottame; ma loro nicchiano, convinte che le loro bambine si conservino per Romeo Montecchi).

Soprattutto, mi sono immalinconita perché, appunto, nel frattempo l’adulta ero io. E mi chiedevo quanti zeri ci sarebbero dovuti essere sull’assegno con cui mi convincevano a passare una serata con un sedicenne (ma pure con un venticinquenne). Agli amici cui piacciono le chiappe sode lo chiedo spesso, senza mai ricevere una risposta soddisfacente: sì, ma tu e lei di che parlate? In genere fanno capire che non è certo per la conversazione, che stai con una fanciulla e non con un’adulta, ma sappiamo che è una patetica millanteria: vogliono far intendere che la loro vita di coppia si svolga tutta in acrobazie su materasso, ma hanno cinquant’anni, cara grazia se gli tira al mattino per ragioni idrauliche.

In genere, a un certo punto della rievocazione della mia gioventù nabokoviana, l’interlocutore mi dice: beh, ma tu sarai stata un’adolescente particolarmente sveglia. Che però si traduce nell’unire il peggio dei due personaggi femminili di “Manhattan”: asina come la ragazzina, arrogante come l’adulta. Se poi non mi toccasse una conversazione sulla prostatite, chiamerei uno per uno quegli anziani signori, anche a costo di dover rispondere all’iniziale «Guia chi?», per chieder loro come diavolo gli venisse in mente di passare del tempo con una minorenne convinta di avere opinioni interessanti sulla politica e la letteratura.

È la stessa domanda che vorrei qualcuno facesse a Matt Gaetz. Non: davvero l’ha pagata? Non: davvero aveva diciassette anni e undici mesi e non diciott’anni e un giorno? Ma: deputato, lei ha quasi 39 anni, si può sapere di cosa parlava con una tizia per la quale l’attentato alle Twin Towers è un evento storico accaduto prima che nascesse?

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia