Memorie dal sottosuoloLa grande bellezza di Dostoevskij, raccontata da Paolo Nori

Nel suo ultimo libro, “Sanguina ancora” (Mondadori), lo scrittore emiliano mette insieme una biografia, un romanzo e un’autobiografia. Il tutto dedicato a uno dei più straordinari scrittori di sempre e a una passione infinita

da Wikimedia Commons

Tutto è cominciato quando Paolo Nori aveva 15 anni. Di quel momento, dice, «io mi ricordo tutto»: la stanza nell’ultimo piano della casetta di campagna, la direzione in cui era voltato, l’ora del giorno, lo stupore di quello che stava succedendo.

In quel momento, che non dimenticherà mai, incontra per la prima volta “Delitto e Castigo” di Fëdor Michajlovic Dostoevskij. E lì si apre una ferita, colpa di «quella cosa che avevo in mano, quel libro pubblicato centododici anni prima a tremila chilometri di distanza», da cui proviene il titolo del suo ultimo libro: “Sanguina ancora”, pubblicato per Mondadori.

È, a modo suo, una biografia di Dostoevskij, un romanzo su uno dei più importanti scrittori di sempre. Ma è anche un saggio sulla letteratura russa (quella che, fino al XVIII secolo, non esisteva, «non c’era niente»), l’affresco di una società in cui i romanzieri sono più importanti dei politici e un’autobiografia dello stesso Nori, che nella sua passione molto russa per i russi racconta se stesso, le idee, le esperienze, la vita e i dolori.

L’impresa è ardua, perché «è impossibile, secondo me, imparare Dostoevskij», ma è possibile «ripercorrere la sua vita incredibile» (o «straordinaria», aggettivo che nelle prime pagine ricorre spesso).

Si comincia dai primi tentativi dell’«ingegnere senza vocazione» innamorato della scrittura, ambizioso traduttore (che scopre solo alla fine del suo lavoro di aver tradotto un libro già tradotto) e poi – quasi come una sorpresa – si ritrova giovane promessa del mondo letterario russo.

Il suo primo libro, “Povera gente” (1846), è un successo improvviso. Ha 25 anni quando salotti e riviste si innamorano di lui (di un amore, va detto, non molto saldo). Ma per diventare un grande scrittore non basterà. Sarà necessario passare per l’imprigionamento, la condanna a morte, l’esecuzione nel freddo 22 dicembre 1849 e il perdono all’ultimo minuto, che converte la pena ai lavori forzati in Siberia.

«Quando parlavo dell’arresto di Dostoevskij, prima di scrivere questo libro, io dicevo, e credo di averlo scritto anche in questo libro, che Dostoevskij era stato condannato a morte per aver letto (in pubblico) la lettera di un critico; “Immaginatevi oggi”, aggiungevo, “se io leggessi la lettera di un critico, a chi darei fastidio?” chiedevo (e credo di averlo chiesto anche in questo libro)».

La lettera era quella di Belinskij a Gogol, in cui il critico accusava il celebre scrittore di essersi rimangiato tutte le idee di progresso che sembravano trasparire dai suoi libri. Parlare male di Gogol era proibito (ma anche parlarne in generale) perché, censura zarista o meno, a quei tempi «gli scrittori erano pericolosi».

Oggi non più, e in un certo senso per fortuna. Perché Nori può ripercorrere la storia di Pushkin, il gigante assoluto che «ha preso una lingua che gli ignoranti parlavano da millenni, in Russia, e l’ha alzata a livello letterario», quella dello stesso Gogol, e descrivere il mondo letterario dell’epoca, tra slanci di passione, complotti rivoluzionari, editori spietati e rivalità estreme.

In questo ambiente di confronti (con Tolstoj, con Turgenev) si muoveva Dostoevskij, goffo e bizzarro, umorale e non per forza buono. Schiavo del gioco (ma ne trae “Il giocatore”), amante incostante, alfiere del popolo russo e del suo sentire. Aveva coscienza della sua abilità di scrittore, ma la qualità delle sue opere non fu costante (i momenti di serenità erano quelli meno adatti per l’arte). Si va da quelle che Nori definisce «un disastro» (“L’adolescente”) fino a veri e propri capolavori, a crescere: “Il villaggio di Stepančkovo”, poi “Delitto e Castigo”, “L’idiota”, “I demòni” e infine “I fratelli Karamazov”.

Per tanti anni Paolo Nori non ha più toccato “Delitto e Castigo”, per paura «che non mi piacesse più». Poi lo ha aperto e ha visto, con sollievo, che gli piaceva ancora. Anzi: gli piaceva anche di più di prima. Verrebbe da dire: per forza. In mezzo ha imparato il russo, scoperto la Russia stessa, è diventato uno scrittore.

Ma la verità è che la sua ferita non ha smesso di sanguinare, anzi. Continua a interrogarlo, a farlo sentire vivo. A far sì che, nella lettura, si chieda: «”E io?”». È la stessa domanda che rimane a chi finisce il suo libro: “E noi?”, cosa dobbiamo fare? La risposta è semplice. Leggere i russi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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