Guardiamo avantiIl piano pandemico non aggiornato, la caccia alle streghe giudiziaria e la via d’uscita dell’amnistia

L’Italia si è fatta trovare impreparata davanti al virus. Ma chi sono i responsabili? Le inchieste giornalistiche hanno già i loro colpevoli ma quelle delle procure faticheranno a fare luce sulla verità. Per un Paese lacerato, è meglio evitare di perdere tempo ed energie, proprio quando occorre pensare al futuro

da Unsplash

Finita la non lunga luna di miele, il governo Draghi sta conoscendo le prime asprezze, tipiche e prevedibili per una unione politica non certo dettata dall’amore ma da cause di forza maggiore.

Da una parte le prime manifestazioni di malcontento popolare per i ritardi nelle vaccinazioni e le indecisioni su un programma chiaro di riaperture. Poi le incognite giudiziarie. L’Italia, come risaputo, al pari della Turchia prima del «dittatore» Erdogan, quando l’attività dei governi era sotto la silente “tutela” dei militari continuatori dell’eredità di Atatürk, il fondatore della Repubblica, è abituata da circa trent’anni ad una tutela istituzionale piuttosto invadente, quella della magistratura.

Anche se ammaccata dalle vicende legate al processo in corso contro l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, la presenza sul proscenio politico della «variante giudiziaria» permane come rischio del mestiere da valutare e se possibile prevenire.

Il governo sul fronte dei rischi politici della pandemia ha dimostrato una certa consapevolezza ricorrendo, ad esempio per ciò che concerne le possibili incognite della campagna vaccinale, a una sorta di scudo penale per coprire i sanitari sul campo.

Ma i fronti sono diversi: uno recente è quello aperto sul presunto, enfatizzato occultamento di un report pubblicato a maggio 2020 dalla sezione di Venezia dell’Organizzazione mondiale della sanità guidata dal dott. Francesco Zambon, con cui si evidenziavano i gravi ritardi e le carenze con cui la sanità italiana ha affrontato la prima ondata di pandemia un anno fa.

La narrativa dei talk show populisti e complottisti (di destra e «de sinistra») racconta i tentativi che un alto dirigente dell’Oms, Ranieri Guerra, responsabile del dipartimento di iniziative strategiche, e in precedenza Direttore generale del ministero della Salute, avrebbe fatto per indurre Zambon a modificare il report e poi, di fronte al rifiuto di questi, di provare a seppellire il documento, avendo informato delle sue intenzioni il dottor Silvio Brusaferro del Comitato Tecnico Scientifico e Goffredo Zaccardi, capo di gabinetto dello stesso ministro della salute Speranza, Goffredo Zaccardi. Presentata così una roba non da poco.

Il grande complotto
Insomma (e tanto per cambiare) un complotto ai massimi livelli, (secondo il classico format alla Di Matteo-Bonafede) su cui strepitare a pieni polmoni in prima serata, anche se il famoso report, lungi dall’essere seppellito, è facilmente reperibile un po’ dovunque sul web – anche nei posti più insospettabili, come ad esempio il sito dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri di Taranto.

Per inciso, ma la cosa non è esattamente un dettaglio, i colloqui tra i «complottatori», che sono ormai di dominio pubblico e spiattellati sugli schermi panoramici degli studi, sono tratti da alcune chat tra i vari soggetti che sono allegate agli atti giudiziari e che in teoria dovrebbero essere coperte dal segreto di indagine. Invece circolano liberamente dopo essere state cortesemente inviate, chissà da chi, ai redattori di Report insieme ad altri atti riservati come ad esempio una rogatoria inoltrata dalla Procura di Bergamo alla sede generale dell’Oms.

Ieri il Giornale, in un pezzo a firma di Felice Manti, ne faceva sfoggio in una foto opportunamente sbiadita: il documento in questione reca i nomi di diversi indagati e per quello che è dato intuire, anche delle ipotesi di reato e delle specifiche richieste di accertamenti.

Un documento assolutamente riservato, che addirittura anticipa temi d’indagine ancora segreti, è liberamente consultabile sui tavoli di diverse redazioni: come mai? A cosa serve questa fuga di notizie? Una buona domanda che potrebbe porsi qualcuno nel governo per porgerla agli inquirenti bergamaschi che ne dovrebbero essere (come senz’altro sono) gelosi custodi.

Per una singolare coincidenza, l’argomento riemerge a seguito della notizia, desumibile dalla rogatoria, che Ranieri Guerra è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero di Bergamo. Si comprende che i giornalisti che hanno l’atto giudiziario sono a conoscenza anche del contenuto delle presunte dichiarazioni mendaci, non si sa l’interessato.

Le indagini, come detto, sono condotte dalla Procura di Bergamo già investita di una serie di denunce e delle relative attese di giustizia dei parenti di numerose vittime del Covid nel bergamasco, la zona più colpita.

Il sentimento e lo spirito che anima gli inquirenti è eloquentemente reso dalle parole del Procuratore generale di Brescia, da cui dipende la procura di Bergamo, secondo cui «Non può tacersi come dal territorio del distretto si levi sempre più forte la voce dalla popolazione che legittimamente chiede, anzi esige — sono le sue parole — che la magistratura requirente faccia la propria parte nell’accertamento dell’eventuale rilevanza penale di tutta una serie di vicende».

Il clima è molto teso: la pm Maria Cristia Rota dichiara a Report il suo disagio dopo che l’Oms ha inviato da Copenaghen, sede europea dell’Organizzazione, una nota alla Procura della Repubblica, ai ministeri degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e della Salute, in cui afferma che i suoi ricercatori non sono tenuti a rispondere alle domande dei magistrati per via del loro speciale status determinato da una Convenzione del 1947 sui privilegi e le guarentigie di chi fa parte delle agenzie dell’Onu.

L’impressione, non crediamo frutto di pura malizia, è che gli inquirenti cerchino di sollecitare l’attenzione della pubblica opinione in una inchiesta difficile, nella quale ritengono di incontrare molte resistenze. Qualcuno potrebbe porsi qualche interrogativo sul vantaggio di evidenziare (in modo involontario, si capisce) la continuità di pensiero filo-complottista tra certi talk e certa magistratura.

Il sentimento di sfiducia sarebbe pure comprensibile, intendiamoci, se non sapessimo che la spinta populista e di certe trasmissioni in particolare, lungi dall’aiutare la giustizia, favorisce iniziative destinate al fallimento ed alla confusione. Vediamo di capire quali sono i reali termini della questione partendo dal famoso report di Zambon: “An unprecedented challenge: Italy’s first response to Covid-19”, pubblicato il 13 maggio 2020 a cura dell’ufficio Oms di Venezia.

Tra Caporetto e l’8 settembre
Il dossier racconta la reazione dello Stato italiano alla pandemia come una via di mezzo tra una Caporetto e l’8 settembre, demolendo il mito del «modello italiano invidiato nel mondo», quello immaginato dalla propaganda di Rocco Casalino per il governo Conte bis.

L’Oms racconta senza tanti fronzoli che «impreparata a una simile marea di pazienti gravemente ammalati, la reazione iniziale degli ospedali fu improvvisata, caotica e creativa. Ci è voluto del tempo prima che una linea guida ufficiale divenisse disponibile». Particolarmente grave la situazione al Nord, dove «Gli ospedali… hanno dovuto affrontare un’ondata improvvisa di pazienti gravemente ammalati che sono entrati nei reparti di emergenza. L’effetto è stato caotico e destabilizzante».

A farne le spese anche i pazienti affetti da altre patologie costretti a rinviare le loro terapie ed addirittura gli interventi già programmati con il risultato dell’aumento dei decessi dovuti a malattie diverse dalla pandemia: «I dati preliminari sulla sindrome coronarica acuta nel nord Italia, ad esempio, mostrano una diminuzione significativa dei ricoveri ospedalieri e suggeriscono che un aumento significativo della mortalità durante questo periodo non può essere spiegato completamente dal COVID-19 (39,40)…un’indagine di Codice Viola, un’associazione di pazienti affetti da cancro al pancreas, mostra che fino al 37% delle prime visite per cancro sono state annullate, il 40% delle visite di follow-up sono state rinviate e, cosa più significativa, due terzi degli interventi chirurgici sono stati rinviati a una data successiva».

L’indagine non risparmia neanche la saga delle mascherine che avrebbe distratto la popolazione dall’usare pratiche igieniche più necessarie: «L’uso di maschere e, in misura minore, guanti ha chiaramente catturato l’immaginazione del pubblico come simbolo della protezione ricercata contro la minaccia invisibile del virus. La sua visibilità contrastava tuttavia con l’attenzione riservata ad un corretto e frequente lavaggio delle mani quale mezzo primario di prevenzione delle infezioni».

Il piano pandemico
Infine, in aumento anche le cause di disagio mentale nelle fasce meno protette. Insomma, un disastro. Ma incredibilmente Ranieri Guerra e i suoi compagni di complotto non si dimostrerebbero preoccupati da queste notizie quanto da una semplice frase all’inizio del report, nella quale Zambon ha scritto che l’Italia non aveva provveduto ad aggiornare il piano pandemico del 2006 così come richiesto dall’Unione Europea con una direttiva del 2013 e dallo stesso Oms, che aveva nel frattempo emesso delle linee guida.

Ora, ad essere precisi nella versione che circola liberamente sul web il report incriminato riferisce testualmente che «L’Italia non era del tutto impreparata a un’epidemia quando arrivarono le prime notizie dalla Cina. Nel 2006, dopo la prima epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (SARS), il Ministero della Salute italiano e le regioni hanno approvato un piano nazionale di preparazione e risposta all’influenza pandemica, riconfermato nel 2017, con linee guida per i piani regionali.

La pianificazione, tuttavia, è rimasta più teorica che pratica, con pochi investimenti o la traduzione delle intenzioni in misure concrete. Il processo ha tuttavia fornito all’Italia un quadro giuridico e normativo per reagire quando l’arrivo dell’epidemia di COVID-19 in Europa ha colto molti di sorpresa».

La diatriba sarebbe nel fatto che quello del 2017 sarebbe la mera riproposizione del vecchio piano del 2006 non aggiornato secondo le direttive e linee guida più recenti.

In tempi normali nessuno forse si sarebbe allarmato, ma in tempi come questi, con un Paese esacerbato e la magistratura che si pone come punto di riferimento di un diffuso rancore, anche il minimo rilievo sulla mancata adozione di cautele può essere pericoloso e questo i vertici dell’apparato sanitario lo hanno capito subito.

Salvo rare eccezioni, le disposizioni che provengono da organismi internazionali sono generiche enunciazioni che devono poi essere tradotte in indicazioni pratiche dai singoli Paesi, ma soprattutto bisognerebbe capire che ai fini di un’indagine penale è necessario comunque dimostrare il legame tra i decessi e le supposte cautele non adottate, al netto della difficoltà di comprendere prima l’entità di un fenomeno senza precedenti.

Una delle peggiori abitudini cui indulgono gli uffici giudiziari italiani è quella di valutare le responsabilità col senno di poi, quando più o meno tutti sappiamo cosa avremmo dovuto fare.

Altra cosa è immaginare un cataclisma mai verificato prima sulla base di precedenti come la SARS di cui non si è avuta diretta esperienze e di caratteristiche assai diverse.

E infatti gli altri Paesi europei, compresi Germania ed Inghilterra che i piani aggiornati li avevano, hanno patito ugualmente un elevato numero di morti anche se in misura inferiore (la sola Germania 80.000 a fronte di 100.000): circa un milione i morti in Europa in un solo anno.

Peraltro, per capire il clima da linciaggio che si prepara, basta riflettere che gli schiamazzi dei talk «sovranisti» colgono anche un bersaglio sbagliato nel povero ministro Speranza, che ha assunto l’incarico solo ad agosto del 2019, mentre secondo le attuali stime il virus può aver cominciato a circolare in Italia dopo pochi mesi.

Ben maggiori sarebbero le responsabilità dei governi Letta, Renzi, Gentiloni e del Conte 1, quello giallo-verde coi leghisti, nonché dei ministri Lorenzin e Grillo che non hanno attuato alcun piano dopo il 2013. Tutta una classe politica ne dovrebbe rispondere.

La schizofrenia del Paese e la pandemia giudiziaria
La vicenda rappresenta bene lo scenario prossimo venturo del Paese: da una parte la spasmodica caccia ad un qualunque colpevole cui far pagare la colpa di non aver previsto una catastrofe biblica e dall’altro la contestazione accesa di ogni minima cautela che gli imprevidenti criminali del governo si ostinano ad adottare.

Da questa schizofrenia e dalla pandemia giudiziaria che incomberà con migliaia di procedimenti penali che si apriranno, anche senza evidenze che giustifichino lo spreco di risorse, si può uscire solo con un atto di lucido e previdente coraggio: un atto di amnistia e di indulto che copra anche gli errori commessi in un periodo in cui era impossibile non commetterli.

Se Togliatti ebbe il coraggio di promulgare un provvedimento di grazia contro i fascisti in un Paese che usciva da una guerra civile, oggi la classe politica deve fare altrettanto, non per guadagnare l’impunità ma per non paralizzare il paese, evitare di esaurire le sue migliori energie in una sorta di caccia all’uomo per le tricoteuses delle serate televisive.

Non è un caso che su di un altro piano ma sempre con l’occhio al futuro il presidente dell’Antitrust Rustichelli, un magistrato, invochi addirittura la sospensione del codice degli appalti per consentire la ricostruzione del paese ed evitare la pandemia dei processi sul Recovery Plan. Su piani diversi ma la prospettiva è la stessa: evitare la gogna continua. Ci ritorneremo.

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