La specificità scolasticaBrunetta ha torto sulla scuola ma ragione sulla pubblica amministrazione

Lo scontro tra il ministro e Tito Boeri sulle norme contenute nella nuova modalità di assunzione ha fatto emergere tutte le difficoltà professionali a cui deve sottostare un docente, e anche la diversità della carriera degli insegnanti rispetto a quella dei funzionari. Per questo bisogna definire meglio le garanzie per precari e dipendenti, e limare le specificità del contratto collettivo nazionale

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In un articolo di qualche giorno fa scrivevo che le norme contenute nel decreto 44/2021, non solo tagliano fuori le giovani generazioni dalla scuola (tesi sostenuta anche pochi giorni dopo da Boeri e Perotti su Repubblica) ma soprattutto non hanno lo stesso impatto sulla scuola e sul resto della Pubblica amministrazione.

Decidere di sostituire la prova pre-selettiva con la sola valutazione dei titoli se ha senso per una amministrazione che non fa concorsi da tempo, è invece folle per la scuola, dove i concorsi si fanno più o meno regolarmente da una decina d’anni e gli ultimi sono stati banditi nel 2020.

La norma Brunetta diventerebbe semplicemente una seconda occasione per i bocciati al concorso straordinario, a maggior ragione se fossero riaperti i termini per partecipare. Sarebbe stata comunque una seconda occasione, ma con questa novità lo diventerebbe a scapito di tutti gli altri, che verrebbero esclusi ancor prima di partecipare per la sola colpa di essere giovani o di non aver mai insegnato prima. Non credo sia un caso che lo stesso ministro Brunetta, nel replicare molto duramente alle critiche, non abbia proferito parola sulla specificità della scuola.

Chi ha ragione dunque tra Boeri-Perotti e Brunetta? Parafrasando la gaffe di un calciatore di alcuni anni fa: sono completamente d’accordo a metà con tutti i mister. Sulla scuola hanno ragione i primi, sul resto della Pubblica amministrazione (con qualche riserva che tralascio per brevità) il secondo.

A proposito di specificità della scuola, due ulteriori considerazioni. Primo: abbiamo visto qui come i docenti siano gli unici dipendenti pubblici o privati che per fare carriera devono smettere di insegnare, vedremo tra poco come siano anche gli unici che possono cambiare sede con pochissime restrizioni. E altri esempi potrebbero essere fatti: il contratto collettivo nazionale del personale docente e non docente è il medesimo, le ferie sono di fatto obbligatorie in determinati periodi, l’organizzazione delle attività funzionali all’insegnamento è poco disciplinata e la loro retribuzione forfettizzata… l’elenco è lungo.

Secondo: di questa specificità si è per lo più tenuto conto, prevedendo norme per la scuola diverse da quelle del resto della Pubblica amministrazione. Niente in contrario a usare le stesse regole per tutti, anzi, ma allora siano le stesse per tutto. Guardate le reazioni quando qualcuno propone di distribuire il calendario scolastico su 12 mesi come avviene in gran parte d’Europa, o di far uscire dall’indeterminatezza il mare magnum delle attività funzionali all’insegnamento, o di applicare ai docenti le stesse regole degli Enti Locali per la mobilità…

A proposito di mobilità, è questo un altro ambito nel quale le norme volute da Brunetta, per la scuola avrebbero un effetto distorsivo. È di questi giorni la discussione sul vincolo quinquennale, che soprattutto Lega, parte del Partito democratico e i sindacati vorrebbero rimuovere.

Il vincolo impedisce al neoassunto di chiedere il trasferimento per almeno cinque anni, visto che ha chiesto lui di lavorare lontano da casa. La rimozione del vincolo quinquennale avrebbe però ricadute sulla qualità del sistema nel suo complesso e quindi sull’intero paese. Perché la ministra Azzolina ha introdotto il vincolo? Perché i trasferimenti hanno sempre un po’ penalizzato gli studenti, ma da qualche anno la penalizzazione è maggiore e non riguarda solo loro.

Prima Ugo (trasferitosi dopo la laurea a Cuneo da Catania) dopo qualche anno di precariato entrava in ruolo e quando si liberava il posto a Catania sceglieva se restare a Cuneo o avvicinarsi a casa. Questo avveniva a scapito della continuità didattica dei suoi studenti, è vero, ma Ugo veniva sostituito da Lia, che era nella maggior parte dei casi anch’essa precaria, ma quasi sempre abilitata all’insegnamento.

Negli ultimi anni cosa è cambiato? Tre cose. La prima: il fenomeno è diventato di massa e non più limitato a poche regioni del nord. Ogni anno ottengono il trasferimento definitivo circa 50 mila docenti, triplicando l’effetto del turnover fisiologico dovuto ai soli pensionamenti. La seconda. I tanti Ugo d’Italia non sono più sostituiti da una Lia che è sì precaria, ma per lo meno abilitata all’insegnamento, ma da docenti non specializzati sul sostegno (circa il 50% dei 150 mila docenti di sostegno in servizio non è specializzato!) e sui posti comuni da docenti non solo non abilitati, ma sempre più spesso non laureati.

Terza differenza: la mobilità di massa non è più un male necessario che penalizza “solo” gli studenti del centro-nord, ma è sempre più uno svantaggio anche per quei docenti del sud che vedono occupare da chi chiede il trasferimento i pochissimi posti che si liberano ogni anno vicino casa. Esodo e controesodo sono sempre meno conseguenza di una scelta, seppur sofferta, e sempre più un calvario obbligato.

Bisogna dunque intervenire sulla mobilità se si vuole togliere il vincolo quinquennale senza fare troppo danno al sistema. Ne sono consapevoli i responsabili scuola di due partiti di maggioranza, Manuela Ghizzoni del Partito democratico e Gabriele Toccafondi di Italia Viva (qui e qui due loro interviste, che sostanzialmente sul punto dicono la stessa cosa: vanno contemperate le esigenze dei docenti e degli studenti).

Mentre si interviene per tappare la falla che fa uscire l’acqua, si deve anche riaprire il rubinetto che riempie la vasca. Fuor di metafora, è necessario fare in modo che i posti da docente al centro-nord siano coperti da personale di quelle regioni, ovvero disposto a trasferirvisi definitivamente. Si può fare in due modi, non alternativi: agire sulla retribuzione, aumentando quella iniziale e introducendo le carriere per i docenti; superare il concorsone nazionale per sostituirlo con concorsi di scuola o di rete di scuole.

E nel frattempo? Nel frattempo evitare di peggiorare le cose aprendo altre falle, come rischia di fare il decreto 44. Complici forse la crisi economica, certamente la necessità di aprire il concorso anche a chi non è abilitato, il concorso ordinario per medie e superiori ha visto 430 mila domande di partecipazione e il 43% di queste proviene dal centro-nord.

Con le nuove regole, la maggior parte di questi, che ha poco servizio, non potrà nemmeno partecipare al concorso vero e proprio. In questo modo la maggior parte dei vincitori rischia di entrare in ruolo lontano da casa e, rimosso il vincolo quinquennale, chiederanno subito il trasferimento, costringendo a loro volta i precari del sud a spostarsi al nord per poi chiedere il trasferimento… e così via in una perversa spirale infinita che avrebbe fatto invidia a Escher. Fermate questa giostra: i docenti e gli studenti italiani hanno diritto di scendere.

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