Quasi un altro VietnamIl ritiro dall’Afghanistan e il fallimento della politica occidentale

L’intervento militare ventennale è una sconfitta per Stati Uniti ed Europa: il Paese asiatico non ne esce migliorato, anzi è sempre diviso lungo le sue faglie interne. Colpa soprattutto di una Nato incapace di rafforzare una componente islamica che fosse in grado di scalzare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun

Lapresse

Un fallimento. Non c’è altra parola per definire l’esito di ben vent’anni di intervento Nato in Afghanistan che si chiuderanno l’11 settembre 2021, secondo quanto dichiarato dal presidente americano Joe Biden.

Col ritiro annunciato degli ultimi 10mila militari della coalizione dal suolo afgano (3.500 gli americani, 800 gli italiani) il quadro del Paese non sarà molto dissimile purtroppo da quello del 2001. L’unica differenza è la sconfitta di al Qaeda, il cui vuoto è stato però sostituito dall’Isis, qui denominato Stato Islamico del Khorasan.

Certo, non è un secondo Vietnam, non è neanche paragonabile al caos lasciato dalla precipitosa ritirata da Kabul delle truppe sovietiche nel 1989, ma è comunque una netta sconfitta della Nato e dell’Occidente (quindi anche dell’Italia).

Il Paese infatti è e sarà sempre diviso. Una parte – cioè Kabul e le città centrali – sarà più o meno controllata dal governo di Ashraf Ghani (rieletto presidente nel 2020 da un numero ridicolmente esiguo di votanti) ma sempre sotto la mira degli attentati dei Talebani e dell’Isis.

Un’altra parte è quella delle aree del sud con Khandhar e Helmand nelle solide mani dei Talebani; poi le aree del nord abitate da tagiki e uzbeki nelle mani dei signori della Guerra locali che fanno riferimento ad Abdullah Abdullah. Infine l’area del centro occupata dagli Hazara sciiti.

Dietro e al fianco di Ashraf Ghani ci sono e ci saranno gli Stati Uniti, con i loro 70 miliardi di finanziamento; dietro i Tagiki e gli Uzbeki si schierano gli stan ex sovietici, l’India e la Cina; dietro i Talebani operano massicciamente il Pakistan e i Paesi del Golfo; dietro gli Hazara c’è l’Iran.

Un caos fatto Paese, ingovernato e ingovernabile, nel quale la pressione dei Talebani si farà sempre più stringente e gli attentati continueranno a fare strage dopo avere ucciso non meno di centomila civili in venti anni.

Quanto reggeranno sotto la pressione dei Talebani le istituzioni centrali e lo stesso governo di Kabul dopo il ritiro occidentale nessuno sa dirlo, ma sono lecite le previsioni più pessimistiche.

Dietro questo fallimento, se l’Occidente fosse in grado di ragionare, esattamente come in Vietnam, non vi è una sconfitta militare, ma una sconfitta tutta politica. In Vietnam il clamoroso e reiterato errore politico degli Stati Uniti fu quello di emarginare dal governo di Saigon la componente buddista, la “terza forza” (vi furono addirittura scontri con reparti militari buddisti nell’esercito del Sud).

In cambio gli americani si affidarono a un’alleanza cieca con una corrotta e più che settaria élite cattolica Sud vietnamita ereditata dal colonialismo francese, i cui leader furono i presidenti Ngo din Diem e Nguyen Van Thieu.

Fu questa intrinseca fragilità politica del governo di Saigon, nettamente distaccato dal popolo sud vietnamita, a determinare la sconfitta militare. Non viceversa.

In Afghanistan il principale errore, condiviso da tutte le presidenze americane, è stato quello di non rescindere i rapporti intensi e oscuri tra i Talebani e i vari governi del Pakistan. Rapporti derivanti da comunanze etniche ma anche dalla dottrina dei massimi generali dell’esercito di Islamabad che considera l’Afghanistan un retroterra strategico indispensabile da mantenere amico e affidabile (appunto, tramite il rapporto con i Talebani) nella inevitabile e prossima nuova guerra contro l’India.

Dunque, i Talebani afghani hanno sempre potuto godere di un retroterra affidabile, nelle cosiddette Zone Tribali pakistane. E anche di appoggi e finanziamenti di tutti i tipi, veicolati da settori dell’Isi, il servizio segreto pakistano. La prova del nove di questi loschi rapporti è nel fatto che lo stesso Osama Bin Laden era ospitato in un compound a poche centinaia di metri dalla Accademia Militare di Abbottabad, quando fu ucciso.

Ma più interessante è il secondo errore compiuto dalla Nato in Afghanistan: non essere riuscita a rafforzare una componente islamica in grado di scalzare e insidiare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun (38-40 per cento della popolazione).

L’indubbio successo militare dei Talebani infatti si spiega tutto col loro profondissimo radicamento popolare a difesa, tra l’altro, del rispetto del Pashtunwali – il tradizionale e oscurantista codice famigliare e di comportamento tipico di questa etnia.

Si tratta di un deficit che l’Occidente sconta ovunque: dall’Afghanistan alla Turchia e al Sahel, non trova e non sa favorire – né implementare, se non in Marocco e in Tunisia – una componente islamica omogenea o quantomeno non conflittuale con i propri valori fondanti.

Peggio ancora, l’Occidente non ha ancora compreso che per contenere l’Islam fondamentalista e oscurantista l’appello alla propria laicità sterile se non controproducente (misera la fine della nuova Costituzione afghana a cui contribuimmo anche noi italiani) e che è indispensabile favorire componenti islamiche razionaliste.

Nello specifico, gli Stati Uniti e l’Occidente non hanno compreso che un conto è la realpolitik geopolitica che li ha portati ad allearsi con l’Arabia Saudita e il Pakistan, altro e ben differente conto è che questi alleati irradiano e sostengono un Islam wahabita e salafita, che genera jihadismo e che alla fine collide con gli stessi interessi geopolitici dell’Occidente. Un circolo vizioso.

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