Dolcemente analfabeteIl pensiero debole di Grillo e la nostra incapacità di argomentare

Al tema dello stupro si reagisce con un’epistemologia identitaria: lasciamo parlare le donne. E perché mai solo loro? A questo segue un avvitamento sui classici: colpevolizzazione della vittima, responsabilità individuale, educazione differenziata per maschi e femmine a scuola

Fotografia di Daniel Lonn, da Unsplash

Avere ragione non basta ad avere strumenti dialettici. Avere ragione non basta a saper argomentare la propria ragione. Avere ragione non basta a non dire scemenze. Avere ragione, tutto considerato, non basta neppure ad avere ragione.

Lo si sta vedendo – sulla storia di Grillo, del figlio accusato di stupro, del padre che fa quell’imbarazzante video – con persino più nettezza che nel precedente dibattito nazionale, quello in cui ritenevamo di dover chiedere che chi fischia le donne per strada – lo chiamiamo con una parola inglese illudendoci di dargli importanza, ma quello è: il muratore che ti dice «abbòna» – fosse processato nei tribunali (evidentemente non abbastanza intasati). Per il reato di fastidio, che sarebbe un’opzione interessante.

Idea per una puntata di Black Mirror: un codice penale che divida le presentabili di sinistra dalle impresentabili di destra, grazie al reato di fastidio che per le prime è rappresentato dal «che ti farei, bella cosciona» del pappagallo stradale, e per le seconde dall’«un euro per mangiare per favore» del mendicante di solito dalla pelle scura.

Ma sto divagando, che eccezione. Dicevo del dibattito sullo stupro, e dell’epistemologia identitaria per la quale il nostro intervento sullo stupro non può che rappresentare identificazione. E infatti il primo giorno era tutt’uno scandalizzarsi degli esponenti del Pd, che si chiedevano come mai le donne dei Cinquestelle non dicessero niente contro il video di Grillo. Le donne. Perché lo stupro lo commenti se sei potenzialmente stuprabile, cioè se hai una vagina. I reati di rapina a mano armata mica riguardano chi in casa non ha niente da farsi rubare, no? In quel caso che commentiamo a fare, noi che non abbiamo una cassaforte che possano costringerci ad aprire?

Proseguendo, il dibattito non è migliorato. Giacché la parte su cui ci si concentrava era quella in cui Grillo padre dubitava che quella di Grillo figlio fosse violenza visto che la presunta vittima ci aveva messo otto giorni a denunciare, sono fioccati gli «anch’io ci ho messo tanto a denunciare» (se è successo anche a me, allora dici senz’altro la verità; il giorno che a una vittima succede qualcosa che a noi non è mai successo, restiamo senza argomenti).

Un’utente di Twitter ha raccontato della volta che i maschi del gruppo, essendo lei una ragazzina ubriaca, l’hanno messa in macchina a smaltire la sbronza, e lei era vestita poco, l’estate era fredda, e insomma poteva morire congelata. Sembrava uno sketch («potevo rimanere offeso!»), ma il tono era quello dolente con cui si raccontano le cose davvero gravi. Lei ci aveva messo un mese a rinfacciarlo agli amici, a riprova che il trauma di prender freddo ha i suoi tempi per venire elaborato, proprio come quando ti stuprano in quattro.

Su un quotidiano, la moglie di qualcuno ha raccontato della volta che andò da un dermatologo a togliersi un porro, e quello le disse «mica vorrà l’anestesia», e lei volle far la stoica e disse di no, e poi voleva urlare dal dolore (ci credo: io pretendo l’anestesia anche per l’igiene dentale, per fortuna sono scema in molti modi ma non nel millantare resistenza al dolore; non voglio neanche immaginare cosa sia farsi bruciare la pelle senza anestetico).

Solo che non lo rievoca per dire: pensate quanto siamo inutilmente sceme quando vogliamo far le sborone; lo rievoca per dire che lui era un orrido maschilista sadico, e che lei ci ha messo mesi a raccontare questa vessazione agli amici (invece di metterci secondi a dire «si fermi subito e mi faccia l’anestesia»).

Il punto riguardante lo stupro è sensato – a volte una i traumi prova a rimuoverli, a volte ci vuole un po’ per convincerti a infilarti in un circo in cui poi il padre dell’accusato delirerà e i giornali parleranno di te più di quanto ti vada – ma non riusciamo a difenderlo con argomenti sensati, prese come siamo a dire che anch’io, o a dire che il sistema è marcio.

Martedì sera a Otto e mezzo Michela Murgia ha tirato fuori il caro vecchio tema dell’educazione. Sintesi mia: s’insegna a dire «grazie» a chi ti fa un regalo, ma mica s’insegna ai ragazzini a non stuprare le amichette; peggio: è alle ragazzine che s’insegna a stare attente, come se non essere stuprate fosse una loro responsabilità.

Beppe Severgnini a quel punto ha detto che l’educazione sessuale nelle scuole dovrebbe essere questo: insegnarti che lo stupro è brutto e cattivo. Mi è venuta in mente una mia amica che insegna italiano alle medie, e i bambini le arrivano in prima senza quasi sapere l’alfabeto, fanno una tale fatica a riconoscere le lettere che a quel punto non sanno più leggere parole che pure conoscono bene, se leggono un testo pronunciano «tavòlo», e lei ogni volta che sente dire che invece della grammatica dovrebbe insegnar loro a stare al mondo si mette a urlare.

Eppure non è neanche questo, a parermi delirante, della scuola di pensiero che contrappone l’educare i bambini all’educare le bambine. Quel che mi sconvolge le donne che tematizzano quest’istanza non vedano è: se lasci la macchina aperta, e te la rubano, ti dirò che insomma, sei proprio cretino a lasciarla aperta. Se invece ti addentri in quartieri malfamati mezza nuda, devo dirti che ne hai tutto il diritto.

Ma la priorità è sognare un mondo perfetto in cui vai in giro mezza nuda e nessuno ti aggredisce, o renderti una persona abbastanza sveglia da, nel mondo reale, prendere precauzioni per non essere aggredita?

Ieri, su Twitter, un’utente mi faceva notare che non è vero che solo nello stupro si responsabilizza la vittima: il codice stradale punisce il guidatore che non adotti «le opportune cautele atte a evitare incidenti ed impedire l’uso del veicolo senza il suo consenso» – cioè che non chiuda a chiave la macchina. Il codice stradale colpevolizza le vittime, puntesclamativo.

Ieri un direttore di settimanale ha scritto, nel proprio editoriale, che per fortuna la legge Zan punisce, con l’aggravante misogina, chi su Twitter ha scritto a una sua redattrice «spàrati, troia». Giacché siamo creature fragili alle quali non puoi augurare d’andare a morire ammazzata come faresti con un uomo. E creature così fesse che, quando uscirà questo articolo, ci sarà chi sintetizza che ho scritto che è giusto dire a una giovane donna con cui non concordiamo di spararsi, chi riferisce che ho giustificato lo stupro se vai in giro scollata, e chi giura che voglio far arrestare i mendicanti. Siamo così, dolcemente analfabete, figurarsi se siamo in grado di non ridicolizzare l’istanza che ci sta a cuore.

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