In difesa della democraziaServono nuove regole per affrontare l’era digitale

Il commercio globale non è più solo di beni e servizi ma soprattutto di dati. E, come scrive Foreign Affairs, i Paesi occidentali devono disciplinarlo con una normativa adatta prima che si impongano i modelli dei regimi autoritari, come quello cinese

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Per decenni, il commercio internazionale di beni e servizi ha segnato il ritmo della globalizzazione. È stato così da sempre. Dalla crisi del 2008, però, la crescita del commercio si è stabilizzata e al suo posto si è verificata un’esplosione di flussi di dati transfrontalieri, che sono aumentati di circa 112 volte dal 2008 al 2020: i dati sono ora al centro del commercio globale.

L’economia globale consuma, elabora e produce quantità sempre maggiori di dati. In alcuni casi si potrebbe quasi dire che questi abbiano sostituito il commercio tradizionale di beni e servizi. Nel segmento homevideo dei film, ad esempio, i vecchi vhs e dvd sono stati soppiantati dallo streaming su piattaforme digitali. Allo stesso modo l’informazione non passa più per i giornali cartacei, ma viene consumata prevalentemente online.

Ma le attuali istituzioni internazionali non sono attrezzate per gestire la proliferazione di dati. Il quadro istituzionale per il commercio internazionale – cioè soprattutto il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio – è stato messo in piedi pensando principalmente ai prodotti agricoli e manifatturieri che attraversavano i confini nazionali.

I dati non rispondono alle stesse categorizzazioni per diversi motivi. Il primo è che spesso queste informazioni sono a loro volta un sottoprodotto di altri beni e servizi. Un altro è che spesso è difficile determinare dove vengono creati e conservati i dati. Giusto per fare un paio di esempi.

«La mancanza di un quadro chiaro a livello internazionale che disciplini i dati lascia senza risposta grandi domande sull’economia globale e sulla sicurezza nazionale», scrive Foreign Affairs in un articolo firmato a quattro mani da Matthew J. Slaughter e David H. McCormick – cioè un ex membro del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca e un ex funzionario del Dipartimento del Commercio, del Consiglio di sicurezza nazionale e del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

Slaughter e McCormick sollevano alcuni interrogativi necessari per inquadrare la complessità del tema: «I governi sovrani dovrebbero essere in grado di limitare l’ubicazione e l’uso dei dati dei propri cittadini all’interno dei confini nazionali? I governi dovrebbero essere in grado di tassare l’arrivo di dati da altre nazioni? Quali controlli possono imporre i governi sovrani sui dati che entrano nei loro Paesi?».

La tesi sostenuta dagli autori è che gli Stati Uniti abbiano adesso il compito di definire nuove regole per l’era digitale. Altrimenti lo faranno altri: la Cina, ad esempio, che sta provando a plasmare le regole del potere digitale a suo piacimento.

«Gli Stati Uniti dovrebbero offrire un’alternativa: con una coalizione di partner disponibili, dovrebbero creare un nuovo quadro che liberi il potenziale dei dati per guidare l’innovazione, generare potere economico e proteggere la sicurezza nazionale», si legge nell’articolo.

L’assenza di un quadro internazionale è sicuramente una minaccia per la privacy delle persone. Gli Stati più democratici dovrebbero garantire che i governi o altri attori non abusino dei dati delle persone, né violino i loro diritti economici, politici e umani.

Ma mentre Stati Uniti e Unione europea hanno difficoltà a fare fronte comune, il commercio digitale e il flusso transfrontaliero di dati non mostrano segni di rallentamento. Nel 2018, 330 milioni di persone hanno effettuato acquisti online da altri Paesi, con l’e-commerce che ha raggiunto quota 25,6 trilioni di dollari di vendite. E questo considerando che solo il 60 per cento circa del mondo usa questo tipo di servizi online.

In termini economici l’uso dei dati ha un grande potenziale: i dati sono beni “non rivali”, cioè il loro utilizzo da parte di una persona o di un’azienda ne preclude l’utilizzo da parte di qualcun altro. Mentre un barile di petrolio si consuma dopo l’utilizzo da parte di un soggetto, i dati possono essere usati simultaneamente e ripetutamente da un numero qualsiasi di aziende o persone e non si esaurirebbero. Alla luce di questo ragionamento la definizione dei dati personali come “nuovo petrolio” è addirittura riduttiva.

Fino a una decina di anni fa qualsiasi elenco delle dieci aziende di maggior valore includeva produttori di petrolio e gas, aziende di beni di consumo o banche. Oggi, le società tecnologiche che trasferiscono dati dominano l’elenco: Bhp Group, Chevron e ExxonMobil hanno lasciato il posto ad Alphabet, Amazon e Facebook.

Ma i dati vanno oltre l’aspetto economico e commerciale. Sono fondamentali anche per la sicurezza nazionale. Intervistati da Foreign Affairs, Eric Schmidt, ex CEO di Google, e Robert Work, ex vice segretario alla Difesa degli Stati Uniti, hanno detto che «lo sviluppo dell’intelligenza artificiale legata ai dati sarà lo strumento più potente per generazioni, a beneficio dell’umanità. Ma sarà anche utilizzato per creare nuove forme di potere».

È su questo piano che si giocherà anche la competizione economica e geopolitica tra Stati Uniti e Cina: «Il Paese che può sfruttare i dati per innovare più velocemente otterrà enormi vantaggi. E così la futura prosperità e forza geopolitica degli Stati Uniti dipenderà in gran parte dalle leggi che regoleranno l’accesso ai dati», si legge su Foreign Affairs.

Al momento, in assenza di un’organizzazione vera e propria e di regole definite, i Paesi e i blocchi commerciali stanno improvvisando. Ma ognuno procede per conto suo: questo ha creato scompensi e nuove disuguaglianze, con regolamenti incoerenti, vaghi, frammentari.

L’accordo globale per la partnership trans-pacifica, che non include più gli Stati Uniti, riconosce ad esempio la crescente importanza del settore dei servizi digitali e vieta ai firmatari di richiedere l’accesso ai codici sorgente del software delle aziende. E lo stesso fa l’accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada (UsMCa): entrambi gli accordi di libero scambio mirano a consentire flussi di dati senza ostacoli.

L’Unione europea invece ha rafforzato le sue norme sui dati sulla privacy nel regolamento generale sulla protezione dei dati: il Gdpr vorrebbe consentire alle persone di decidere come le aziende possono utilizzare i propri dati, ma in questo modo si potrebbero creare barriere commerciali per le aziende straniere che operano nei Paesi membri dell’Unione.

La Cina, invece, già diversi anni fa ha iniziato a creare il “Great Firewall” (assonanza con la Grande Muraglia abbastanza evidente), cioè una combinazione di leggi e tecnologie che limitano il flusso di dati in entrata e in uscita dalla Cina – e che ovviamente prevedono anche il blocco di alcuni siti web stranieri.

«Pechino», scrivono Slaughter e McCormick, «ha adottato un modello tecno-nazionalista, un sistema repressivo di controllo e sorveglianza che riduce i flussi di dati internazionali. Ora cerca di espandere questo modello: ha svelato il piano China Standards 2035 e, attraverso la cosiddetta Digital Silk Road, sta provando a diffondere il suo modello di governance dei dati all’estero».

Gli Stati Uniti invece non hanno ancora stabilito alcun quadro giuridico. Finora, Washington non ha risposto agli sforzi della Cina con un piano coerente per modellare gli standard tecnologici o garantire una protezione della privacy diffusa.

«Gli sforzi mirati per incoraggiare altri Paesi a rifiutare la tecnologia 5G dell’azienda cinese Huawei potrebbero funzionare a breve termine. Ma non costituiscono un piano efficace a lungo termine per sfruttare il potere dei dati», si legge su Foreign Affairs.

La differenza tra le due potenze, dunque, sembra essere quella di visione di lungo termine: la Cina ne ha una per entrare di prepotenza nell’era digitale; gli Stati Uniti, semplicemente, no.

Ma è possibile colmare il gap. Soprattutto se ci si muove verso un accordo multilaterale, con diversi Stati democratici che hanno interesse a massimizzare il potenziale dei dati senza per questo sacrificare la privacy e la libertà individuale.

Il suggerimento dell’articolo di Foreign Affairs è un trattato in due parti. La prima consiste in un insieme di principi vincolanti che favorirebbero il flusso transfrontaliero di dati nei settori a più alta intensità di dati, come l’energia, i trasporti e l’assistenza sanitaria. A questi si aggiungono i principi sulla valutazione dei dati e sulla determinazione della loro origine e un altro insieme di principi che stabilisce gli standard di privacy che i governi e le aziende dovrebbero seguire per utilizzare i dati.

La seconda parte del trattato dovrebbe essere composta di accordi di libero scambio che regolano i beni capitali, gli input intermedi e i beni e servizi finali dei settori interessati, il tutto nel tentativo di massimizzare i guadagni che potrebbero derivare dalle innovazioni guidate dai dati.

«La creazione di un accordo internazionale non è semplice. Il panorama odierno è caratterizzato da un mosaico di standard di dati incoerenti e vaghi e i Paesi e i settori coinvolti inizialmente dovrebbero lavorare attraverso il folto di varie normative nazionali sui dati», si legge nell’articolo.

È probabile infatti che alcuni di questi Stati preferiscano, almeno in un primo momento, chiudersi e rifiutare di condividere i propri dati. Ma questo quadro stimolerebbe l’innovazione e la posizione strategica degli Stati Uniti e dei loro partner in un’epoca di difficoltà economiche.

«Se invece la creazione di un quadro dati internazionale si rivelasse troppo difficile per diventare realtà, Washington e i suoi partner potrebbero basarsi sulle condizioni già esistenti per provare a regolare, nei limiti del possibile, i flussi di dati e la sicurezza dei cittadini, è la conclusione dell’articolo di Foreign Affairs. «Ma sarebbero solo misure provvisorie».