Bloccati 274 miliardi di euro Perché è sfumato l’accordo sui fondi europei all’agricoltura

Sono ancora troppo distanti le posizioni del Consiglio e del Parlamento europeo per raggiungere un compromesso. Gli Stati membri vogliono criteri di assegnazione meno rigidi, gli eurodeputati insistono su tutela ambientale e dei lavoratori. Il negoziato è rinviato a giugno

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Non sono bastati quattro giorni e quattro notti di trattative: Consiglio, Commissione e Parlamento europeo non hanno trovato un accordo sulla Pac, la Politica agricola comunitaria per il periodo 2023-2027. Lo stallo impedisce di decidere come distribuire circa 55 miliardi all’anno di sussidi all’agricoltura. L’intero pacchetto vale sui 274 miliardi di euro ed è la singola fetta più grossa dell’intero bilancio comunitario.

«Le distanze tra le tre istituzioni rimangono troppo ampie per raggiungere un compromesso», dice a Linkiesta Paolo De Castro, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo Socialisti & Democratici nella commissione Agricoltura del Parlamento. Il piatto dei fondi agricoli è ricco e gli interessi sono tanti: ma se trovare una sintesi è da sempre impresa ardua, in questa edizione della Pac il compito appare ancora più difficile, vista l’esigenza di “adattare” i contributi agli obiettivi del Green Deal europeo.

Proprio sui risvolti ambientali della politica agricola è fallito il tentativo di accordo. La proposta di Pac avanzata dalla Commissione comprendeva una green architecture, cioè un insieme di incentivi e criteri per l’accesso ai fondi che favoriscano le produzioni più eco-compatibili. Al momento di definire nel dettaglio questi criteri, si sono registrate differenze incolmabili tra il Consiglio e il Parlamento europeo.

Il punto di confronto più aspro tra i rappresentanti degli Stati dell’UE e quelli degli eurodeputati riguarda i cosiddetti “eco-schemi”, fondi da destinare in maniera specifica quegli agricoltori che adottano standard ambientali elevati e sostengono quindi costi maggiori. Il Parlamento europeo partiva da una quota del 30% del cosiddetto “Primo pilastro”, ovvero la parte della Cap che garantisce pagamenti diretti alle aziende agricole. La posizione del Consiglio si attestava sul 20%, con la prima proposta negoziale ribassata al 18%, una quota definita oltraggiosa da alcuni eurodeputati.

Cifre distanti pure sulla seconda parte del budget agricolo, quella impegnata come fondi allo sviluppo rurale, circa 12 miliardi di euro all’anno. Il 38% di questa somma dovrebbe essere dedicato a perseguire obiettivi ambientali, secondo la Commissione e il Parlamento, mentre il Consiglio era disposto a concedere al massimo il 35%. Impossibile incontrarsi a metà strada anche sulle “Buone condizioni agricole e ambientali”, cioè i criteri minimi di sostenibilità che ogni impianto agricolo europeo deve rispettare per ricevere le sovvenzioni della Pac: il Parlamento li voleva più stringenti, il Consiglio più flessibili. 

La visione differente delle istituzioni è emersa anche sulla cosiddetta “dimensione sociale” dell’agricoltura comunitaria. Commissione e Parlamento, ad esempio, intendevano introdurre un tetto massimo (100mila euro all’anno) di contributi accessibili a un singolo beneficiario: un modo per contrastare i colossi dell’agro-alimentare e favorire invece le piccole e medie imprese. Gli Stati Membri, al contrario, sono tendenzialmente inclini a evitare questo tipo di limitazioni e manterrebbero volentieri l’erogazione basata soltanto sugli ettari posseduti. 

Un confronto simile è avvenuto sulla quota da destinare obbligatoriamente ai piccoli agricoltori, sul totale dei contributi incassati a livello nazionale: i parlamentari chiedevano fosse il 12%, il Consiglio poteva offrire al massimo il 7,5%.

L’Eurocamera sostiene inoltre un meccanismo che vincola l’esborso dei contributi al rispetto dei diritti dei lavoratori agricoli e al loro adeguato pagamento: un aspetto fondamentale soprattutto per i gruppi di sinistra dell’emiciclo. Ingoiato il rospo, il Consiglio ha cercato di dilatare i tempi di applicazione della condizionalità al 2025, mentre il Parlamento insisteva per partire subito.  

Dopo che il tavolo è saltato, i rappresentanti di Parlamento e Consiglio non hanno risparmiato accuse incrociate. «La Presidenza del Consiglio è sembrata sorpresa dal fatto che non abbiamo semplicemente sottoscritto la loro proposta di compromesso, ma abbiamo ri-affermato le nostre linee rosse», ha affermato nella conferenza stampa successiva al trilogo il capo negoziatore dell’Eurocamera, il popolare tedesco Norbert Lins.  

Dall’altro lato della barricata si criticano le «richieste eccessive sulla protezione dell’ambiente, che rendono impraticabile la riforma proposta», come ha detto la ministra tedesca all’Agricoltura Julia Klöckner. «Non dobbiamo fare la rivoluzione, ma sfornare un compromesso che possa essere accettato da tutti». 

Nel muro contro muro, è venuta meno anche la capacità mediatrice della Commissione europea. Janusz Wojciechowski, commissario all’Agricoltura, ha scritto su Twitter che le trattative sono arrivate molto vicino alla fumata bianca. In realtà,sia lui che Frans Timmermans, supervisore del Green Deal europeo, hanno mantenuto un profilo piuttosto basso nei negoziati, secondo quanto riferiscono i presenti.

Accordo entro il semestre?

«Lo stop ai negoziati è un’occasione persa, ma continuiamo a lavorare per ottenere un accordo entro giugno», ribadisce Paolo De Castro. Per raggiungere un’intesa, però, bisognerà sicuramente ammorbidire le rispettive posizioni, tenendo in considerazione anche i possibili cambiamenti degli equilibri politici.

Se non si trovasse una quadra entro il primo semestre dell’anno infatti, le trattative continueranno sotto la Presidenza slovena del Consiglio. E le distanze potrebbero allungarsi, come sottolinea a Linkiesta Eleonora Evi, deputata di Europa Verde. «Già la presidenza portoghese ha dimostrato di non essere per nulla ambiziosa. Sulla dimensione sociale della Pac, con gli sloveni potrebbe andare ancora peggio». Sono infatti i Paesi dell’Est Europa i più ostili a inserire vincoli legati ai diritti dei braccianti nell’esborso dei fondi comunitari. Su questo il governo conservatore della Slovenia potrebbe fare ancora più resistenza di quello portoghese, di matrice socialista. Al tempo stesso, spariglierebbe le carte in tavola un ministro tedesco dell’agricoltura nominata dai Verdi, che hanno buone chances di vincere le elezioni in Germania a settembre. 

Qualche settimana in più per negoziare l’accordo, poi, non dispiace a chi come Evi ritiene questa Pac già di per sé un compromesso al ribasso. «Spero che il lasso di tempo in più serva alla Commissione per prendere coraggio e rendere le politiche agricole più coerenti con il suo Green Deal». Tutela dell’ambiente, diritti dei lavoratori e redistribuzione sono per l’eurodeputata principi non negoziabili: «Il Consiglio si conferma il principale alleato dei grandi conglomerati agricoli, che ad oggi ricevono la fetta più consistente dei sussidi». 

«Bisognerebbe limitare gli eco-schemi alle pratiche davvero sostenibili», sostiene l’europarlamentare, sottolineando che in caso contrario il budget sarebbe troppo spezzettato e soprattutto usufruirebbe dei fondi comunitari anche chi applica piccoli miglioramenti, ma in ambiti complessivamente insostenibili, come gli allevamenti in gabbia. Se l’accordo che arriverà dai prossimi round di trattative non sarà soddisfacente, il gruppo dei Verdi/Ale è pronto a votare contro quando il Parlamento sarà chiamato a ratificarlo.

Sulla politica agricola comunitaria, del resto, non mancano le pressioni da parte delle associazioni ambientaliste, visto l’impatto delle pratiche del settore su inquinamento, emissioni di CO2 e riduzione della biodiversità. I giovani attivisti di Fridays For Future hanno lanciato una petizione per ritirare l’attuale proposta e rielaborarla da capo, quelli di Greenpeace hanno persino inondato di acqua verde l’ingresso del Parlamento europeo, per denunciare quello che ritengono puro greenwashing. Pure la più nota paladina delle cause ambientaliste, Greta Thunberg, si è espressa più volte contro la Politica agricola europea: per loro il problema non è solo spartire meglio le fette, ma anche ripensare l’intera to