Un Piano Marshall globaleLa nuova guerra fredda tra America e Cina si giocherà sugli aiuti ai Paesi poveri

Per guadagnare più influenza sul pianeta gli Stati Uniti (e l’Occidente in generale) devono rivedere il loro approccio verso le regioni in via di sviluppo, puntando a realizzare cose tangibili e concrete, con risultati immediati. In altre parole, devono copiare Pechino. Ma facendo meglio

di Girl With Red Hat, da Unsplash

Uno scontro globale – e a distanza – una gara per il dominio, o anche “solo” per il controllo del pianeta. La competizione tra Stati Uniti e Cina ricorda a molti la Guerra Fredda, con, però, un contendente diverso (l’Unione Sovietica non esiste più da 30 anni) e in un contesto geopolitico mutato. Soprattutto perché, se all’epoca era l’America a offrire agli altri Paesi un modello di sviluppo e di successo, adesso sembra che sia la Cina a occupare questo ruolo. Preoccupando il mondo occidentale.

Come ricorda l’economista Branko Milanovic in un articolo su Foreign Affairs, Pechino è da tempo una presenza radicata nei Paesi in via di sviluppo. Offre soldi e progetti concreti, evita intrusioni nelle questioni politiche e si guadagna con facilità benevolenza e legami.

Gli Stati Uniti, e l’Occidente in generale, devono cominciare a pensare di dover tornare a competere anche su questo campo. Ma serve un approccio nuovo, diverso rispetto a quello adottato negli ultimi decenni. In altre parole, bisogna fare come la Cina. Ma con il know-how e le competenze tecnologiche dell’America.

Per certi versi, si tratta di un salto nel passato. Subito dopo la Seconda guerra mondiale, la preoccupazione principale degli Stati Uniti era la rapida ricostruzione dell’economia dei Paesi europei, del Giappone e della Corea del Sud attraverso aiuti diretti e un mercato aperto.

È il Piano Marshall, il cui obiettivo finale era la costruzione di una classe media diffusa che resistesse alle pressioni dei partiti comunisti e privilegiasse i vantaggi della proprietà privata. Nella storia è rimasto come uno dei simboli della benevolenza americana.

Negli anni successivi l’approccio cambia e diventa più ambiguo. L’intervento americano, in certi casi, va a supporto di regimi reazionari e disinteressati allo sviluppo economico (risale a questa fase il sostegno alla Cuba pre-rivoluzione, alla Repubblica Dominicana e al Vietnam del Sud), ma va anche verso politiche di riforma agraria e basate sulla crescita economica (come in Colombia, in Corea del Sud e a Taiwan).

È a quest’epoca – soprattutto con John F. Kennedy – che viene formalizzata una teoria coerente sullo sviluppo economico, definita dall’opera di W. W. Rostow, “The Stages of Economic Growth”. Secondo questa dottrina, che sarà adottata e messa all’opera nei vent’anni successivi, ogni Paese poteva puntare a una crescita economica “moderna” e sostenibile aumentando e poi investendo i propri capitali.

Uno dei primi effetti sarebbe stato un aumento delle disuguaglianze, che poi sarebbero diminuite nel tempo, quando la popolazione sarebbe stata più istruita e avrebbe chiuso i gap tra le remunerazioni. A quel punto, quasi come se fosse un fatto naturale, si sarebbe creata una classe media e benestante che avrebbe chiesto cambiamenti istituzionali, orientati verso regimi democratici.

Questo modello ha funzionato in più parti del mondo: in Corea del Sud e a Taiwan, per esempio, ma anche in Botswana, in Costa Rica, a Mauritius, in Portogallo e in Spagna.

Poi le cose sono cambiate ancora. È venuta l’epoca del neoliberalismo, la diminuzione del ruolo dello Stato e dei suoi interventi e, soprattutto, è crollata l’Unione Sovietica. Nel giro di un decennio non sono più state promosse la crescita e la redistribuzione, ma le riforme istituzionali.

Ai governi nazionali dei Paesi in via di sviluppo si chiede di ridurre le spese, abbassare le tasse, togliere regole e privatizzare. Intanto, venuta meno la competizione, non si sente più la necessità di convincere gli altri Paesi della superiorità del sistema americano (ovvia, ormai, e visibile nei fatti), diminuendo l’attenzione prestata al mondo in via di sviluppo.

È in questo contesto che, una volta raggiunta la prosperità, si è inserita la Cina. Attivando contratti e appalti in Africa ed esercitando la propria influenza in tutte le zone vicine. Di fronte a questo fenomeno appare chiaro che né gli Stati Uniti né l’Europa posseggono più una chiara filosofia di sviluppo economico. Non c’è più una cassetta degli attrezzi da fornire e consigliare ad altri Paesi.

Per loro fortuna, nemmeno la Cina ne ha una. O meglio – continua Milanovic – non ne ha una formalizzata e specifica. In generale, avendo fatto tesoro della propria esperienza (sperimentazioni economiche affidate a governi regionali, che, se vincenti ed efficaci, sono poi state promosse dal governo centrale), punta soprattutto su alcuni ambiti, come le infrastrutture, per esempio. Pechino nel 2000 non aveva nessun sistema ferroviario ad alta velocità. Venti anni dopo, è il primo Paese del mondo in questo ambito, con 40mila chilometri che la percorrono in tutta la sua ampiezza. E anche per questo insiste molto sul tema quando si tratta di operare in altri Paesi.

Il metodo cinese è efficace. Rispetto a quello occidentale – che promette aiuti sulla base di riforme strutturali orientate in senso democratico – è veloce. Dà soldi subito e permette di ottenere risultati tangibili in pochissimo tempo (in più non mette voce nelle questioni politiche, cosa molto gradita ai regimi).

Secondo Milanovic anche l’America (e l’Occidente in generale) dovrebbe fare più o meno così. Anziché offrire piani di lungo periodo e cambiamenti “soft” di policy e diritti umani, investire in interventi più decisi, o “hard”. Cose tangibili, come le buone vecchie dighe, per esempio, o le reti elettriche, di cui il continente africano ha ancora una enorme necessità. Ma anche fognature, acqua pulita, industrializzazione. E poi misure a sostegno dell’istruzione, dello sviluppo urbano, dei network wireless, della sanità. E, ancora, un sistema di ricompensa in denaro per cittadini meritevoli o con idee promettenti.

È un’idea accarezzata anche dal presidente Joe Biden ed è senza dubbio più efficace di quanto è stato fatto finora. L’aiuto che si offre deve essere concreto e dare risultati visibili in poco tempo. Alla fine, a guadagnarne saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Come all’epoca della Guerra Fredda, potranno ritornare a giocare ai due forni, scegliendo il miglior offerente sulla base della convenienza.

Non sarebbe una situazione ideale per America e Cina, ma lo sarebbe senza dubbio a livello globale. Una crescita economica solida e sostenibile, soprattutto di aree difficili come quella africana, gioverebbe a tutto il pianeta e non solo in termini di mercato, ma anche di sviluppo ecologico, sociale e politico.