L’Inps a PechinoIl problema dei cinesi è che sono troppo pochi (almeno in prospettiva)

Centinaia di milioni di persone si avvicinano tutte insieme all’età della pensione, mentre nascono sempre meno bambini, nonostante l’abrogazione della legge sul figlio unico: per la Repubblica Popolare il tema demografico è così delicato che il governo esita nel diffondere i dati dell’ultimo censimento

Photo by Kahar Erbol on Unsplash

«Alleva i figli aspettando la vecchiaia», recita una massima cinese. Un modo di dire che si adatta benissimo al principio confuciano della pietà filiale, il valore più importante nella società cinese per almeno due millenni. Ma la storia di Liu Caiping, raccontata dall’Economist, descrive una realtà diversa.

Liu Caiping è un’ex insegnante di matematica, ora 71enne. Vive sola nella città di Xi’an e, da quando è rimasta vedova, a farle compagnia è solo la radio perché le due figlie sono andate a vivere fuori. Quando non sarà più capace di provvedere a se stessa, andrà in una casa di riposo. Una sorte ancora poco comune agli anziani in Cina. Eppure, il suo caso accende un faro su un problema sempre più sentito: una popolazione sempre più vecchia e bisognosa di assistenza statale.

Il lungo e progressivo declino della popolazione cinese, anticipato da tempo dagli analisti, sarebbe già cominciato. In base all’ultimo censimento, completato a dicembre 2020 e non ancora pubblicato, la popolazione cinese sarebbe scesa sotto quota 1,4 miliardi. Lo riferisce in esclusiva il Financial Times, che è entrato in possesso del documento. Se i dati della ricerca fossero confermati, per la Repubblica Popolare sarebbe la prima contrazione demografica dall’inizio degli anni Sessanta e cioè dai tempi della carestia successiva al Grande balzo in avanti di Mao Zedong, responsabile, secondo alcune stime, di aver causato 30 milioni di morti (per le autorità, invece, tra il 1959 e il 1961 la popolazione cinese si sarebbe contratta di quasi 13,5 milioni di persone, ma queste statistiche sono considerate tuttavia troppo ottimistiche).

I dati dell’ultimo censimento dovevano essere pubblicati ad aprile 2021 ma potrebbe darsi che il governo cinese si stia mostrando cauto nel diffondere tali numeri perché avrebbe da temere una reazione negativa da parte dell’opinione pubblica. Pechino starebbe valutando attentamente le conseguenze di tale pubblicazione in quanto la materia è molto sensibile e rischia di provocare tensioni sociali, considerate le forti implicazioni dell’andamento demografico sulle prospettive di crescita dell’economica nazionale.

«I risultati del censimento avranno un enorme impatto sull’idea che il popolo cinese ha del proprio Paese», ha dichiarato Huang Wenzheng del think-tank Center for China and Globalization, di base a Pechino. Non a caso, il ritardo nella pubblicazione dello studio è già stato criticato sui social media. Pochi giorni fa la Banca centrale cinese ha lanciato un monito, ammettendo che la situazione potrebbe essere peggiore di quella prevista e sostenendo la necessità di una revisione delle politiche demografiche per fermare il trend negativo. Secondo l’istituto, il tasso di natalità in Cina, ovvero il numero medio di figli per ciascuna donna, si attesterebbe al di sotto di 1,5, più basso dunque rispetto al dato ufficiale stimato di 1,8.

A marzo, la Cina ha annunciato che aumenterà gradualmente l’età pensionabile nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è provare a porre rimedio al crescente invecchiamento della popolazione che, insieme al calo sensibile delle nascite, si traduce inevitabilmente in un restringimento sempre maggiore nella forza lavoro, un problema con cui il Paese presto o tardi sarà chiamato a confrontarsi.

Attualmente, in Cina la maggior parte degli uomini va in pensione a 60 anni; le donne a 55 se sono impiegate e a 50 se sono operaie. Gli standard attuali sono fissati su criteri relativi agli anni Cinquanta, quando l’aspettativa media di vita superava di poco i 40 anni. Sono criteri certamente obsoleti per la Cina di oggi, che da economia emergente si è imposta sulla scena internazionale quale grande potenza con l’ambizione di strappare agli Stati Uniti il primato di maggiore economia del mondo. Ma il problema demografico potrebbe ostacolare i sogni di Xi Jinping.

Grazie alla modernizzazione, oggi, secondo la Banca mondiale, l’aspettativa di vita in Cina ha raggiunto quota 77anni. Entro il 2025, più di 300 milioni di cittadini cinesi avranno più di 60 anni, come ha affermato lo stesso governo. L’innalzamento dell’età pensionabile non è certo un tema nuovo per la Repubblica Popolare, che già nel 2015 ha tentato di dare seguito al piano per poi abbandonarlo, forse per non incorrere in manifestazioni di dissenso, come è accaduto spesso in altri Paesi. Manifestazioni che tuttavia in Cina potrebbero mettere a rischio la tenuta del regime.

Il confronto tra lavoratori e pensionati è destinato a crescere, come ha affermato Huang Yanzhong, ricercatore del Council on Foreign Relations: «L’invecchiamento della popolazione cambierà il confronto tra le generazioni, mettendo i più giovani contro i cittadini che beneficeranno degli strumenti di assistenza sociale». Ma il rischio maggiore è costituito dalla possibilità, concreta, che i fondi pensione possano presto venir meno. Alla fine del 2018, il numero dei cittadini cinesi che ha raggiunto l’età pensionabile è arrivato a 249 milioni, quasi il 18 per cento della popolazione totale. E uno studio della Chinese Academy of Social Sciences del 2019 ha messo in guardia il governo di Pechino: il maggiore fondo pensionistico potrebbe esaurirsi entro il 2035 se non verranno prese serie contromisure

La discussa politica del figlio unico imposta alla fine degli anni Settanta ha contribuito al sensibile calo delle nascite. E, come ha rivelato lo studio di John Bongaarts e Christophe Z. Guilmoto nel 2015, potrebbero essere forse 62 milioni le donne mai nate in Cina a seguito di una selezione delle nascite che per 36 anni ha privilegiato la popolazione maschile a danno di quella femminile. Ma da quando la politica del figlio unico è stata abolita, nel 2016, non c’è stato il baby boom che Pechino si aspettava. Come si evince dallo studio realizzato dal sito Sina.com, solo una persona su tre ha dichiarato che potrebbe avere un secondo figlio.

«Abolire la politica del figlio unico è stato un passo importante, ma il cambiamento politico da solo non sta avendo effetto e non sta contribuendo a mitigare entro il 2035 il problema dell’invecchiamento della popolazione», ha affermato ancora Huang Yanzhong. Tuttavia, il calo delle nascite in Cina ci sarebbe stato comunque, come conseguenza dell’aumento del reddito, dei livelli di istruzione e dell’alto sviluppo economico. «A meno che la Cina non aumenti l’assistenza all’infanzia, molti nuovi genitori potrebbero lasciare il lavoro o posticipare il momento in cui dare alla luce un figlio fino al pensionamento dei genitori, esacerbando il problema della scarsità di forza lavoro», ha spiegato in uno studio Feng Jin, economista alla Fudan University citata dal New York Times.

Il calo delle nascite è un problema demografico comune a tutti i Paesi sviluppati ma in Cina questo fenomeno ha cominciato a manifestarsi già nelle prime fasi dello sviluppo economico e a un ritmo più veloce rispetto alla maggioranza degli altri Paesi, spiegano gli analisti di ChinaPower. In qualità di Paese che deve ancora molto del proprio peso economico all’offerta di lavoro a basso costo, pilastro del settore manufatturiero, la Cina deve trovare modi per risolvere il dilemma demografico onde evitare contraccolpi politici.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’India diventerà il Paese più popoloso entro il 2022. In termini assoluti, la popolazione indiana in grado di lavorare sarà maggiore di quella cinese entro e non oltre il limite fissato al 2030. Un processo che potrebbe cambiare gli equilibri attuali, determinando una situazione in cui sarà l’India a offrire maggiore forza lavoro nel settore manufatturiero e non più la Cina, diventando al suo posto “la fabbrica del mondo”.

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