Il cantante senza canzoniIl caso Fedez, le variazioni sul narcisismo e l’abilità della Rai di sbagliare sempre tutto

La sceneggiata del rapper buono, le surreali tesi complottiste e la copertura dei giornali come se si trattasse di un affare di Stato, quando in realtà è un caso di mitomania che nemmeno Salvini è riuscito ad eguagliare

Frame da Youtube

Potremmo cominciare da: avevano ragione quelli che dicevano che la cancel culture non esiste, almeno in Italia, e forse non esiste perché qui siamo stati così fortunati da avere la Dc.

Oppure potremmo cominciare da: su Instagram, il marito di Chiara Ferragni viene seguito da dodici milioni e mezzo di persone; su Rai 3, il suo discorzo (cit. arbasiniana sprecata) durante il concerto del primo maggio è stato seguito da un milione novecentonovantaquattromila persone.

Oppure potremmo cominciare da: Repubblica non ha titolato, come mi sarei aspettata, «questo esaltato voleva metterci in mezzo ma noi siamo gente di mondo».

Oppure potremmo cominciare da: com’è che ogni quotidiano impiega almeno uno psicanalista e nessuno ha commissionato un corsivo intitolato «Fedez, il narcisista fragile»?

In “Arcipelago N – Variazioni sul narcisismo” (esce oggi, lo pubblica Einaudi), Vittorio Lingiardi racconta d’un signore cui «capita di pensare di avere diritto a trattamenti preferenziali: quando fa la fila per entrare in un museo immagina che l’addetto alla biglietteria gli dica “Non c’è bisogno che il signore faccia la fila!”». Chissà se il marito di Chiara Ferragni è mai andato in un museo senza la moglie, quella che non c’è bisogno faccia la fila.

Forse ciò da cui dovremmo cominciare è proprio: va bene il declino delle élite, ma è mai possibile che la Rai si faccia sempre tirar dentro a dei casi psichiatrici? È mai possibile che riescano a sbagliare così tutto? Tra le molte interpretazioni di questo caso inesistente, ci sono anche quelli che dicono che tutto – la ridicolaggine delle versioni, la copertura stampa in cui un cantante senza canzoni ma con molta isteria diventa Rosa Parks, la pretestuosità del tutto – converga a far credere che sia una manovra governativa per riformare d’imperio i vertici (la governance, come dicono quelli che non sanno parlare) della Rai.

Ho sentito molti complottismi nella mia vita, ma «c’è Draghi dietro alla goffaggine di Lillo che telefona a Fedez e poi gli passa un autore televisivo mentre tutti registrano tutto» è forse il più bello, fa ridere e piangere al tempo stesso.

Facciamo finta che siate tornati da Marte e riassumiamo i fatti.

Venerdì il marito di Chiara Ferragni sale sul palco del concerto del primo maggio a provare le sue canzoni e il suo monologo. Qualcuno nella produzione si pone il problema che forse – forse, eh – non è il caso che uno, nel mezzo d’un concerto organizzato dalla tv pubblica, dica che un consigliere leghista ha detto che se avesse un figlio gay lo brucerebbe. Non foss’altro perché il consigliere nega d’averlo mai detto e quella presunta frase è oggetto d’un processo non ancora concluso; e, finché a considerare solo le ragioni dell’accusa è Davigo, passi, ma un tribuno senza uso di grammatica magari è meglio di no.

Quindi, per confermare che il principale problema italiano è il declino delle élite, la Rai – sembra uno sketch – chiede a uno dei conduttori del concerto di intercedere presso il tribuno che la povera plebe si merita. Il conduttore è infatti il comico Lillo Petrolo, che il tribuno lo conosce giacché hanno appena fatto insieme un brutto programma su Amazon Prime.

La telefonata si svolge come tutti sappiamo. Lo sappiamo tutti perché, subito dopo aver arringato un paio di milioni di persone dal palco (i più hanno pensato che non ci fosse bisogno di sintonizzarsi: avrebbero eventualmente potuto rivedere la crisi di nervi comodamente sull’Instagram di colui che tutto filma – e questa è la ragione per cui è inutile mettere gli influencer in televisione), subito dopo, dicevo, l’eroe che ci meritiamo fa un passaggio al programma – sempre Rai – in cui si racconta il backstage del concerto.

Lì, con le stesse carenze semantiche che poi ritroveremo nella registrazione della telefonata (egli è convinto che il turpiloquio si chiami «torpiloquio»), il nostro racconta la telefonata intercorsa coi vertici Rai. La mattina dopo, nella narrazione pilotata, la telefonata diverrà la più brutta esperienza della sua vita (beato lui: una vita davvero tranquilla), ma quella sera pare un aneddoto sereno. Il conduttore di quello spazio chiosa la cronaca della telefonata che cambierà le sorti del paese (della sinistra, della Rai, del sarcazzo) con le parole «Complimenti, è stato emozionante».

Ma, soprattutto, la telefonata la conosciamo tutti giacché, più tardi, il tribuno ne pubblica – per le folle di Instagram, non per la nicchia di Rai 3 – una versione accuratamente tagliuzzata. Domenica pomeriggio, sul sito di Domani, ne compare una versione quasi integrale, evidentemente registrata dal lato Rai della conversazione, e qui bisogna cominciare a farsi alcune domande che non riguardano il cantante senza canzoni ma, appunto, il declino delle élite.

Si può essere così fessi da, quando si capisce che un uomo che vive la propria vita su Instagram e quando fa un regalo al figlio ne filma la gioia acciocché tutti sappiano che è un bravo papà, quando si capisce che quell’uomo lì sta per metterti nei casini, telefonargli senza prevedere che registrerà tutto? Certo che no: non avessero pensato di doversi tutelare dallo sputtanamento, i poveretti che tentavano di portare a casa una serata televisiva senza inutili complicazioni non avrebbero a loro volta registrato.

E tuttavia: tanta prudenza viene adoperata per tutelare quale urgenza comunicativa? Se non hai la forza di dire a un cantante senza canzoni che il suo comizietto non lo può fare (prova a dirglielo uno degli autori, ma subito recede), cosa lo chiami a fare? Se quello ti dice che lui è un artista e ha il diritto di esprimersi, e poi che quelli che elencherà sono fatti verificati, e poi che quelle sono le sue opinioni, e tu non gli fai mai notare che si contraddice; se il tuo principale argomento viene ridotto a uno sbuffo esasperato – «Io ti ho chiamato a cantare, in realtà» – perso in dodici minuti di balbettii; se neanche tu ti percepisci classe dirigente, perché quello non dovrebbe sputtanarti presso dodici milioni e mezzo di clienti del suo Instagram?

Nel semintegrale della telefonata c’è un passaggio interessante. Dice il tribuno: «L’ho fatto leggere a Peter Gomez, a Marco Travaglio, al direttore di Repubblica: nessuno ha notato nella sintassi, nella struttura di questo testo, cose che vertano a qualcosa di sgradevole». Tralasciamo che la frase non abbia alcun senso, abbiamo già stabilito che l’italiano non è il suo mestiere. Concentriamoci sui nomi. E sui giornali del lunedì.

Lunedì Repubblica apre la prima pagina col titolo «Ciclone Fedez sulla Rai». Seguono quattro pagine sulla questione «cantante senza canzoni si espone su tema sul quale c’è il 95 per cento dei consensi, giacché mica è scemo a giocarsi la clientela». Loro però non la inquadrano così, ma come un’audace impresa – ma questo non è rilevante.

Nel primo articolo, quello che ricostruisce i fatti, c’è una parentesi interessante. «Sostiene inoltre di aver inviato il suo testo anche a Marco Travaglio, Peter Gomez e al direttore di Repubblica (ma successivamente ha chiamato Maurizio Molinari precisando di essersi sbagliato)». Lucio Dalla gli ha vomitato sul tappeto, o forse no (quasi cit. verdoniana).

Inspiegabilmente, il titolo dell’articolo non è «Un mitomane ha cercato di metterci in mezzo», ma «Omofobia, bufera Fedez “La Rai voleva censurare le mie frasi anti-Lega”». Giacché, come già scrivevo ieri, la censura è una cosa che si pratica telefonando cortesemente al censurato.

Ovviamente il ricatto è quello della curva d’appartenenza: o tifi, o sei il nemico. Se dici che è un cialtrone nella sua messinscena a favore della legge Zan, sei omofobo; se metti in dubbio sia sensato fare un comizio fuori contesto, vuoi impedire a miss America d’invocare la pace nel mondo, e quindi sei guerrafondaio; se ti chiedi se a sinistra si siano tutti scimuniti, sei leghista.

Eppure i due influencer più spregiudicati d’Italia – il cantante senza canzoni che comizia sul palco, e il politico leghista che con lui antipatizza – sono assai simili.

Citando il Gadda citato da Lingiardi nel suo compendio di narcisismi, hanno l’impenetrata pelle dell’ippopotamo egolatra. È solo una coincidenza che Gadda si riferisse a Mussolini: non di fascismo si parla ma, appunto, di egolatria. L’unico a mettere in difficoltà Salvini è l’unico più narcisista di lui sui social; e che perdipiù ha il vantaggio delle buone cause, e l’annessa presentabilità sociale.

È anche l’unico che può, passandola liscia, manipolare una registrazione per ottenere la testa d’una carneade di vicedirettrice Rai. Se non ci è ancora riuscito – almeno nel momento in cui scrivo, la vicedirettrice di Rai 3 che osava intervenire garbatamente nella telefonata dello scandalo non è ancora stata dimissionata – è solo perché nel nostro carattere nazionale c’è sufficiente componente democristiana da farci aspettare, per la sostituzione, il prossimo giro di nomine. Che, tu guarda che coincidenza, è tra poche settimane.

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