Filosofia del nuovo mondoPerché la Rete è il regno del documento e non dell’informazione

La vera rivoluzione copernicana imposta da internet è la registrazione di tutte le azioni fatte online (e a volte anche offline). Un cambiamento dalla portata enorme che, come spiega Maurizio Ferraris in “Documanità” (Laterza) ha conseguenze che ancora non comprendiamo appieno

di Maxime Lebrun, da Unsplash

Ripartiamo dal punto capitale, dal dettaglio tecnico carico di tante conseguenze: il web determina una rivoluzione copernicana per cui la comunicazione segue alla registrazione. Sembra un niente, ma sovverte l’ordine gerarchico tra pensiero, parola e scrittura che domina il senso comune e che viene sanzionato dall’autorità di Aristotele: l’assunto per cui avremmo delle idee che si esprimono in parole e che successivamente si imprimono in supporti, siano questi le menti degli interlocutori o supporti meccanici e non organici, come tavolette di cera e simili.

Abbiamo compreso questo capovolgimento? Ne abbiamo misurato le conseguenze? Direi proprio di no.

Tutti, dicevo, parlano di «rivoluzione», ma si ha l’impressione di confrontarsi con una rivoluzione solo apparente, così come lo era quella di Kant – che a tutti gli effetti era una controrivoluzione tolemaica che riportava l’uomo, in veste di Io penso, al centro dell’universo; mentre in questo caso ci si limita ad estendere e a trasformare in un orizzonte onnicomprensivo l’ambito della informazione, uscita dai giornali, dalle televisioni e dalle biblioteche e trasformatasi nel mondo in cui viviamo, generando una infosfera, ossia una crescita puramente quantitativa di un fenomeno caratteristico del secolo scorso, dell’epoca dei mass media.

Per essere chiari sin dall’inizio. Il web è anche una infosfera, ma questa non ne è che la minima parte; l’infosfera poggia su una docusfera, ossia su documenti che registrano le azioni umane senza necessariamente portare informazioni, e quest’ultima poggia su una biosfera, ossia sul mondo della vita che – questa l’autentica rivoluzione che il web ha portato nel mondo – oggi è in linea di principio sempre documentabile, ed esce dal silenzio e dall’oblio a cui, per mancanza di strumenti tecnici adeguati, è rimasta confinata sin dall’inizio del mondo, lasciandoci solo testimonianze o molto deliberate e rare (poemi, testi sacri, contratti solenni, piramidi e archi di trionfo) o accidentali e di per sé non troppo espressive (piatti sbeccati, punte di freccia, anfore per vino). Il che però non significa che sia di per sé informazione, perché in quel caso confonderemmo il web con Wikipedia.

Cerchiamo dunque un disegno alternativo, più fedele, a mio avviso, alle venature del reale, e il primo passo consiste nel passaggio da un web tolemaico, che si concepisce come informazione e comunicazione, a un web copernicano, che si concepisce invece come isteresi e capitalizzazione.

1.2.1. Dal web tolemaico al web copernicano. L’identificazione tra web e infosfera, muovendo da un presupposto tolemaico, sostiene che ciò che abbiamo intorno a noi, grazie al web, sono informazioni, cioè pensieri. Ma sono davvero e anzitutto pensieri e informazioni quelli che ci scambiamo? E soprattutto, la rivoluzione è consistita nell’accrescere l’isteresi di pensieri e di informazioni, o non ha rappresentato piuttosto una moltiplicazione del numero di atti e di comportamenti, significativi o meno, informativi o meno, coscienti o meno, che possono venire registrati?

Se ammettiamo, come sembra ragionevole, che un pensiero è tale in senso filosofico e non psicologico solo se è vero, allora anche una informazione è una informazione solo se è vera.

Se un’informazione è falsa non è un’informazione, non più di quanto un diamante falso sia un diamante. Ora, parlare di «infosfera» comporta un’ambiguità essenziale quanto al concetto di informazione.

È chiaro che nella teoria della informazione classica, «informazione» è solo il computo degli stati possibili di qualcosa, cioè si avvicina molto all’isteresi, che è il presupposto del computo, ma purtroppo si ingenera una confusione tra l’informazione nel senso ordinario del termine e in quello tecnico-informatico.

Certo c’è la necessità di trovare un termine forte e chiaro per tutti, però questa chiarezza ha un costo molto elevato. Perché un conto è parlare di informazioni disponibili a tutti, un altro è dire che il libro del web è scritto in caratteri accessibili solo a pochi umani aiutati da automi potentissimi.

In questo senso, le informazioni non mancano: qualsiasi comportamento futile o insignificante io abbia online, che sia aprire video per noia, scrivere a caso sui social, o mettere «mi piace» a casaccio, è un’informazione per quei pochi che sanno come utilizzarla per profilarmi.

Il che è vero, ma genera una grandissima differenza tra coloro che sanno leggere solo le informazioni in chiaro e quelli che sanno interpretare i documenti: una differenza non meno grande di quella che intercorre tra l’analfabetismo e la cultura, o tra l’alchimia e la chimica. «È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze». L’infosfera realizza non l’Intelletto Generale, bensì la biblioteca di Babele, in base a quattro caratteristiche principali.

La prima è la viralità. Rispetto al mondo mediale classico, quello documediale si caratterizza per una crescita vertiginosa delle interconnessioni, che moltiplica esponenzialmente le fonti, giacché si passa da qualche canale radiotelevisivo e qualche giornale ai miliardi di utenti dei social network.

Il quantitativo si trasforma nel qualitativo: quando metà dell’umanità è sul web, il mondo diviene un’altra cosa, sebbene nulla di ciò che offre il web sia privo di antefatti anche remoti.

Infatti, la documedialità poggia su strutture, come la scrittura, che esistono da migliaia di anni, ma per il suo tramite è diventato facilissimo riprodurre e diffondere globalmente isteresi di ogni sorta, dalle immagini ai suoni, dagli scritti meditati ai gridi dell’anima. Il processo è alimentato da una miriade di attori privi di capacità o infrastrutture peculiari e da una crescita vertiginosa della velocità di trasmissione, che non ha alcuna comune misura rispetto al passato.

Un secondo carattere è la persistenza. I documenti sono accessibili ben più che in precedenza: il giornale del giorno prima era il simbolo dell’effimero; ora i documenti (che non sono solo, né principalmente, notizie, bensì tranche de vie e commenti, benedizioni e maledizioni, gradimenti e sentimenti, preghiere e minacce, e soprattutto foto che, da sole, non parlano) galleggiano nel web senza notificare, in genere, la data dell’evento a cui si riferiscono, determinando un eterno ritorno del post per cui un evento pare ripetersi in ragione delle sue occorrenze documediali.

Ovviamente non è escluso che una svolta tecnologica lo cancelli come un’impronta sulla sabbia, ma per il momento è lì, sempre a portata di mano.

Un terzo carattere è la mistificazione. È facilissimo crearsi delle identità fittizie, così come basta tagliare e incollare per realizzare plagi e copie che, proprio per la semplicità dell’operazione, non sono avvertiti come tali, e soprattutto godono di libera cittadinanza nell’informazione, mentre in precedenza l’anonimato screditava una notizia e crearsi una falsa identità andava incontro a difficoltà pratiche e a sanzioni giuridiche.

Il quarto è la frammentazione. Il broadcasting, per cui una fonte raggiunge moltissimi destinatari, si frammenta in una molteplicità di fonti che generano comunità di ricezione e di discussione molto più ristrette. Ne derivano, anche attraverso il filtro degli algoritmi, fonti dedicate, che dicono ciò che gli utenti e il narrowcaster vogliono sentirsi dire, contribuendo alla produzione di verità alternative e di camere di risonanza.

Si aggiunga che la sfida lanciata dalle informazioni prodotte in forma gratuita, volontaria e fluviale costringe i tradizionali canali di informazione, già svantaggiati dall’equazione complottista tra «fonte alternativa» e «fonte veritiera», a una iperproduzione che spesso rinuncia al controllo delle fonti. Questa opacità costituisce il correlato conversazionale della frammentazione al livello ideologico e della atomizzazione al livello psicologico.

Se questa è l’infosfera, direbbe Candide, figuriamoci com’è la disinfosfera.

Nato con il sogno di generare un’accademia di dialoghi fra dotti, il web si è trasformato in un’arena in cui si assiste alla sistematica infrazione delle quattro famose «massime conversazionali» in cui consiste la postverità.

La prima massima è quella della qualità e recita: «Sii sincero, fornisci informazione veritiera, secondo quanto sai». Alberto dice che Manitù lo spia, ma non è vero. Un sempliciotto direbbe che è un demente o un bugiardo, o entrambe le cose; ma un uomo di mondo sosterrebbe che le bugie che racconta sono una verità alternativa.

Il conio linguistico è l’omaggio che il vizio rende alla virtù, ma è anche un costrutto formalmente radical chic, avanzando il sospetto che la verità sia fascista e dogmatica, e pretende di emancipare proprio nel momento in cui raggira.

Non è escluso che l’uomo di mondo abbia imparato questo escamotage in qualche buona università in cui professori liberali e ingenui come l’Unrat dell’Angelo azzurro predicavano l’addio alla verità in nome della carità: la solidarietà è più importante della oggettività, la democrazia è più importante della verità, e soprattutto il dato non è che un mito.

I punti deboli di questa difesa idealistica della menzogna in democrazia – e gli insegnamenti che si possono trarre dalla postverità – sono almeno due.

Il primo è che gli uditori a cui si riferiscono i filosofi sono solitamente persone già formate al culto della verità, che devono essere sensibilizzate al rispetto della solidarietà e della alterità. Il secondo è che, dopo aver offerto un involontario sostegno ideologico ai mistificatori e dopo aver privato gli intellettuali della loro unica arma, l’orgoglio, se non il coraggio, della verità, i postmoderni non hanno considerato che una democrazia senza verità non è una democrazia, e che se si fa prevalere la solidarietà sull’oggettività si dà l’avvio a una deriva incontrollabile: dopotutto, la mafia o il familismo amorale sono esempi insigni di prevalenza della solidarietà sull’oggettività.

La seconda massima, della quantità, recita: «Non essere reticente o ridondante». Consapevole del fatto che la miglior reticenza è la ridondanza, la postverità si impegna nella produzione di chiacchiere, ossia, come si dice volgarmente, di bullshit.

Sotto il profilo della quantità, la postverità è figlia della documedialità: si producono incessantemente dei documenti, e ogni ricettore può a sua volta diventare trasmettitore, ritrasmettitore e ritrasmettitore del ritrasmettitore, sicché la chiacchiera raggiunge la sua massa critica grazie al ritweet, al rilancio che inaugura la viralità.

Questa produzione è sistematica e intenzionale, se è vero che chi controlla i mezzi di produzione controlla le idee? No, dietro alla chiacchiera non c’è un grande burattinaio, un capitale intelligente e strategico.

Quanto inadeguatamente chiamiamo «capitale» è appunto un sistema documediale, cioè l’unione tra la forma costitutiva dei documenti e la forza diffusiva dei media. Di qui un secondo insegnamento della postverità: facciamo l’esperimento di spiegare ciò che accade con criteri diversi rispetto alle spiegazioni complottistiche, vedendoci piuttosto la convergenza, alquanto accidentale e ben poco intelligente, fra una organizzazione tecnologica e una naturale debolezza umana.

La terza massima, della relazione, recita: «Sii pertinente». Ma la pertinenza è una dote rara, onerosa e antipatica, mentre la diceria (hoax) è mediagenica e virale.

È un pettegolezzo erede del fiabesco e del fantastico, e delle parole in libertà futuriste, però anche qui il postmoderno ci ha messo del suo quando ha rivendicato una dipendenza del mondo rispetto al nostro linguaggio e ai nostri schemi concettuali.

Il che, detto in un seminario, può far sorridere o riflettere, ma usciti dall’aula può giustificare l’idea che le cose siano le docili propaggini delle parole: se affermi che in Iraq ci sono armi di distruzione di massa, allora ci sono armi di distruzione di massa, e se dichiari, il 1° maggio 2003, che la guerra in Iraq è finita, allora è proprio finita. Sono dicerie molto più impegnative del sostenere che in un ristorante si serve carne umana, però al tempo stesso manifestano la signoria dell’umano sul linguaggio che tanto ha appassionato filosofi e non filosofi nel secolo scorso, e di cui ora, quale terzo insegnamento della postverità, riconosciamo la vanità.

La quarta e ultima massima, della modalità, recita infine: «Evita l’ambiguità», astieniti dal parlare a vanvera, cioè dal fashionable nonsense.

Nondimeno la vanvera piace, ecco una verità severa ma giusta: e, se è così, non è vero e nemmeno postvero che gli umani tendono naturalmente verso la conoscenza; detestano le conseguenze pratiche del non sapere e adorano aver ragione, che è tutto un altro paio di maniche.

Insomma, sebbene la verità prima o poi venga a galla, la ricerca della verità difficilmente si può svolgere a mani nude e senza un addestramento culturale. Tornerò estesamente sul carattere fattivo della verità in 3, in ambito più specificamente speculativo, e passo dall’analisi della sovrastruttura a quella della struttura, cioè passo dalla postverità alla documedialità.

da “Documanità. Filosofia del mondo nuovo”, di Maurizio Ferraris, Laterza, 2021, pagine 440, euro 24