Cronaca di uno ZoomL’incontro tra Letta e Conte e i due volti del democristianesimo

Nell’evento organizzato da Bettini il segretario dem ha offerto il minimo sindacale: ha detto poche vaghe parole asciutte, non ha dato alcuna notizia sulle amministrative e ha rinviato a futuri incontri. L’aspirante DC Giuseppe Conte, che ancora non si capisce a nome di chi parli, ha detto le solite frasi ridondanti. Per fortuna a un certo punto la connessione è saltata

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Vorremmo dare qualche informazione in più ai lettori che fossero ancora curiosi di sapere cosa è successo all’Agorà organizzata da Goffredo Bettini per celebrare il primo incontro pubblico tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Francesco Cundari, comprensibilmente, non ha potuto resistere oltre l’immagine leggiadra, evocata da Letta, dei dem che si tengono per mano pronunciando un dantesco «vorrei che tu, Giuseppe e io…».                                                  

Ma è bene rassicurare chi non ha partecipato, che comunque non si è perso molto. Quella licenza poetica, in pieno anniversario dantesco, è stata la concessione massima che Letta ha fatto al clima dolciastro che Bettini aveva apparecchiato. Si è anzi subito affrettato a spiegare in chiave scaramantica che faceva un po’ effetto, a lui pisano, la “Piazza Grande” simbolo di Livorno, che dovrebbe essere il palcoscenico di questi romantici incontri tra l’avvocato del popolo, Elly Schlein e Nadia Urbinati, vestali del casto connubio con i Cinquestelle 2.0.

Letta ha offerto in realtà il minimo sindacale, e se mai nascerà qualcosa prima che l’agonia elettorale pentastellata si compia, non sarà certo avvenuto con Bettini benedicente in formato Facebook. L’unico passaggio politico è stato l’auspicio che dalle «convergenze di azione» (il Conte II) si possa passare alle «convergenze di pensiero». Di solito si dice il contrario. 

È stata insomma una circostanza molto democristiana: poche vaghe parole asciutte del nativo DC Enrico Letta, qualche vaghezza, nessuna notizia sulle amministrative, rinvio a futuri incontri, e molte parole ridondanti dell’aspirante DC Giuseppe Conte, che ancora non si capisce a nome di chi parli.

Il discorso, che l’avvocato aveva preparato con cura, era tutto proteso a dimostrare come i Cinquestelle siano espressione della sinistra, progressisti magari inconsapevoli, ma genuini.

Un pippone pieno di citazioni sedicenti dotte, passando in rassegna, come su Wikipedia, i vari modi di definirsi di sinistra, con qualche contraddizione teoretica e la patetica interpretazione a posteriori dei porti «che sono sempre stati aperti» e una sola, comica, concessione a quel «qualche giorno soverchio» trascorso dai migranti in rada. L’unico caso, un po’ “soverchio”, di comportamento non proprio di sinistra.

Buon per Conte che a un certo punto la connessione è saltata e il fermo immagine è stato visibilmente salutato con sollievo dai partecipanti («tanto era ormai alla fine»). Peccato che, tornata la connessione, il padrone di casa Bettini abbia voluto ridare la parola all’ospite d’onore, il quale imperterrito, ha ripreso a leggere Wikipedia.  Per fortuna, la transizione digitale non è stata ancora completata dal Conte II, e dunque sul più bello, è scattato di nuovo il fermo immagine. Enrico Letta ha messo allora la ciliegina finale: «è buona cosa – ha detto – che le ultime parole dell’amico Giuseppe siano state: i Cinquestelle ci sono».

Perfido, il segretario del Partito democratico, perché erano solo le penultime. Le ultime sono state «…con il loro Dna».

Avrà fatto finta di non sentire?