Capitalismo avanzatoLa mobilità sociale può essere l’antidoto alla deriva dei populismi

Come spiega Giorgio Arfaras in “La storia non è finita” (Guerini), la maggioranza delle persone ha paura della società della conoscenza nata grazie alla globalizzazione. Alcuni guardando indietro e invocano una redistribuzione della ricchezza con l’obiettivo dell’equità. Ma sarebbe uno spreco: meglio porsi come traguardo la moltiplicazione delle opportunità

di Anika Mikkelson, da Unsplash

Il punto di vista maggioritario su quel che sta accadendo nei Paesi democratici di capitalismo avanzato dipinge un quadro fosco. Molto semplificato, esso si articola così. Si ha uno Stato che si è indebolito e per la diffusione delle idee neoliberali e per la globalizzazione.

Questi due accadimenti sono all’origine di un mercato del lavoro molto meno protetto nei Paesi emersi e della concorrenza della manodopera poco pagata di quelli emergenti.

Come conseguenza è cresciuta la diseguaglianza, che non è stata contrastata da una maggior redistribuzione, perché, semmai un governo osasse perseguirla, vi sarebbe una fuga dei capitali. Dalla premessa emerge il mondo delle oligarchie cosmopolite annegate nel mare delle diseguaglianze, che vivono nelle metropoli circondate da una manodopera emigrata che, svolgendo i lavori umili, ne addolcisce la vita. Da qui la «rivolta contro le élite», alias il populismo.

Il punto di vista minoritario su quel che sta accadendo nei Paesi democratici di capitalismo avanzato dipinge un quadro diverso.

Molto semplificato si articola così. Vi è stata sì una spinta dalle idee neoliberali e della globalizzazione, ma questi due accadimenti hanno dato luogo a un fenomeno nuovo: l’«economia della conoscenza». Laddove abbiamo un numero crescente di cittadini ad alta istruzione, delle economie molto aperte all’estero con un alto tasso di finanza, nonché liberalizzate in misura crescente. Al centro del nuovo sistema – come classe sociale di maggior peso e come referente politico – non abbiamo gli onnipotenti plutocrati, ma le persone ad alta istruzione.

Il punto di vista maggioritario vuole – per ragioni di «equità» – tornare alla distribuzione fordista, quella prevalente fra la fine della Seconda guerra e gli anni Ottanta, quindi vuole un’eguaglianza spinta dall’equità, mentre quello minoritario non sembra essere interessato a una maggiore eguaglianza per ragioni di equità nella distribuzione dei redditi.

Anche il secondo punto di vista potrebbe giungere a una conclusione a favore di una maggiore redistribuzione dei redditi, quindi di maggiore eguaglianza, ma non per ragioni di equità, bensì di «opportunità».

Come sui può articolare questa tesi? Il suo perno è la mobilità sociale. L’idea è che mobilità sociale, stabilizzando la classe media moderna che sta crescendo nell’economia della conoscenza, trascini un maggior egualitarismo.

La mobilità lega gli interessi delle diverse classi di reddito. Quelli all’estremità inferiore possono pensare a una ascesa sociale propria e dei propri figli, mentre quelli all’estremità superiore possono pensare, se non si adeguano alle dinamiche della modernizzazione, a una discesa sociale propria e dei propri figli.

Questa duplice logica della mobilità sociale crea una comunanza di interessi, laddove si possono seguire anche delle linee di classe, ma senza l’intensità che si avrebbe se tutti fossero fermi alla condizione di partenza.

Ora immaginiamo che la mobilità sociale si blocchi, perché chi, ancora appartenente alla classe media, ma con poche competenze, si trovi, per come funziona l’economia della conoscenza, nella condizione di scivolare verso il basso.

Da un lato costoro cercheranno di ottenere un’integrazione del proprio reddito con il trasferimento – attraverso le imposte – di una parte del reddito dai ceti che hanno le competenze e quindi il reddito, ai quali, peraltro, non possono sperare di unirsi; d’altro non vedono una comunanza di interessi con quelli che stanno in fondo, come gli immigrati. Se la mobilità verso l’alto è vista come impossibile, e gli immigrati sono visti come dei concorrenti indesiderati, ecco che è alimentata una mentalità da «giochi a somma zero».

Si hanno alla fine due progetti, quello della distribuzione per equità e quello per opportunità. Il primo non promuove lo sviluppo, ma distribuisce il reddito più o meno stagnante, il secondo, che deve palesarsi, vuole lo sviluppo per redistribuire.

da “La storia non è finita. Dalle origini del capitalismo alle varianti occidentale e orientale”, di Giorgio Arfaras, Guerini e associati, 2021, pagine 160, euro 18,50