I Sommersi e i SalviniSfortunato il paese in cui il primato della politica vale solo per prendersela con gli immigrati

È tutto qui il succo del dibattito attorno ai processi del leader leghista per gli atti da lui compiuti come ministro dell’Interno nel primo governo guidato dal punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti

LaPresse

Nel paese in cui i partiti populisti non scendono mai sotto il 95 per cento, perché tutti i partiti sono populisti (salvo sparute eccezioni), per non parlare di giornalisti, conduttori televisivi, scrittori, attori, registi e cabarettisti, c’è un solo caso in cui può capitare di vedere finalmente difeso e rivendicato «il primato della politica», la nobiltà della sua funzione e la sacralità delle sue prerogative: quando se la prende con gli immigrati.

È tutto qui il succo del dibattito attorno ai processi di Matteo Salvini, compreso l’ultimo «non luogo a procedere» deciso ieri dal giudice per le indagini preliminari (gip) di Catania, per gli atti da lui compiuti come ministro dell’Interno del primo governo guidato dal punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti (Giuseppe Conte) e dal partito-argine al populismo (Movimento 5 stelle). Atti giudicati insindacabili, prima ancora che dai tribunali, da un’ampia schiera di politici, giornalisti e intellettuali. Non solo di estrema destra.

Ho già spiegato perché a mio parere quelle argomentazioni siano la negazione stessa di ogni possibile idea di garantismo e liberalismo. E la ragione, in estrema sintesi, è che il bilanciamento dei poteri a tutela del singolo dagli abusi dell’autorità, cioè a difesa delle sue garanzie costituzionali, vale sia che l’autorità sia rappresentata in quel momento da un pm, sia che sia rappresentata da un poliziotto, sia che sia rappresentata da un ministro dell’Interno. E quale che sia la vittima dell’abuso: un politico accusato o anche colpevole di corruzione, un manifestante accusato o anche colpevole di aggressione a pubblico ufficiale, un immigrato accusato o anche colpevole di avere tentato di sopravvivere alla morte per annegamento.

L’aspetto più tipico del nostro dibattito pubblico non sta però nel riflesso pavloviano, immagino più o meno universale, per cui dinanzi ai casi sopracitati l’elettore di sinistra tenderà a schierarsi col pm contro il politico, ma col manifestante contro il poliziotto, e l’elettore di destra a fare il contrario.

Quella che mi pare la caratteristica tipica del nostro paese è che da noi il linguaggio dell’antipolitica è la sola lingua comune che unisce da decenni élite e popolo, destra e sinistra, giornalisti, magistrati e gli stessi politici. Perché sì, salvo rarissime eccezioni, tutti i politici, chi prima e chi poi, hanno giocato con argomenti, formule e slogan tipici del populismo antipolitico, anche i più insospettabili.

Non per niente, solo frange minoritarie hanno avuto il coraggio di schierarsi contro il taglio a casaccio dei seggi parlamentari in nome dell’esigenza di risparmiare soldi (che nel frattempo si buttavano nei modi più insensati), e prima ancora contro la sostanziale abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e prima ancora contro la cancellazione dell’immunità parlamentare.

Ogni ondata populista ha avuto i suoi militanti appassionati e i suoi ignavi, chi ha tentato di cavalcarla e chi semplicemente ha cercato di restare a galla, i suoi sommersi e i suoi Salvini. E ciascuna ha avuto poi, naturalmente, i suoi pentiti. Con il senno del poi si sono riempite tonnellate di libri e interviste, analizzando minutamente gli errori del passato, ma raramente se ne è fatto tesoro per contrastare le insensatezze del presente.

Da decenni, per qualunque accusa, anche la più fantasiosa e infondata, verbali e intercettazioni di esponenti di primo piano del governo e del parlamento possono finire sui giornali e in tv, alimentando campagne di discredito fondate sul nulla (o sul genere di dossier con cui oggi i magistrati, esauriti i politici da impallinare, hanno cominciato a farsi la guerra tra di loro). Guai però a contestare a un governo il diritto di tenere decine o centinaia di persone, appena scampate a un naufragio, bloccate su una nave per giorni, praticamente in ostaggio, senza nessuna ragione. O peggio, allo scopo di esercitare attraverso le loro sofferenze una sorta di ricatto politico nei confronti di altri paesi.

Se questa è la nostra idea del primato della politica, non c’è da stupirsi che la politica sia ridotta così.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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